“Il gatto con gli stivali” di Chris Miller

di / 11 gennaio 2012

«Se abbiamo abbattuto le loro statue, se li abbiamo scacciati dai loro templi, non per questo gli dèi sono morti». Parafrasando i versi del poeta Kavafis si può affermare senza tema di smentita che le fiabe tradizionali in apparenza scalzate da invenzioni ultramoderne, si impongono certamente trasfigurate ma più vitali che mai. Si veda e si goda di quel capolavoro d’animazione che è Il gatto degli stivali sbarcato in Italia a metà dicembre. Un’avventura d’animazione a cui non manca nulla: spettacolarità, ritmo, azione, comicità, buoni sentimenti. Assolutamente da non perdere, specie nella versione tridimensionale perché sbalordisce a ogni sequenza, che si tratti di inseguimenti tra tetti e vicoli o ascese al cielo issati su arbusti giganti oltre le nuvole su fino a castelli in aria, comunque sempre all’apice della fantasia e dell’abilità tecnica. Magnificenze firmate Dreamworks, casa di produzione di Shrek, Madagascar, Kung Fu Panda, giunta davvero all’Empireo della grafica e dell’animazione.

Stante la premessa esaltata, è pur vero che chi si aspettasse di trovare tal quale la fiaba di Perrault tradotta in versione cinematografica, resterebbe assai deluso. In comune con l’“antico” gatto, questo, non ha che il nome e gli stivali. Perché per il resto storia e ambientazione sono completamente differenti. Questo felino guascone e simpaticissimo ha la voce di Antonio Banderas grazie a un perfetto doppiaggio in un italiano spagnoleggiante che volutamente suona goffo e seducente insieme; non è l’erede del titolare della fiaba di Perrault quanto del personaggio comparso a partire dal secondo capitolo della favola dell’orco verde, per tentare di rianimare Shrek, con i suoi tratti tipici: sornione e mascalzone latino. Stavolta produttori, sceneggiatori e il regista del film, restando nel solco della saga cinematografica, hanno voluto esplorare la storia del gatto senza ciuchini né orchi concentrandosi sulla sua infanzia e formazione. Ne viene fuori una sorta di baby spaghetti western con accentuata coloritura favolistica e predilezione (in stile Dreamworks) per la mescolanza di personaggi estrapolati da favole diverse.

Nella storia ambientata a San Ricardo, una località spagnola Gatto (così si chiama nel film) è cresciuto in orfanotrofio con il suo amico fraterno il cervellone Humpty Alexander Dumpty, l’uovo antropomorfo che arriva dalle filastrocche inglesi di Mamma Oca, poi apparso nel romanzo di Lewis Carrol, Attraverso lo specchio. Se il gatto a suo tempo aveva supportato l’orco verde, qui è a sua volta spalleggiato dall’uovo parlante, personaggio riuscitissimo. Gatto e Humpty crescono seguendo il miraggio visionario di Humpty di trovare un giorno i fagioli magici e arrivare all’oca dalle uova d’oro. L’invidia nevrotica e complessata di Humpty, che è il più antipatico tra i compagni di banco della nostra infanzia, porteranno Gatto in un mare di guai, fino a diventare un fuorilegge per poi riscattare l’onore e salvare la sua città dopo una serie di peripezie che lo vedono ancora a fianco dell’uovo e della gatta Kitty Zampe di velluto, abile, sinuosa e persino più furba di lui. A complicargli le cose ci penseranno i famigerati fuorilegge Jack e Jill che hanno davvero i fagioli magici.

La sceneggiatura, agile e leggera è basata sulla commistione di generi, stili e sulla mescolanze di favole fino a realizzare un prodotto originale. L’invenzione dell’albero magico che arriva fino al cielo (una delle sequenze più ragguardevoli del film) e sbalza i protagonisti oltre le nuvole, si ispira a un’antica fiaba inglese intitolata Giacomino e il fagiolo magico incentrata su sacchi pieni di monete d’oro, galline dalle uova d’oro, un orco e un’orchessa. Nel contempo si respira aria di western, musiche e inquadrature ricordano spesso Sergio Leone e il recente Rango ma persino gli Aristogatti in versione flamenco. La regia è di Chris Miller che ha già scritto i primi tre Shrek e i primi tre Madagascar, ha co-diretto il terzo Shrek e per la Sony Piovono polpette; l’animazione è scattante e imprevedibile quanto e più di un felino, specie nel restituirci le sfide acrobatiche di Gatto e Kitty, il duello ballerino-spadaccino che segna il loro incontro, gli inseguimenti e le ascese al cielo fino all’impatto con l’oca gigante. La grafica è all’insegna della cura maniacale dei dettagli. Funziona il contrasto tra la stazza piccola del protagonista e la sua voce grossa sensuale possente prestatagli da Banderas. Gatto ha movenze e pose allaZorro, è conquistatore di femmine, ma è capace anche di ironia e autoironia. È un antieroe che beve latte e ha sempre la battuta pronta. Irresistibile l’invenzione del costume di cui Humpty si dota per mimetizzarsi tra le uova d’oro. Una sbavatura è probabilmente l’eccessiva bontà del gatto, capace persino di perdonare il doppio tradimento dell’amico, una caduta “disneyana” per far di lui un paladino del bene. Già visto anche il balletto di chiusura con parata di tutti i personaggi a mo’ di rappresentazione teatrale, ma l’animazione e la grafica raggiungono vertici estetici incontrovertibili.

Per finire un paio di curiosità perché i simboli come gli dei non muoiono mai. Il fagiolo in quanto cibo tipico delle classi più povere, rappresenta la possibilità di ciascuno di elevarsi al cielo. Gli stivali nella favola di Perrault erano simbolo di capacità eccezionali, nel film di probità e rettitudine. La pianta dei fagioli che cresce fino al cielo ricorda l’antico mito sassone del “World Tree”, l’albero del mondo; mito presente in alcune religioni indoeuropee, centrato sull’albero gigantesco che congiunge la terra al cielo e, attraverso le radici, al mondo sotterraneo. 

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