“Il viaggio d’inverno” di Amélie Nothomb

di / 24 maggio 2010

Più casualmente di così non poteva cominciare. Anni ’90, una copia molto malridotta di Igiene dell’assassino, opera prima della giovane franco-nippo-belga Amélie Nothomb, sbuca dal bauletto di uno scalcagnato motorino passato di mano in mano fino a me. È l’ inizio di una storia d’ amore. Una storia che, complici gli incontri (casuali anch’essi) con Monica Capuani, smagliante traduttrice, e Daniela Di Sora, fondatrice e cuore pulsante della Voland edizioni, mi ha teletrasportato, per restarci a lungo, nel piccolo e raffinatissimo universo letterario della sulfurea Amélie, della quale si cominciava già ad officiare il culto segreto.

Tutto questo per dire che è con un certo rammarico che negli ultimi anni ho stentato a ritrovare quello shining, quello stato di grazia creativo e un po’ demoniaco che aveva partorito gioiellini come Mercurio, Stupore e tremori, i deliziosi Igiene dell’assassino e Le catilinarie, l’intrigante Cosmetica del nemico. Squisiti bon bon di originalità e intelligenza, dialoghi da leccarsi i baffi e autoironia, anche feroce, a piene mani. Poi un lento ma progressivo appannamento, dio sa quanto mi costa dirlo. Una serie di romanzi graziosi ma non memorabili, spie forse di un’affievolimento nella capacità di graffiare lasciando il segno.

Il viaggio d’inverno segna l’attesa inversione di tendenza: pur restando nei temi a lei tanto cari (i disastri della famiglia, gli amori più bizzarri, la passione per i freaks, la fissazione per i nomi propri) l’estro creativo dell’autrice di razza torna a tratti a risplendere nel racconto dell’insana passione del giovane Zoile per l’eterea e capricciosa Astrolabe (nomi che più Nothombiani di così si muore). Passione messa a dura prova dall’ ossessiva presenza di Aliénor, minorata ma brillante scrittrice con cui Astrolabe divide un gelido appartamento parigino. Un vero amour fou autodistruttivo che porterà Zoile a vagheggiare e forse attuare, ma sempre sul filo della prosa surrealmente agrodolce che è l’inconfondibile marchio di fabbrica di Amélie, un clamoroso e catastrofico attentato. Nothomb che recupera dunque verve e brillantezza, anche se rimane un po’ di nostalgia per i folgoranti dialoghi dei vecchi tempi, arma letale di cui l’autrice belga sembra volersi servire ora con ingiustificata parsimonia.

(Amélie Nothomb, Il viaggio d'inverno, trad. di Monica Capuani, Voland, 2010, pp. 112, euro 12)

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