Alla corte del Re Cremisi

di / 22 aprile 2011

L’isola era stata una fortezza, un carcere, un parco naturale. Quel giorno fu un party aziendale, il più grande nella storia della Finlandia. Settecento invitati: azionisti, dirigenti, dipendenti; schiere di vecchi frac, brutte cravatte, lunghi abiti da sera. Scendevano da motoscafi, yacht privati, traghetti di spola da Helsinki, ogni mezz’ora. Il molo alle spalle, sfilavano in colonna, aggrappati alle mogli; arrancavano sui sentieri di ghiaia, attraverso i prati e le collinette verdeggianti, piegati sotto il vento costante, il palmo spalancato sul cappello a cilindro; camminavano, i tacchi a spillo già orlati di fango, verso il grande tendone arancione, decorato con una croce bianca, sotto il cielo di piombo. Nonostante la pioggerellina, alcuni si voltarono sulla soglia, a guardare l’uomo che si faceva largo tra gli astanti, si allontanava a fronte alta, a pugni stretti, quasi correndo, su per la china di una collina. Alto, atletico, olivastro, indossava un abito da lavoro nero, di taglio semplice, e un paio di Adidas con le strisce bianche.

«È Ermete Roma!» disse un grassone dai capelli rossi, quasi ridendo. Ma gli ospiti non lo conoscevano; passarono oltre, vennero inghiottiti, uno a uno, dall’immensità musicale del tendone. Vecchi lisci finlandesi, musica da titoli di coda per film di Kaurismäki.

Ermete Roma si fermò sulla cima del colle. Si guardò intorno. Bandiere arancioni lungo la spiaggia; la scritta: “Human+: 1949-2009”; il vento aveva già iniziato a lacerarle. Finalmente si voltò verso il tendone; la donna grassa, stretta in un abito-bomboniera, lo stava ancora inseguendo, e ora ansimava sulla china del colle.

«Non è colpa mia» le urlò Ermete «se le ispezioni sono sempre e comunque programmate.» Parlava un finlandese fluente. «Io faccio soltanto il mio lavoro.» Voltò di nuovo le spalle alla donna. Il mare, grigio e spumeggiante, era steso ai suoi piedi. La città di Helsinki era così vicina che si potevano distinguere le bancarelle sulla piazza del mercato, davanti al molo.

La donna camminava tenendo sollevata la gonna con mani mastodontiche. Pesava un centinaio di chili, aveva sopracciglia corvine e minacciose, e una vocetta stranamente stridula. «Nel tuo rapporto da Madrid hai dato cinque stelle alla sicurezza del magazzino di Alcorcon…»

«Cinque stelle significa perfetto ordine» ribatté Ermete senza voltarsi «e il magazzino era in perfetto ordine, quando ho compilato il mio rapporto.»

«Ieri non lo era. Altrimenti non avremmo avuto l’incidente. Un magazziniere è quasi morto, lo sai?»

«La cosa non mi riguarda!» disse Ermete. «Io compilo il rapporto in base a quello che vedo. Il magazzino è in ordine? Cinque stelle. Il magazzino è un casino? Una stella. Il magazzino è un casino per trecentosessantaquattro giorni l’anno? Viene riordinato solo il giorno dell’ispezione programmata? Io non lo so, non lo posso sapere. E francamente, non me ne frega niente.»

La donna esplose. «Non ti interessa di essere licenziato? Perché è questo che succederà, con un altro errore del genere.»

Ermete si voltò verso la donna e guardò oltre la sua spalla. «Ne riparliamo più tardi. Sta arrivando mia moglie.» Lasciò la donna vestita di bianco a scuotere la testa e affondare le unghie nei pugni; ai piedi della collina Karin, sua moglie, stava gesticolando per attirare la sua attenzione. Karin. Occhi di ghiaccio, capelli dorati, pelle chiara, non pallida, però. Portava il pancione di otto mesi stretto in un tubino rosso con la stessa disinvoltura con la quale avrebbe indossato una borsetta fucsia, o un paio di vecchie scarpe da tennis di tela. Come Ermete, non dimostrava più di trent’anni.

«Che succede?» le chiese Ermete, le mani sulle ginocchia.

«Il discorso di Oscorp» rispose lei. «Sta per cominciare.»

Entrarono nella grande tenda. Sedie arancioni, sedie pieghevoli in plastica, a centinaia, quasi al completo. Ermete e Karin presero frettolosamente posto in un angolo della penultima fila. Karin afferrò la mano del marito, ma lui girò subito il polso, per controllare l’orologio. Un modello sportivo, in titanio. Poi alzò gli occhi verso il palco.

