Orbite Vuote

di / 30 marzo 2011

Tutti sanno che il vero significato della parola “Prefazione” è “Questo testo potete pure saltarlo” e forse per questo l’introduzione firmata da Marco Candida si intitola cosí. Noi però l’abbiamo letta e possiamo testimoniare che si tratta di un pezzo a se stante, per niente autocelebrativo o tediosamente descrittivo. Offre una lettura inedita di Bartleby e di Moby Dick che secondo l’autore appartengono a un unico gesto di creazione da parte di Herman Melville. L’introduzione allude alla neve, ai fantasmi, ma anche a uccelli preistorici abnormi e barconi scagliati nel mezzo dell’Oceano Atlantico. E proprio la storia di una nave fantasma ci traghetta all’interno di questa strepitosa raccolta di racconti. Ascolta le campane dell’americano Brian Maxwell (tradotto dalla Professoressa presso Towson University Margherita Pampinella-Cropper) è un racconto superbamente narrato dove l’accumulo di dettagli e il ritmo lento, cullante portano il lettore a uno stato allucinatorio tale che persino il testo stesso sembra diventare nebbia, persino la storia stessa sembra diventare fantasma – che è, se ci si riflette un momento, prerogativa della grande letteratura dell’orrore e non solo. Il secondo racconto di Massimiliano Nuzzolo e Stefano Barbarino attraverso la storia di un interruttore in grado di riproiettare sempre allo stesso punto di partenza i protagonisti imprigionandoli in un loop da incubo allude alle ossessioni delle reiterazioni infinite della vita quotidiana di provincia dove in pratica nel cercare sempre lo stesso oggetto (un pacchetto di sigarette, il giornale, ma anche, perché no?, un semplice interruttore) si compiono ossessivamente sempre le stesse azioni come in un manicomiale eterno ritorno. Il terzo racconto di Gianluca Mercadante è forse il racconto più disturbante della raccolta: dove nel raccontare l’incontro nel confessionale tra un prete e un punisher divino (che viene definito “un vigile”) l’uomo in abito talare dovrà ammettere il segreto agghiacciante di aver violentato bambini. Se il primo racconto ci porta tra I flutti di un oceano inconsistente sprofondandoci in una atmosfera acquea il quarto racconto del giovane Daniele Pasquini ci getta nel biancore abbacinante dei ghiacci delle Isole Svalbard. Ci sono cani, slitte, lanterne, orsi morti  e una pianta tentacolare che striscia e divora qualsiasi cosa sulla sua strada – un’avventura dagli echi poeiani e londoniani, assai e assai ben scritta. Ed eccoci al quinto racconto. Enrico Macioci si cimenta con lo stereotipo della casa maledetta e il finale della storia assume connotati di fantasia ultranea, poesia. “E me lo spiegò anche Gertrude mentre mi cucinava quell delizioso brood di stele cadenti. Le catturava con una retina fatta di baffi di gatto e poi le metteva nell’acqua della gora, che bolliva su un fuoco dipinto dai nani. I nani dipingono nel bosco, sotto i portici di muschio. Utilizzando a mo’ di pennelli le felci ancora umide di guazza o di torrente, raccolte all’alba proprio quando il sole sorge. L’hanno dipinto loro, il fuoco sotto la gora”. L’istinto dominatore di Angelo Marenzana sembra essere il racconto di uno scrittore che col genere orrore va a letto come con la sua fidanzata: ne conosce ogni millimetro e con infallibilenoir touch racconta le vicende di un efferato serial killer. Ci sono anche le donne e sono bravissime. Come Sara Durantini (scuderia Fernandel) che consegna alla raccolta un racconto da Ai Confini della realtà. La storia è ambientata a Parma con protagonista un giornalista alle prime armi. Indossa un Ipod che riesce a captare i veri pensieri delle persone che incontra e si resolve in fondo con un plauso ad un forma di sana ipocrisia. Matteo Di Giulio con Lanterna rossa ci trasporta in un plot che incrocia elementi polizieschi, gialli e fantasy ricordando quasi Grosso guaio a Chinatown. Scritto benissimo, il lettore esce totalmente sazio. Ed eccoci a uno dei giganti della raccolta. Matteo B. Bianchi con L’altra gamba si concentra sul classico topos dell’amnesia – e lo fa da maestro della fiction.  Eva Clesis e Angelo Orlando Meloni confezionano una storia che al pari di quella di Sara Durantini sembra pronta per la pellicola: e parla con un tono originale di un tappeto che fagocita le persone. Dopo un orrorazzo quasi splatter (ma non troppo), ecco un pezzo di prosa sublime di Paola Presciuttini: L’uomo d’acqua, che con questa prova non fa rimpiangere certo la grande assente della raccolta Laura Pugno. Ecco di nuovo l’orma di un altro gigante: anzi due orme e ben limacciose. Gianluca Morozzi infatti partecipa con due racconti horror puri e duri per veri e propri aficionados del genere. Due jeb sinistri alla bocca dello stomaco che lasceranno il lettore senza fiato. Grande Moroz! Anche Marco Candida scrive una storia scritta benissimo e piena di atmosfere  che rinviano a Twilight senza assolutamente nessuna pretesa di rifersi ad altro che a se stessa. Michele Turazzi offre atmosfere impalpabili nel suo racconto circa un autobus stregato e Jacopo Nacci scrive una storia perfetta che sa di Lovercraft e videogames Anni 80. Infine dopo un carosello di orrori compare catarticamente una poesia lucente di Guido Catalano: che è in realtà una poesia sugli zombies o per meglio dire “gli sombi”. Si ride e ci si rilassa satolli di scrittura robusta e immagini convincenti – non troppo sconvolti, e soddisfatti, soddisfattissimi, con la voglia di leggerne ancora, di più, di trovare l’interruttore per tornare da capo e ricominciare.

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“effe – Periodico di altra narratività” numero otto

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