“Mozart come Dante” di Maria Soresina

di / 27 gennaio 2012

Libro comunque stimolante, questo nuovo di Maria Soresina, Mozart come Dante, anche quando non riesca a convincere in pieno il lettore ad andare dietro a tutte le sue certo originali, ma non sempre persuasive proposte interpretative. Suggestivo, ad esempio, è il tema della simmetria dantesca: non nelle pretese affinità della vicenda iniziatica (detto francamente: tirate per i capelli), ma proprio nel significato culturale, umanistico si direbbe, della scelta del linguaggio, il volgare delle muliercule, quelle anime femminili semplici e profondissime insieme che Mozart non si è stancato di far cantare, con la voce della sua irraggiungibile e vicinissima Aloysia, sulle sue scene, ma che, sulla scena del Theater an der Wien, era poi, per una curiosissima ironia della storia, proprio il contrario di quell’italiano adottato da Dante e, dall’inquilino della casa presso la Michaelkirche di Vienna, il Metastasio, messo tirannicamente sul trono della vocalità operistica.

Meritoria anche l’altra intuizione del libro, quella cioè che il “nero” di Monostatos non sia il colore della pelle (che ne farebbe, certo, anche nella “sfrenata” sessualità, un fratello dell’Osmin della Entfürung, ma anche una troppo patente infrazione al verbo illuminista dell’eguaglianza che l’intera opera così altamente proclama), bensì quello della veste: l’abito talare insomma, da quello dei Gesuiti su fino all’odiato, dispotico von Colloredo.

Libro interessante, dunque, questo di Maria Soresina, non fosse che per le curiosità culturali che stuzzica: come, per dirne una, quella dell’assurda scena 21 dell’Atto II. Assurda, dico, non in se stessa, che, anzi, per il ductus musicale «il terzetto è degno compagno dei migliori concertati drammatici di Mozart», come commenta, in modo sacrosanto, Hermann Abert (Mozart, Vol. 2,  La maturità, EST, Milano, 2000, pag.700). Assurda è invece, come alla stessa Soresina non sfugge, «l’incongruenza nella successione delle scene» che ne deriva, e che ha portato «spesso a spostare o addirittura eliminare questo brano»: il che fa, non ultimo, l’Ingmar Bergman di Trollflöjten, 1974 – a proposito, se avete la cassetta, o il DVD, vi consiglio di rivedervelo, è un vero piacere per occhi, orecchie, e cervello. Ma, con buona pace dell’Autrice, a cui «tutto risulta invece chiaro se si considera Pamina la parte spirituale  dell’anima» di Tamino, l’incongruenza rimane: sì che forse vale la pena di rileggere con un po’ più di attenzione un piccolo particolare citato proprio dall’Abert, il quale si lancia nelle lodi della splendida pagina mozartiana, ma non sembra accorgersi della sua flagrante assurdità drammaturgica: e sì che Mozart era uno che alla logica delle opere ci teneva! La soluzione potrebbe essere in ciò che Abert stesso riporta a pag. 681: nel 1802, dunque quando Mozart, ormai morto, non poteva far nulla per impedire manipolazioni della sua opera (per non dire degli autografi che la sprovveduta Konstanze si ingegnava a vendere a sempre più caro prezzo), Schikaneder annuncia di aver inserito nell’opera «due brani musicali composti da Mozart e lasciati a me solamente». Abert identifica il primo (una diversa versione del N. 7, duetto Papageno-Pamina) e conclude «dell’altro nulla sappiamo». Tutto si aggiusterebbe, probabilmente, se, invece di pensare a improbabili parti spirituali di alcunché, si ipotizzasse che questa pagina, del tutto fuori posto nell’attuale sceneggiatura de Il Flauto magico, rispecchi in realtà uno stadio intermedio della composizione: Schikaneder che potrebbe, appunto, aver conservato la pagina mozartiana non cantata finché l’opera fu diretta dall’autore, e alle sempre più trionfali repliche del 1791, deve essersi detto che la musica era toppo bella, per lasciarla nel cassetto e averla così inserita nella ripresa del 1802, per l’inaugurazione del nuovo Theater an der Wien, chiudendo non uno ma due occhi di fronte a ogni tipo di incongruenza, in nome della bellezza – questa sì, incontestabile! – della musica.

Si dirà che questi (chissà se poi mai fatti, nella fluviale bibliografia mozartiana!) sono voli di fantasia…
Ma che altro dovrebbero provocare, se no, i buoni libri?


(Maria Soresina, Mozart come Dante, Moretti e Vitali, Milano, 2011, pp.183, euro 15)

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