Al centro: Olaf Oscorp, su una sedia di plastica identica a quelle riservate agli ospiti. Ultraottantenne, ma con tutti i capelli in testa, tutti i denti in bocca, e la pelle ben attaccata al cranio, per quanto rugosa. Nessuno l’aveva visto arrivare; perfettamente immobile, le mani sul tavolo, la destra stretta nella sinistra – a nascondere un pugno, pensò Ermete – sembrava lì da sempre. Indossava una vecchia giacca di feltro verde sopra un maglione cremisi, e un paio di occhiali a teleschermo dalla montatura d’acciaio.

«Veste sempre così male?» chiese la donna a Ermete; in italiano, come sempre, quando si trattava di confidenze o pettegolezzi.

«E guida una Volvo del novantadue. Station Wagon» rispose il marito. Almeno, così aveva letto su Forbes. «Ed è il quindicesimo. Dodicesimo, forse. Uomo più ricco del mondo.»

Prima del discorso: un filmato celebrativo; illustrava quanto tutti già sapevano. Girato in alta definizione, proiettato un metro sopra la testa di Oscorp, commento in inglese, sottotitoli in finlandese e svedese. Ermete aveva già visto quelle immagini, e non una volta soltanto: il primo catalogo Human+, all’epoca delle vendite per corrispondenza (1961); il primo negozio, a Espoo (1967); i primi punti vendita a Helsinki, Stoccolma, Berlino, Vienna (1970-75); camici bianchi e alambicchi in pirex, aprono i laboratori di ricerca e sviluppo (1982).

«L’ottantanove è l’anno della svolta: seguendo la geniale intuizione del presidente Oscorp, la Human+ acquisisce i pionieristici centri di ricerca Wong, a Singapore. Nasce così il più innovativo laboratorio di bioingegneria al mondo…» Strette di mano tra volti asiatici e un Oscorp anagraficamente più giovane, ma sorprendentemente simile al suo corrispettivo ottuagenario.

«Gli occhiali sono esattamente gli stessi» mormorò Ermete alla moglie; lei soffocò una risatina.

«…gli anni Novanta portano i primi, storici risultati: i primi tessuti sintetici dalle staminali…»

«Secondo te usa i prodotti Human? Voglio dire… credi che si farebbe impiantare un organo prodotto dalla compagnia?» sussurrò Karin all’orecchio di Ermete.

«Se lo sono chiesti in molti» rispose l’uomo, senza staccare lo sguardo da Oscorp «ma l’argomento è tabù.»

«Vuoi dire la qualità degli organi?»

«Voglio dire: la salute del capo.»

«…nel 2001 i negozi Human+ di tutto il mondo festeggiano il lancio della linea Kathrina: la prima gamma di organi sintetici low-cost. Oggi, con 270 punti vendita in 32 paesi del mondo, un catalogo di 20.000 articoli… siamo il leader indiscusso della medicina fai-da-te. Siamo l’ipermercato della salute e della bellezza preferito da 60 milioni di famiglie in tutto il mondo. Siamo la Human+!»

Ermete applaudì pazientemente, lanciò un’altra occhiata all’orologio. Scroscio di applausi, subito smorzato dall’accendersi di tutte le luci. Oscorp, già in piedi, con il palmo della mano teso, chiedeva e otteneva il silenzio della platea. Nel suo sorriso non c’era niente di allegro, niente di festoso. Il sorriso del leader, là dove doveva essere.

«Cari amici» iniziò Oscorp. Discorso in finlandese, traduzione simultanea in inglese. «Ci sono molti motivi per festeggiare, oggi, i sessant’anni della nostra azienda. Oltre a quelli ricordati nel nostro filmato, voglio sottolineare, in questo momento di difficoltà per i mercati internazionali, che la Human+ continua a crescere…» applausi «…e chiuderemo anche quest’anno fiscale in attivo!» Ovazioni.

«Ma, amici, proprio perché è un giorno eccezionale vorrei raccontare una storia fuori dal comune. Per la prima volta non vi parlerò della nostra azienda, ma di me. Sentirete qualcosa che non ho mai raccontato a nessuno.»

Ermete e Karin si scambiarono uno sguardo interrogativo. La folla iniziò a bisbigliare. Nessuno aveva dimenticato le voci, le indiscrezioni diffuse dalla stampa: anni Quaranta, il giovane Oscorp militante in un’associazione pro-nazista. L’azienda aveva risposto con comunicati abbastanza vaghi da fomentare i sospetti. Oscorp, a proposito, aveva sempre mantenuto un assoluto silenzio.

