A morte la noia

di / 13 gennaio 2012

Anche lei è stata a Parigi. Io non sono andato a Parigi. Tutto il mondo è andato a Parigi. Anzi, il mondo passa per Parigi, pensò a un certo punto Mattia, alzandosi di scatto dalla panchina del parco, quasi avesse avuto un’illuminazione. La sua espressione era chiaramente lontana dai peggiori momenti di Baudelaire, ma a un certo punto decise che il francese sarebbe diventato la sua seconda lingua. Se non forse la prima.
«Sì, sto studiando francese», rispose alla sua amica immaginaria. Ritornò a casa di fretta, corse nella sua cameretta e iniziò a scrivere in maniera forsennata, leggendo ad alta voce: «Sono sugli Champs Élysée, ma mi sto annoiando a morte». Ma lei rispose: «Com’è possibile che la Francia non ti abbia accolto?»
«Forse perché non sono mai divenuto francese», disse. «Forse perché il mio cuore è in altri luoghi sulla terra».
«Eppure», continuava parlando alla sua amica, «si dice che prima o poi si debba andare a Parigi. Come è possibile che il mio cuore ancora non sia lì?»
Lei davvero non sapeva cosa rispondere, seguì infatti un lungo silenzio. A un tempo, entrambi pensarono che le cose non stavano davvero così. L’Arco di Trionfo era stato costruito da loro, ma non se lo ricordavano. Pecche della memoria. I libri di storia erano stati scritti da loro, così come insieme avevano fatto la Rivoluzione francese.

Mattia, nel tempo che invece gli umani chiamano oggettivo o reale, non uscì dalla cameretta. La porta era chiusa a chiave. Non uscì per almeno un giorno. La sua famiglia era concitata, la madre, la zia, il padre che ora era quasi muto per la rabbia, i cugini, tutti vennero. Tutti. Allora, due giorni dopo il discorso con la sua amica segreta, uscì dalla sua finestra, vide il suo popolo, vide Marat, il suo nemico, La Fayette, e tanti altri che alla fine sarebbero stati ghigliottinati. Erano lì sotto con gli occhi sbarrati.
«Miei compagni, figli e nemici».
«Ma cosa dici, scendi Mattia!»
«Sono qui per dirvi che la rivoluzione è fallita».
Qualcuno si sentì preso in giro: «Ma cosa dici», ripeterono, «non fare follie!»
«L’unica follia è l’aver preso parte all’umanità, al suo sciocco sogno di far trionfare la ragione. L’Arco di Trionfo sicuramente crollerà e non sarà merito della pioggia o del terremoto. Crollerà con voi e con me. Nessun uomo è al di sopra delle parti. Per questo ho deciso che ritornerò in mezzo a voi, accetterò le vostre leggi e le vostre gerarchie».
«Ah, meno male! Allora vieni giù che andiamo dal medico!»
«Ritrovo solamente dell’amaro in bocca, cioè ho appurato che Parigi non esiste, se non nei libri di storia. Che la gerarchia stessa nasce dalla rivoluzione. Accetto la vostra mediocrità, la vostra vergogna del sacro che vi portate addosso rifiutando la vostra missione».

Detto questo, ritornò dentro. Non disse altro, andò a mangiare, andò dal medico. Ritornò nel parco. Non trovò la sua amica immaginaria. Si annoiava a morte.

Marco De Cave  fa parte degli autori del blog di scrittura Vongole & Merluzzi.

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