“Uomini senza vento”: intervista a Simone Perotti

di / 14 dicembre 2010

Dopo il grande successo di pubblico e di critica ottenuto con Adesso basta, Simone Perotti torna nelle libreria di tutta Italia con Uomini senza vento, un romanzo noir ambientato nei nostri mari, che unisce insieme pathos e azione, libertà e voglia di ricominciare. Un libro dal sapore di mare, fresco come la brezza, sconvolgente come un’improvvisa libecciata.

Uomini senza vento è un noir mediterraneo e ambientalista, come lei stesso lo definisce. Ma è anche la storia di Renato, un uomo al bivio, diviso tra la carriera di manager a Milano e il mare, la sua grande passione. Tornano, dunque, in forma narrativa i motivi di Adesso basta, quasi come se volesse usare a pieno il potere didascalico della narrazione. È con questa intenzione che nasce Uomini senza vento?

Questo romanzo è nato prima di Adesso Basta. Io sono uno scrittore di storie, di romanzi, e il tentativo che fa uno scrittore è sempre quello di mistificare, cambiare, allontanare da sé per incontrare l’universale, ciò che chiunque possa leggere vedendo se stesso, sentendosi e ascoltando i propri suoni. In questo romanzo l’allontanamento è stato minimo, perché la storia che avevo da raccontare, per una volta, era vicinissima a me. Renato come personaggio, non sono io, ma la sua storia mi riguarda, è simile alle mie, a quelle di milioni d’altri. Per una volta un mio romanzo nasce vicino, nel tempo e nello spazio, nel cuore e nella psiche, invece che lontano. Anche per me è stata una scoperta, anche paurosa.

La storia prende spunto da un episodio realmente accaduto. Purtroppo, a differenza di quanto accade nel romanzo, i media italiani sembrano prediligere maggiormente notizie relative a scandali sessuali e a fatti di cronaca nera piuttosto che informarci dei crimini che frequentemente vengono perpetrati nei nostri mani. Qual è stato l’avvenimento specifico che le ha ispirato la storia di Uomini senza vento e cosa pensa di questo disinteresse dell’opinione pubblica verso episodi che ci riguardano così da vicino?

La notizia di una balena grigia che entrava nel Mediterraneo invece che starsene negli oceani l’ho letta un giorno entre ero a Torino e sfogliavo La Stampa, che è un ottimo giornale, con un grande direttore. Improvvisamente quella notizia ha fatto fare corto circuito a persone, luoghi, storie che conoscevo e avevo setto pelle. I giornali raramente riferiscono notizie che riguardano il mare. E’ come se un morto in mare valesse meno, come se una nave che affonda fosse cosa inferiore a un incidente d’auto, mentre la sua drammaticità è assoluta, quasi spirituale. Il mare, che occupa i sette decimi del pianeta, è la norma, mentre l’eccezione è la terra. Solo che noi siamo tutti ammassati sulla crosta solida, e il mare è come se non esistesse per noi. Anche per questo la nostra vita è un po’ sbilanciata. Noi veniamo dal mare. Dimenticarlo è grave.

Sovente, nelle sue pagine, c’è una sorta di denuncia della sua generazione: Renato è la personificazione “dell’homo faber del disimpegno”, del quarantenne che anni di pace e di benessere hanno reso atarassico e privo di coraggio, incapace di usufruire della propria libertà. Cosa ci può dire di più al riguardo e quanto crede veramente che il suo pensiero, quello espresso in Adesso basta e Uomini senza vento, possa fare breccia nelle menti delle persone?

La breccia è stata aperta. Migliaia, decine di migliaia di persone si incontrano su facebook, sul mio blog www.simoneperotti.com, sul Fatto, su Voglio Scendere, e comunicano molto sul tema del cambiamento. Come sempre, le evoluzioni sono lente, ma certo quella del cambiamento di vita verso maggiore equilibrio e sobrietà è una radicale modifica delle nostre abitudini, un sovvertimento abbastanza netto delle regole del gioco. Come diceva André Breton “Io non voglio cambiare le regole. Io voglio cambiare il gioco.” Ed è quello che sta avvenendo. Poi, vedi, non è affatto detto che il cambiamento debba essere necessariamente radicale. Può essere di modi, toni, sfumature assai diverse, ognuno le sue. Quel che conta è che questa generazione immobile si metta in movimento, almeno ora che è all’ultima chance. Passata questa età sarà molto dura, sarà forse impossibile. Non si cambia a sessant’anni, ma a quaratna si deve tentare. Ed è quello che attrae molto dei miei libri, che sono sempre storie sul cambiamento. Sull’identità.

Il suo amore per il mare, che a sprazzi compariva già tra le pagine di Adesso Basta, in Uomini senza vento trova il suo spazio ideale, la sua migliore espressione, al punto da diventare contagioso per il lettore più sensibile. Quanto conta, sul piatto della bilancia del cambiamento, avere una passione così forte da contrapporre alla routine quotidiana? Non ritiene che stia proprio nell’assenza di vere passioni la causa principale della passività degli individui di questo tempo?

Esatto. Un uomo che non ha una passione (che non sa di averla…) è malato, deve curarsi. Non è normale che un uomo non sia propenso, non sia orientato, non sia dedito, non sia incline, non sia proiettato verso un suo personale destino. Senza questa disposizione, senza questa consapevolezza, un uomo non può essere autentico, perché non ha un cammino da compiere verso ciò che vuole diventare, verso l’uomo che sa di poter essere, che ancora non è, che certamente diventerà se si muove, se lavora, se si sviluppa. Questa dinamica è a vita, semplicemente. Senza movimento, questo genere di movimento, non c’è azione, dunque non c’è vita. Un uomo prima deve immaginare, e poi agire. Per me tutto questo ha molto a che fare col mare.

Tra le pagine più emozionanti e ben scritte del libro, a mio parere, vi sono quelle in cui descrive la fuga di Renato per i vicoli di Bastia: lega assieme, magistralmente, Mennea, Haruki e Zenone riuscendo a mantenere la tensione della fuga pur accennando a letteratura e filosofia. Ma non è l’unico caso in cui cita autori a lei cari. A quali scrittori o pensatori può dire di rifarsi tanto per la scrittura quanto per filosofia di vita?

Una marea… “Dove c’è da rubare, io rubo” diceva Picasso. Io faccio lo stesso. Seneca e Pasolini, il Leopardi delle Operette Morali, e poi tutto ma proprio tutto Calvino, l’immenso Marquez, Fenoglio, Bianciardi, Saba, Omero, Virgilio, i due re, e poi ancora tanti altri Cortazar, Bauman, Che Guevara, Proust, ma certamente il principe Tolstoj, Turgenev, e però anche gente minore come Zafòn può dirci qualcosa, e perché no Garibaldi, con il suo bel Manlio. Il tutto innaffiato di Conrad, Stevenson, Melville, Defoe, Kipling, oltre al maestro London e al suo discepolo Hemingway. Se volete continuo volentieri…

È stato più che esauriente, i nostri lettori avranno materiale per un anno intero. Non mi resta, allora, che ringraziarla e farle un grosso in bocca al lupo per la promozione del libro.

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