“Cesare Pavese” di Franco Vaccaneo

di / 13 dicembre 2011

Cesare Pavese non è solo uno dei classici per antonomasia della nostra letteratura, ma è anche un grande poeta e traduttore, un esempio di scrittura limpida, moralità sofferta e sopra le parti. Oggi più che mai, si assiste a un fiorire crescente di manuali e corsi di scrittura creativa, spesso anche improvvisati. Leggere i romanzi di Pavese o le sue traduzioni –penso soprattutto a quelle di Hemingway –potrebbe servire a molti scrittori in erba per apprendere i ferri del mestiere, per ripulire la propria scrittura da una serie di appesantimenti barocchi, migliorando, così, la mera comunicabilità dell’opera.

In uno splendido saggio pubblicato dall’editore Gribaudo, Franco Vaccaneo ci offre un’immagine a tutto tondo dello scrittore neorealista. Se è vero che la vita di Pavese è strettamente correlata alla pagina scritta, lo è altrettanto ai luoghi della propria formazione, occasioni di riflessione e corpus juris di una poetica meditata e, allo stesso tempo, accorata. Il legame con Santo Stefano Belbo (il paese rurale in cui era nato nel 1908), con le colline langarole e la vegetazione selvaggia, costituiscono per Pavese un’autentica fonte di ispirazione. È lui stesso a dircelo, in una famosa lettera indirizzata a Fernanda Pivano: «Quello era il mio Paradiso, i miei mari del Sud, la mia Prateria, i miei coralli, Ophir, l’Elefante bianco». Anche troppo evidente è l’allusione a Hemingway, autore che conosceva molto bene.
Se da un lato Santo Stefano Belbo e le Langhe costituiscono la materia del sogno e la voglia di evadere, dall’altro, un po’ come la siepe “dell’ermo colle” per Leopardi, fanno da freno alla smania crescente di andarsene. Questi luoghi, in una procedura assodata che proietta la vita dell’autore sotto forma di opere, li ritroviamo in poesia, nei romanzi più celebri ( La luna e i falò su tutti) o appena accennati e cifrati nei celeberrimi Dialoghi con Leucò. L’idillio con la campagna, la collina e i luoghi della giovinezza sono, tuttavia un sodalizio a distanza, soprattutto durante il periodo in cui Pavese, ormai adulto, si trasferisce a Torino. La città è motivo e occasioni di molteplici sollecitazioni culturali: i giornali, i cinema, il varietà, le riviste, i dibattiti letterari e le case editrici. Abitare nell’antica capitale sabauda equivale a riappacificarsi con la terra natia, giudicarla per quello che è e farne un luogo di rifugio.

Uno dei nodi cruciali che Vaccaneo affronta nel saggio è quello della lingua. Pavese, come parecchi neorealisti e come i conterranei Alfieri e Fenoglio, si era interrogato sul rapporto lingua/dialetto, avvertendo una certa perifericità dei piemontesi rispetto alla koiné toscana, modello di riferimento. La scelta degli incisi, nella prosa come nella poesia, vanno in questa direzione. Optare per uno stile semplice, evitando improbabili acrobazie stilistiche, era il mezzo per giungere a una comunicatività più diretta senza perdersi nei meandri del “dannunzianesimo”. Il primo Pavese, in verità, così come Calvino e il maestro Alessandro Manzoni, “soffriva” di francesismo e cioè utilizzava una lingua che, sia dal punto di vista sintattico sia dal punto di vista lessicale, risentiva dell’influenza dell’idioma d’oltralpe. Si trattava di francesismi inconsci e di riflesso, ovviamente, veicolati per lo più dai dialetti gallo-italici.

La questione più insidiosa trattata nel saggio è indubbiamente il rapporto tra letteratura e politica. Pavese, che non aveva mai fatto mistero delle proprie vedute, pagò le sue idee con il confino. Un periodo amaro, consacrato dall’opera Il carcere. Già il titolo fa intravedere le difficoltà vissute dal poeta in una terra così diversa dalla propria (a Brancaleone calabro), per un uomo come lui così attaccato ai luoghi natii. Se lo confrontiamo con Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi, la cosa ci appare ancora più lampante. Levi aveva fraternizzato con gli abitanti del posto a tal punto da scrivere un romanzo in cui sottolineava la precarietà e la miserie in cui versavano le persone della regione in cui era stato confinato. Inoltre, Levi ne metteva in luce una genuinità estrema, puntava il dito sulla solidarietà e la fratellanza che quelle persone gli avevano dimostrato fin dal primo momento. Per il poeta delle Langhe, invece, che si era sentito un pesce fuor d’acqua, il confino era stato soprattutto solitudine, nostalgia della propria terra e difficoltà a stringere rapporti con persone che sentiva tanto diverse da lui. Per tutte queste ragioni il libro era stato intitolato Il carcere.
Il problema principale del rapporto tra politica e letteratura era però un altro: la seconda, per come la vedeva Pavese, non poteva in nessun modo essere subordinata alla prima. Pavese rivendicava la superiorità della cultura su ogni dottrina politica e questo, in un periodo di dibattiti accesi in cui la politica era il centro della dialettica di un mondo ideologizzato, era un problema alquanto spinoso.

Franco Vaccaneo chiude il saggio parlando degli sfortunati amori del nostro scrittore, amori più fantasticati che vissuti. L’attrice americana Constance Dowling, in questo contesto, costituisce l’ultimo e più sofferto tassello della vita di un uomo che conosceva profondamente il mondo femminile.

La particolarità di questo saggio sta nella semplicità e precisione con cui l’autore ci conduce, passo dopo passo e argomento dopo argomento, in un meraviglioso viaggio alla scoperta di Cesare Pavese. Una vita scandagliata e investigata in ogni intima piega. Il libro è corredato da una serie di foto d’epoca inerenti la vita, la corrispondenza, le opere e i luoghi che hanno fatto da cornice ai giorni dello scrittore tragicamente scomparso.

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