“Il cimitero di Praga” di Umberto Eco

di / 31 gennaio 2011

Il cimitero di Praga (Bompiani, 2010), sesto romanzo di Umberto Eco [che ricordiamo sarà a Roma il 1 febbraio presso il Caffè Letterario] è un’opera massiccia che si presenta al lettore con le iniziali difficoltà che la maggior parte dei volumi del grande scrittore-semiologo hanno sempre dato.

Superato questo primo ostacolo quasi prettamente linguistico ci dobbiamo scaraventare in un preciso periodo storico, il XIX secolo, e farci “sballottare” qua e là tra Palermo, Torino e Parigi neanche esistesse una linea invisibile di congiunzione tra le tre città.

Il cimitero di Praga è un libro che ha diviso in due i lettor: chi lo considera uno dei migliori dello scrittore piemontese e chi riduce l’opera ad un pedante esercizio di stile (tralasciando le varie critiche ricevute in ambito religioso).

La verità a mio avviso è nel mezzo: si tratta di un romanzo che anni fa si sarebbe chiamato “d’appendice”. Quello che può apparire “farraginoso” o, peggio, “noioso” fa parte di un corollario essenziale allo svolgimento della storia e dello stile stesso di Eco che al rimando, al gioco linguistico, allo spunto erudito ha fatto i suoi cavalli di battaglia.

Quello che importa è che a trent’anni da Il nome della Rosa Eco ha ancora voglia di “rivisitare” la storia, attribuire ai protagonisti, come in questo caso a Simone Simonini ,cose fatte da varie persone e creando un personaggio che è il “più odioso del mondo”.

La trama è intelligente e ponderata, ricca di personaggi ben costruiti (che molto spesso si ritrovano a giocare in un sistema di “specchi” dovendo fare i conti con il proprio “doppio”) e immagini che non stonano affatto addosso all’architettura linguistico-sapienziale dello scrittore.

Come perfetti meccanismi di ingranaggi celesti si muovono queste figure quasi quasi sempre esistite, quasi sempre inquietanti: un satanista, un abate che muore due volte, un garibaldino (di nome Ippolito Nievo), uomini politici, falsari, cadaveri

Tanti ingredienti che a poco a poco, casella dopo casella, alzano una struttura che, superate le prime pagine, non si po’ smettere di osservare.

Umberto Eco è un maestro a plasmare le storie, le sue storie, con la Storia. E in questo gioco di sovrapposizioni ci troviamo in mano un ottocento di complotti, cose dette e non dette, moti, omicidi, persecuzioni, mistificazioni. E se si riesce a trovare la chiave di volta, o di lettura, è sempre un vero piacere rimanere incantati da questo affascinante processo letterario.

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