«Si tratta di un sogno. Un incubo, in realtà. Io sono un uomo concreto. Non ho mai creduto nei sogni, nelle rivelazioni, negli oroscopi… sono tutte stupidaggini, per me.» Perfino gli alti dirigenti, allineati nelle prime due file, continuarono ad agitarsi sulle sedie e a portare le dita ai colletti. «Ma non ho mai potuto dimenticare questo incubo. L’ho avuto da bambino, il che significa: in un’altra era geologica» risate nervose «eppure, è come se l’avessi sognato la scorsa notte.»

Si fermò per bere dell’acqua. Ermete cercò degli appunti sul tavolo davanti al capo, ma non riuscì a vedere niente. Oscorp stava parlando a braccio. «Quando avevo dodici anni» continuò il vecchio, lo sguardo perso nel vuoto «stavo pattinando su un laghetto, non lontano da casa. Era primavera, aprile, credo. Il ghiaccio si spalancò sotto i miei piedi, e assaggiai la temperatura dell’acqua. Fu come essere strangolati. Questo non l’ho sognato, l’ho sentito sulla mia pelle. Anche se, nella mia memoria, i due momenti non sono veramente distinti. Dopo la caduta, mi ricordo il buio. E dopo il buio, mi sono risvegliato su una spiaggia. Il posto mi sembrava familiare, anche se non c’ero mai stato prima. Era una spiaggia di ciottoli bianchi, costeggiata da una pineta nera. Mi rialzai in piedi, stordito e indolenzito. Mi sentivo febbricitante. Camminai attraverso gli alberi, sbucai sopra un’alta scogliera.»

«Mi sporsi a guardare l’abisso: le onde spumeggiavano con violenza. Il cielo stava cadendo a pezzi, schegge grigie e verdi affondavano fragorosamente nel mare; anche l’acqua era diventata verde, infatti. Vidi una chiazza nera che andava espandendosi sopra le onde. Al centro stava una nave mostruosa, arrugginita, lo scafo traforato da oblò nerissimi. C’era un simbolo, dipinto sulla prora: un trifoglio nero su campo giallo. Era forse la stessa nave che mio padre aveva preso, una volta, per venire da Stoccolma a Helsinki? In ogni modo stava affondando, mentre la chiazza nera ricopriva l’intero orizzonte. Le onde riportarono dei brandelli neri fino agli scogli, facendoli schizzare fino ai miei piedi. Indossavo le scarpe bianche, quelle della domenica, scarpe delicate e costose, quelle che non ho mai posseduto. Mi accorsi con orrore che la scogliera si era abbassata sulla superficie del mare fino a diventare una seconda spiaggia.»

«Mi allontanai di scatto, saltai all’indietro, ma inciampai e caddi. Un granchio nero, enorme, orrendo, giaceva rovesciato tra i sassi. Agitava le zampe convulsamente: stava agonizzando. In quel momento uno schizzo d’acqua mi colpì il dorso della mano. La macchia nera sembrava catrame, ma era gommoso, e viveva. Viveva! Si muoveva da sé, risaliva il mio braccio. Terrorizzato, la scacciai e corsi via. Mi sentivo gelare.»

«Dalla foresta uscì un bambino che non conoscevo. Inseguiva un pallone, che era finito poco distante. Corsi a raccoglierlo. Ma non appena la toccai, la palla si dissolse in un milione di frammenti verdi e gommosi, che corsero via rimbalzando, e sparirono. Non era un bel verde, non un colore naturale, ma profondo, tossico, malvagio. Mi voltai verso il bambino. Lo trovai al mio fianco. Non aveva espressione. Forse non aveva volto. La mia mano tremava; la posai sulla sua spalla. Il bambino si dissolse sotto le mie dita, e io seppi che lo avevo ammazzato.»

«Corsi via piangendo; e ricordo che le lacrime erano così calde da bruciarmi le guance. Sbucai in una radura, che era mia madre. “Non abbracciarmi” le dissi “non avvicinarti a me.” Ma le mie labbra erano sigillate, e dalla mia bocca non uscì un suono. Così la vidi morire, e scappai via, di nuovo.»

«Mi ritrovai a scalare una montagna, con grande fatica, e spaventosa velocità. Sentivo che mi stavo lasciando il mondo alle spalle, dietro di me, sotto di me. Ma quando finalmente raggiunsi la cima, riuscivo ancora a distinguere la nave nera, affondata solo per metà. La chiazza verde-nera aveva sostituito l’acqua del mare. La mia testa era tanto vicina al cielo che potevo sentirne il peso contro il cranio. Alcuni sassi si sgretolarono sotto i miei piedi e rotolarono giù per il pendio, che era ripidissimo. Sentii una voce alle mie spalle, un uomo, un urlo. Forse iniziai a precipitare nel vuoto, ma non toccai mai il fondo, né riuscii a vedere il volto dello straniero. Mi risvegliai nel bianco di una camera d’ospedale.»

