“Aspettando il mare” di Bakhtiar Khudoijnazarov apre il Festival del Cinema

di / 10 novembre 2012

Un peschereccio in partenza verso il mare calmo, una donna spaventata da un presagio che corre verso il capitano e lo implora di portarla con sé, lasciando a terra una bambina. Poi la nave in rotta verso una tempesta di sabbia e il capitano che si risveglia a riva, spazzato lontano dal vento.
Inizia così Waiting for the Sea (proiezioni il 9/11 alle 20:30 in sala Cinema Lotto e il 10/11 alle 15:00, stessa sala) di Bakhtiar Khudoijnazarov, film fuori concorso a cui è toccato il compito di inaugurare la settima edizione della Festa Internazionale del Cinema di Roma.
È fortemente evocativo, un kolossal atipico che attinge riferimenti dagli spunti più disparati, dal cinema western alla pittura romantica.
Il capitano Marat, protagonista della storia, incarna l’ostinazione dell’uomo contro ogni difficoltà. La tempesta furibonda che ha spazzato via la sua vita, portandosi via nave, equipaggio e amore, non ha risparmiato nulla, neanche il mare. Via, svanito, prosciugato. Là dove c’era l’acqua ora c’è la sabbia, un deserto arido costellato di relitti di natanti naufragati esposti al sole come ossa di animali enormi. La comunità di pescatori è sopravvissuta e ha trovato un nuovo modo di organizzarsi. Guarda costantemente al passato, ha eretto musei dove un tempo c’era il porto e si strugge nel ricordo della pesca e di quell’acqua in abbondanza che tanto servirebbe a tutti per lavare via la polvere che ricopre ogni cosa. Tutti odiano Marat. Lo ritengono responsabile della morte della ciurma, colpevole dell’imperdonabile errore di aver voluto sfidare il mare nonostante i presagi negativi che serpeggiavano nei discorsi degli anziani e nel timore dei pescatori.
Quando Marat fa ritorno al paese dopo cinque anni passati lontano in un esilio non si sa quanto volontario nessuno è pronto ad accoglierlo, se non il vecchio amico Balthasar. Nonostante le ostilità, Marat è dovuto tornare per trovare la pace. A quel nuovo paesaggio deserto, sia emotivo che panoramico, il capitano non riesce a rassegnarsi. È convinto che il mare non possa uccidere, che le persone volate via con le onde siano ancora da qualche parte, che basterà rimettere la nave in mare per trovarle e salvarle. Così decide di trascinare, letteralmente, la sua nave in un viaggio alla ricerca del mare, lasciandola navigare per il deserto sospinta da un argano e dalla sua folle determinazione.
Khudoijnazarov ha dichiarato che Waiting for the sea, che giunge a quasi sei anni di distanza dal precedente, e acclamatissimo, Luna Papa, si ispira al drammatico prosciugamento dell’Aral, lago salato al confine tra Uzbekistan e Kazakistan, un tempo quarto lago più grande al mondo e ora ridotto a misero specchio d’acqua a causa del violento sfruttamento sovietico, che ha portato a una drastica riduzione del bacino idrico.
Collocando la vicenda in una regione russa non precisata, Khudoijnazarov accantona ogni intento ambientalista e mantiene della vicenda dell’Aral solo la carica immaginifica delle distese di sabbia e sale su cui si stagliano rottami arrugginiti di navi. Concentrando la narrazione sulla realizzazione di un’impresa impossibile, il regista ha messo in scena un film spettacolare sul piano delle immagini (il rituale apotropaico iniziale, con le donne del villaggio che gettano petali in mare per chiedere clemenza per gli uomini che si stanno per imbarcare, e la tempesta che investe Marat sono sequenze di forte impatto visivo), ma che perde molto sul piano dello sviluppo narrativo. Accade molto poco nei 120 minuti del film. Nessun sussulto, nessun colpo di scena, niente è capace di smuovere il capitano dal suo folle volo, né l’ostilità dei paesani, né l’invincibile amore di Tamara, la sorella della defunta amata. Gli ostacoli posti lungo il suo cammino non durano lo spazio di un minuto, vengono superati senza fatica, senza che nulla cambi, e quando infine il mare arriva si rimane in attesa di qualcos’altro che sia.
Al di là del merito artistico, la scelta di Waiting for the sea come pellicola inaugurale stupisce sul piano mediatico. Il fascino che un film russo, per quanto di un regista apprezzato, può esercitare sul grande pubblico è molto relativo. L’accoglienza riservata al cast alla sfilata inaugurale sul tappeto rosso è stata tiepida e leggermente distaccata, con l’esigua folla presente ai lati della passerella animata più da generica curiosità, più per la madrina Claudia Pandolfi, oltretutto, che da reale interesse o entusiasmo verso gli attori – tutti bravi – tutt’altro che volti noti del grande schermo.
Una partenza in chiave minore rispetto alle precedenti edizioni, quindi, che ha lasciato poco spazio alla mondanità e allo sfarzo puntando piuttosto su una proposta originale e di qualità. Saranno i prossimi giorni a dire se la scelta del neo-direttore artistico Marco Müller si sarà rivelata vincente.

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