“Le 13 cose” di Alessandro Turati

di / 5 marzo 2012

«Quando un australiano compra un boomerang nuovo, come fa a buttare via quello vecchio?»

«Ci sono poche cose al mondo come mettersi le mani in tasca, anzi, per me, mettersi le mani in tasca è la cosa più bella al mondo. La seconda cosa più bella al mondo è mettersi un dito in culo dopo aver pensato queste cagate. Emilie sarebbe orgogliosa di me e divertita. La terza cosa è raccontare come cazzo sono finito ad avere un cadavere nel salotto, cavalcato da una bambina spiritata, mentre due cani infoiati si leccano i genitali.»

Visionario, scurrile, amaro, geniale, divertente, folle: questo è Le 13 cose, il romanzo d’esordio di Alessandro Turati, 112 pagine di pazzia e perversione, uno scritto caotico e affollatodi vita che racchiude l’esistenza infelice di un trentenne inetto, depresso, indolente e insieme visceralmente stupido.

Così stupido da risultare simpatico fino all’inverosimile, così banale nella banalità dei suoi racconti, storielle e barzellette da apparire comico, un minchione nato, mi si passi il termine, di quelli con un talento particolare, impresso nel DNA.

Che la mente dell’autore sia un magma caotico in ebollizione lo dimostrano le prime venti pagine del romanzo: si inizia a leggere e si è colti da un senso di smarrimento. Parola dopo parola, frase dopo frase, si impilano dialoghi senza senso, nomi di personaggi che si dubita possano essere i veri protagonisti di una storia che, all’inizio appena accennata, si delinea e chiarisce soltanto giunti a metà del cammino, interrotta da allucinazioni etiliche e oniriche, sporcata dalla miseria di stralci di vita del presente che si sovrappongono a quelli del passato.

Le 13 cose è un romanzo che diverte e fa ridere per l’enormità delle sciocchezze raccontate, ma è anche un romanzo in cui alle battute demenziali fanno da contrappeso i sorrisi amari, quelli che nascono dall’ironia con la quale spesso si accettano le sconfitte della vita. Nascosta dietro all’aspetto più divertente del libro, vi è una storia miserevolmente umana: quella di un giovane che, persa in breve la famiglia e la donna della quale era innamorato, si ritrova solo al mondo, con una manciata di ricordi dolorosi da gestire. Un uomo che decide di arrendersi e di buttarsi via, sopravvivendo, e male, ai giorni che si avvicendano sempre uguali e vuoti.

«Torno al mio ovile e mi siedo un attimo per capire cosa fare: il mio affaccendarmi mi è oscuro. Poi, un colpo di genio: chiudo porte e finestre serrandole al meglio. Apro il gas a manetta. Infine, per spezzare l’attesa, apro il forno e do un morso alla fetta di melone giallo che ormai è diventata una ruga […] Accendo una sigaretta: vengo avvolto da una vampata e assordato da un boato inenarrabile. Ho l’impressione di sentire la testa accartocciarsi su se stessa e le braccia sfilacciarsi come una fune troppo tesa. Le gambe non le sento più e l’uccello è schizzato nello schermo del televisore per poi frantumarsi in mille pezzetti, come un puzzle. Mi resta giusto un secondo per un’ultima considerazione: bravo coglione, proprio un’idea del cazzo hai avuto!»


(Alessandro Turati, Le 13 cose, Neo Edizioni, 2012, pp. 112, euro 12)

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