“L’uomo verticale” di Davide Longo

di / 10 dicembre 2010

In principio sarà l’accidia. Sembra essere questo il messaggio apocalittico con cui Davide Longo, autore di L’uomo verticale (Fandango Libri, 2010) vuole mettere in guarda coloro che si apprestano a leggere la sua ultima fatica. Un duro monito che ha il sapore amaro della profezia.

Siamo in Italia, in un futuro non troppo lontano. Leonardo, ex-insegnante universitario e scrittore inaridito da vicissitudini private, si trova a dover fare i conti, inaspettatamente, con una realtà che sta oltrepassando i limiti della civiltà. La società è al tracollo, ogni individuo sembra impazzito e il paese, completamente allo sbando, è diventato terra di conquiste tanto per gli «esterni», presumibilmente extracomunitari, quanto per le bande di giovani squatter dediti a violenze di gruppo, droga e saccheggi. È una atmosfera drammatica quella in cui Longo ci immerge fin dall’inizio, senza darci troppi indizi o spiegazioni. Tutto, infatti, ruota intorno a Leonardo e alla sua progressiva presa di coscienza di quanto sterile sia stato il suo atteggiamento accidioso di allontanamento dalla vita, di indifferenza verso la realtà circostante e i diversi mutamenti sociali, tanto da non essere più in grado di capire come il mondo sia potuto arrivare a un tale degrado.

Il risveglio dall’ottuso torpore intellettuale in cui aveva cercato rifugio sarà, per il protagonista, a dir poco drammatico. Ma il dolore, sia fisico che mentale, si rivelerà essere catartico e liberatorio. La palingenesi finale sancirà, infatti, la definitiva maturazione del protagonista e dell’umanità tutta.

Davide Longo riesce, dunque, con un sapiente dosaggio degli avvenimenti a narrare una storia avvincente, capace di catturare l’attenzione del lettore senza alcuno sforzo; anzi, cogliendolo, a tratti, di sorpresa e lasciandolo senza respiro. Ma quel che più sconvolge è il sostrato accidentale da cui l’autore trae ispirazione: sembra, infatti, che a più riprese Longo si limiti a intrecciare assieme avvenimenti realmente accaduti, episodi di cronaca che sono sotto gli occhi di tutti. Situazioni che appartengono già al nostro presente e che lo scrittore amalgama, riuscendo, così, a creare quell’atmosfera opprimente e ansiogena che caratterizza gran parte della narrazione e che solo le descrizioni ad ampio respiro della natura, silenziosa spettatrice del graduale abbrutimento umano, riescono delicatamente a smorzare. Attraverso il sapiente utilizzo del flashback, inoltre, l’autore è capace di stimolare costantemente la curiosità del lettore, senza mai deluderlo.

L’uomo verticale si dimostra essere, allora, un libro di pregiata fattura, che, senza dubbio, saprà farsi largo nel panorama letterario contemporaneo quale pietra miliare di un genere sofisticato come quello apocalittico moderno, le cui radici sono da ricercare assai indietro nel tempo, ma che, mai come oggi, si rivela e si reinventa in tutta la sua forza icastica e ammonitrice.


(Davide Longo, L’uomo verticale, Fandango Libri, 2010, pp. 396, euro 18)

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