Fuochi d’artificio

di / 7 giugno 2011

«La carne ha un suo spirito». È il principio seguito da Frank Wedekind (Hannover 1864 – Monaco di Baviera 1918), scrittore, drammaturgo e attore teatrale tedesco, nello scrivere i nove racconti che compongono la raccolta Fuochi d’artificio (Iacobelli 2011, p. 96, Euro 10,00), pubblicata per la prima volta nel 1906 e ora riproposta della casa editrice Iacobelli nella collana «Graffiti», collana che ha il proposito di riportare alla luce i classici dimenticati, oltre a scovare scrittori esordienti.

Nato ad Hannover, Wedekind crebbe a Lenzburg, in Svizzera, nel Canton Argovia, uno dei cantoni più settentrionali, dove il padre medico era emigrato come dissidente politico dopo la fondazione dell’Impero prussiano-tedesco. Nel 1892, in seguito alla pubblicazione del suo primo lavoro teatrale, Risveglio di primavera, si trasferì a Parigi dove rimase fino alla fine del 1895. Nella capitale francese conobbe il variegato mondo dei varietà, dei circhi, delle prostitute e delle ballerine, scrivendo le prime canzoni, balletti e drammi ed elaborando il personaggio di Lulù, scandalosa icona erotica.

Tornato a Monaco, dove aveva compiuto gli studi, fondò con Albert Langen e altri la rivista satirica Simplicissimus nel 1896: tra le liriche che vi pubblicò sotto vari pseudonimi, una dedicata al viaggio in Palestina dell’imperatore Guglielmo II gli costò sette mesi di carcere per lesa maestà nel 1899. Questo episodio contribuì ad alimentare la sua fama di antiborghese e outsider. Raggiunse finalmente il successo nel 1906 grazie a una famosa rappresentazione del suo Risveglio di primavera ad opera di Max Reinhardt. Nonostante la persecuzione della censura, Wedekind divenne il principale punto di riferimento dell’avanguardia monacese e tedesca. L’ultimo decennio della sua vita fu caratterizzato da un’intensa attività come attore, anche di cabaret.

Morì improvvisamente nel 1918, pochi mesi prima della fine della Prima Guerra Mondiale, guerra che aveva tanto avversato insieme di altri intellettuali dissidenti, socialisti e anarchici.

Fuochi d’artificio ha nella produzione del drammaturgo tedesco un posto di secondo piano come opera minore ma non meno impegnativa e significativa della sua filosofia di vita.

Quello di Wedekind è un appello a liberarsi da qualsiasi pregiudizio sul sesso per parlarne apertamente in quanto lo considera uno degli elementi fondamentali della nostra vita. Di qui le preoccupazioni da lui espresse nel saggio introduttivo A proposito dell’erotismo circa l’educazione sessuale dei giovani. Le idee sostenute dal poliedrico e assai ostracizzato intellettuale sono di una tale sorprendente attualità, nonostante risalgano a più di 100 anni fa, da confermare come l’erotismo da sempre sia un argomento tabù. Se è vero che allora, fra ‘800 e ‘900, le convenzioni religiose che regolavano la società imponevano ai genitori di mettere in guardia i figli dai pericoli della sessualità considerando fatti indecenti, quelli riguardanti la sfera sessuale, Wedekind affidava invece alle famiglie il compito pedagogico «prima di tutto di chiarire agli adolescenti che nella natura non esistono fatti indecenti, ma solo utili e nocivi, razionali o irrazionali. Che tuttavia nella natura ci sono persone indecenti le quali non parlano con decenza di questi fatti; ovvero che non sanno condursi con decenza verso di essi». È dunque da combattere e non da coltivare il senso del pudore, «virtù strettissimamente imparentata alla confusione intellettuale, alla debolezza e all’indecisione».

Senza degradare o svilire la sessualità, poiché altrimenti si scadrebbe nella barzelletta oscena, che «è esattamente il medesimo fenomeno, nel campo sessuale, che si ha in quello religioso con la bestemmia», e senza indulgere in particolari descrittivi scabrosi, l’erotismo al centro dei racconti di Wedekind è più che altro un concetto mentale, un elemento spirituale del proprio corpo. Per insegnare ai suoi lettori come si deve parlare di sesso, lo scrittore tedesco usa sin dalle prime storie lo schema di una persona (un padre, una moglie, una prostituta, una principessa, un poeta) che narra ad un’altra o affida alle pagine di un diario la propria vicenda d’amore e di passione, di follia e di emancipazione dai condizionamenti sociali e religiosi.

Non tutti gli episodi, sorta di exempla, riferiti dalle voci narranti sono pirotecnici “fuochi d’artificio”, come prometterebbe il titolo. A mio avviso i più riusciti sono Il pretendente vecchio, La principessa Russalka e il divertente La vaccinazione che chiude il libricino con una nota di arguta e ammiccante ironia su come rendere immune da gelosia un marito.

L’inventore di Lulù, protagonista della cosiddetta “doppia tragedia” che include i drammi Lo spirito della terra (1895) e Il vaso di Pandora (1904), divenuta icona della forza irresistibile dell’erotismo che, soffocata dall’ipocrita conformismo sociale, erompe in forma disordinate e fatali, ci parla di matrimonio, di divorzi, di sesso fuori dal matrimonio, di gelosia, tormenti con un linguaggio semplice e allusivo, tra atmosfere incantate e decadenti di castelli, campagne e città come Parigi.

Liberare il proprio desiderio in quanto il sesso è naturale e pertanto mai osceno e indecente era una lezione provocatoria a quei tempi, ma è ancora oggi valida se è vero che molti nostri adolescenti vengono iniziati alla vita dei sensi da Internet. 

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