Il vecchio tornò a sedere. Silenzio totale dal pubblico. Qualcuno cercò timidamente di far partire un applauso, ma non trovò imitatori. Oscorp si era portato una mano alla bocca, forse semplicemente per tossire. Ma Ermete pensò che il presidente stesse ridendo dei suoi ospiti. Dopo un po’, Oscorp si portò il microfono alle labbra, senza rialzarsi. «Dopo il mio incidente sul laghetto, durante la mia riabilitazione, mio padre andrò a comprarmi delle medicine. Allora, credo, si accorse che le farmacie non erano poi diverse dagli spacci di alcolici del monopolio statale. Per qualche tempo provò a commerciare in farmaci come aveva fatto con la vodka, ma la cosa non ebbe grande seguito. Alcuni scatoloni di garze e cerotti rimasero nella nostra cantina, invenduti. Pochi anni più tardi iniziai a venderli io, porta a porta. Così nacque la Human+.»

I sospiri di sollievo quasi coprirono gli applausi.

«E ora lascerò il palco alla nostra orchestra… che il banchetto abbia inizio!» I camerieri tagliarono i nastri arancioni davanti ai banchi del buffet. Applausi scroscianti. Oscorp fece per andarsene, ma si voltò di scatto. «Un’ultima raccomandazione: non sprecate il cibo! Non prendete dal buffet più di quanto intendete veramente mangiare.»

I camerieri con vassoi carichi di calici spumeggianti furono sguinzagliati per la tenda. L’orchestra ricominciò a suonare. Gli invitati si stavano già affollando attorno al cibo. Ermete e la moglie, a braccetto, si diressero in direzione opposta, e uscirono dal tendone. Lei sollevò un palmo spalancato. La pioggerellina era quasi impercettibile.

«Piuttosto inquietante, non trovi?» disse lei.

«Molto» rispose Ermete.

«Credi sia stato una specie di scherzo?»

«Sì, beh… no, voglio dire, no, no! Al contrario… per me sono le uniche parole… sincere e autentiche che sentiremo mai da quell’uomo. Ora però è tardi: meglio andare.»

«Solo un attimo» disse lei, afferrando al volo un calice di champagne.

«Non dovresti bere» la rimproverò Ermete, guardando il pancione.

«Se il bambino nascerà a Helsinki» intervenne una voce maschile alle loro spalle «sarà meglio che si abitui all’alcol fin da ora!»

Ermete e Karin si voltarono verso un uomo corpulento, dalle guance paonazze e lentigginose, e corti capelli rossi. Ermete lo salutò, sorridendo.

«Cara, ti presento Timo, del nostro ufficio legale.»

«Incantato» disse Timo, porgendo alla donna una mano paffuta.

«Un avvocato della Human+» commentò lei «scommetto che il lavoro non manca.»

«Infatti» gongolò Timo «riceviamo più letterine noi di Babbo Natale.»

«E sei l’unico a compiacertene» intervenne Ermete «visto che sono tutte diffide, denunce e avvisi di garanzia.»

«Parlando di Babbo Natale, non credo che siamo nella sua lista dei bambini buoni» concluse Timo.

«Mi piacerebbe restare, Timo, dico sul serio. Ma ho un volo tra un’ora, e sto già rischiando di perderlo.»

«Sempre di corsa!» disse Timo scuotendo la testa, e afferrando un secondo calice di champagne. «Non ti farebbe male fermarti per un po’. E dove andrai, stavolta? Pechino, Parigi, Dubai?»

«Milano» rispose Ermete.

«Ah! Così te ne torni a casa, eh? Non mi sembri così entusiasta» commentò l’avvocato.

«Non lo è» intervenne la moglie «ma il lavoro è lavoro.»

«Ora dobbiamo proprio andare» ripeté Ermete.

«Aspetta» disse Karin «scattiamoci almeno una fotografia.» Estrasse dall’ampia borsa bianca una vecchia Polaroid, e la consegnò a Timo.

«Ti dispiace?» gli chiese.

«Per niente. Ma dove trovi la pellicola? Pensavo fosse fuori produzione.»

«Infatti!» rise la donna «Ma se ne trovano ancora, su internet.»

«A prezzi improponibili!» aggiunse Ermete. Karin lo trascinò fin quasi sulla riva. Ermete abbracciò la moglie, Timo scattò la foto. Insieme, i tre guardarono l’immagine assolvere sul quadrato nero della carta fotografica.

«Ma come siete belli» commentò Timo. Karin guardava fieramente in macchina. Ermete, invece, era uscito un po’ mosso, come se stesse per uscire dal quadro. Non appena l’immagine fu completamente sviluppata, Karin la afferrò e la fece sparire nella borsetta.

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