L’ultima intervista a Pasolini

di / 11 maggio 2011

 

Siamo tutti in pericolo. Nessuno può sentirsi escluso. Perché il pericolo viene da noi, innanzitutto, siamo noi stessi, è in noi la minaccia, nel “male radicale” del conformismo che corrompe anima e corpo, nella presunta “educazione”, trasversale all’intera società, fondata su tre criteri: “avere, possedere, distruggere”. L’ultima intervista a Pier Paolo Pasolini è contenuta in un prezioso libricino che l’editore Avagliano ha pubblicato nel 2005 a trent’anni dalla sua morte nella collana ‘La coccinella’.  L’intervista apparve sull’inserto “Tuttolibri” del quotidiano “La Stampa”, l’8 novembre 1975. Pasolini l’aveva rilasciata al giornalista Furio Colombo il pomeriggio del 1 novembre 1975. A distanza di poche ore, il suo corpo fu ritrovato martoriato all’idroscalo di Ostia. Le circostanze dell’assassinio non sono state a oggi mai del tutto chiarite.

Il titolo dell’intervista lo aveva scelto lo stesso Pasolini, sollecitato da Colombo a concentrare in una frase il senso della loro conversazione che si svolse in un pomeriggio per un paio d’ore. “Ecco il seme, il senso di tutto – disse Pasolini – tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo se vuoi: Perché siamo tutti in pericolo”.  È fin troppo facile a dirsi, ora, che quell’ammonimento suona premonitore e tutta l’intervista è a tal punto profetica da essere sconcertante, se è vero che l’intellettuale nomade sentì su di sé sempre la minaccia assoluta, quel senso di pericolo che grava su chi vive le proprie scelte pubblicamente, tra sfida, provocazione, trasgressione, vocazione al martirio, persecuzione subita davvero, e insieme disarmante candore umano. “Un omosessuale – diceva – oggi in Italia è ricattato e ricattabile, arriva anche a rischiare la vita tutte le notti”. Ma la vera tragedia, di cui discorreva nell’intervista, “è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano di lì, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo?” Non resta che vedere complotti dappertutto, pur di evitare di trovarsi faccia a faccia con la verità.

Lucidità, forza critica, insofferenza e smascheramento dei sistemi di potere, analisi esatta fino alla preveggenza: la tragedia che Pasolini scorgeva e di cui parlava nell’intervista, oggi è in atto, forse solo allargata alla dimensione della catastrofe, irreversibile come la freccia del tempo. Il potere, niente altro che “un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori”, tutti in nome dell’avere, reclama offerte al suo altare: la perdita dell’innocenza, l’omologazione, la corruzione dell’uomo. Era di un altro tessuto il poeta regista,  e lo dichiarò sottoposto alle sollecitazioni di Furio Colombo: “ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio pago un prezzo … è come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità”.  Nell’intervista avvertiva: attenti che mentre io scendo all’inferno, l’inferno comunque sale e dilaga per tutti. L’inferno è l’omologazione della percezione che ci vede corresponsabili nell’anonimato a possedere e distruggere. Scuola, televisione, giornali, sistema culturale: in questo universo ognuno ha il suo ruolo, sosteneva, contrapponendo all’esistente la nostalgia di un mondo innocente. Alla fine dell’intervista, Pasolini decise di rivedere alcune risposte troppo perentorie e di integrarle con qualcosa che aveva in mente. “Per me è più facile scrivere che parlare”, disse. Chiese a Colombo di lasciargli gli appunti, ci avrebbe lavorato e li avrebbe ampliati. Invece il giorno dopo il suo corpo era all’obitorio.

Pregevole è il saggio introduttivo del critico Gian Carlo Ferretti, un diario a posteriori della frequentazione, dei dibattiti, della lunghissima serie di studi, recensioni, antologie, lezioni che gli dedicò. È la ricostruzione di “Sedici anni di ricordi, 1959-1975”,  con incursioni nei temi della politica, della poesia, dell’omosessualità, di Pasolini, fino alla sua morte. Di lui, Ferretti sottolinea l’eccesso: comune denominatore di ogni sua attività, caratteristica dell’uomo, dell’intellettuale, dello scrittore, del poeta, del regista, del giornalista militante antagonista verso ogni ordine costituito. Il critico ritrova in Pasolini una fondamentale diversità che si nutriva di antitesi e contraddizioni. “La compresenza cioè tra un atteggiamento antirazionale, antilaico, regressivo, un radicale rifiuto della storia, struggenti abbandoni nostalgici, e per contro una straordinaria capacità di disvelamento, critica, premonizione, accusa, e in sostanza una lettura per così dire anomala, strabica, deviata, e tanto più acuta, antischematica, anticipatrice dei profondi processi di trasformazione, dei conflitti e dei guasti, delle involuzioni e delle storture della società”. Così poteva convivere il Pasolini che era contrario alla legalizzazione dell’aborto per la sua ideologia della vita come valore religioso, con l’appassionato intellettuale che denunciava il “cataclisma antropologico” portato dal consumismo e dal capitalismo. Lo scandalo, volontario o involontario, era il suo tratto distintivo, orizzonte di vita, pensiero, creazione, elemento ricorrente di una vita caratterizzata da una lunga serie di denunce, querele, minacce, aggressioni, processi,  in una commistione che per Ferretti è tipica del letterato italiano, tra autore e personaggio. Una commistione tuttavia incarnata da Pasolini in forme di pensiero irregolare, che ha fatto di lui nel panorama italiano un solitario destinato a non avere eredi, anche se i tentativi di appropriazione della sua lezione sono arrivati dopo la sua morte da ogni parte. Resta l’attualità delle sue analisi e requisitorie, della produzione polemico-problematica, delle invettive al di sopra di ogni interesse di parte. 

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