Bruno Munari all’Estorick Collection of Modern Italian Art di Londra

di / 4 dicembre 2012

Passeggiando a nord di Londra, nel quartiere di Islington, precisamente al numero 39 di Canonbury Square si può incontrare un edificio che, dietro le sembianze di una casa georgiana, cela a un primo sguardo la sua natura di museo. Abituati ai grandi centri londinesi votati alla contemporaneità artistica, quali la Tate, questo museo appare subito in confronto piccolo e dimesso. Eppure la Estorick Collection of Modern Italian Art è un luogo da scoprire, di quelli che disvelano vere preziosità, splendide opere italiane della prima metà del passato secolo, in particolare riconducibili al movimento futurista. Balla, Boccioni, Carrà, de Chirico, Manzù, Modigliani, Morandi, Russolo, Severini, Soffici sono solo alcuni degli artisti presenti nella collezione permanente che ha preso forma negli anni Cinquanta del Novecento, grazie all’azione di Eric Estorick e di sua moglie Salome Dessau, i quali iniziarono ad appassionarsi all’arte del nostro paese dopo la scoperta, durante un viaggio in Svizzera, del libro Pittura e scultura futuriste (1914), di Umberto Boccioni.

L’edificio è strutturato su più piani e tra diverse stanze dalle dimensioni raccolte, alcune deputate a ospitare la collezione del museo e altre utilizzate per mostre temporanee dedicate sempre a figure dell’arte contemporanea italiana.

In questo momento, e fino al 23 Dicembre 2012, è possibile visitare una brillante esposizione incentrata su un artista ironico e poliedrico, espressivamente prolifico: Bruno Munari (1907-1998) è difficile da riassumere, impossibile quasi, perché troppo vasta è stata la sua riflessione, troppo alto il numero e svariata la natura dei suoi lavori: «Né pittore, né designer, né pedagogo, ma tutte queste cose insieme» ha detto Gillo Dorfles, cofondatore insieme ad Atanasio Soldati e a Gianni Monnet, nella Milano del 1948, del gruppo MAC (Movimento Arte Concreta), che promuoveva un’arte che voleva svincolarsi dalla rappresentazione mimetica della realtà e che allo stesso tempo si distingueva dall’astrattismo post-cubista non volendo avere riferimenti con la natura o con l’ambiente. Munari si è dedicato all’astrazione, dunque, ma anche alla concretezza, la materia e la tecnica sono aspetti a fondo indagati che l’hanno condotto a costruire e a sperimentare: «L’arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate, aggiunta di esperienze nuove, nelle forma, nel contenuto, nella materia, nella tecnica, nei mezzi», affermava lui stesso. Il “fare” come matrice del suo lavoro è ciò che ha spinto le sue ricerche, assumendo importanza nell’ambito di tutte le sue riflessioni, come per esempio quella sul mondo dell’infanzia: l’artista, sempre attento alla dimensione della pedagogia, è da riconoscere come il fondatore dei “laboratori per l’infanzia”, spazi ricreativi per avvicinare i più piccoli al mondo dell’arte, luoghi attivi in cui far convivere didattica e gioco. Il gioco, appunto, è uno degli elementi fondamentali dell’operare di Munari, qualcosa che lo definisce a partire dalla personalità, un uomo che non prende mai troppo sul serio se stesso e quello che fa, un impegno continuo unito a un intelligente distacco che lo porta ad accostarsi con ironia e leggerezza alle cose del mondo.

La mostra londinese Bruno Munari: My Futurist Past, indaga diversi aspetti di una variegata e composita opera. La curatrice Miroslava Hájek, profonda conoscitrice dell’artista, ha lavorato al suo fianco, organizzando la sua collezione e ricevendo direttamente documentazione sul suo lavoro. L’esposizione è così la manifestazione di uno studio attento, specialistico che dona spunti importanti per comprendere un mondo caleidoscopico. La Hájek, mostrando certi lavori, ha offerto un’idea chiara del percorso di Munari e, seppure siano poche paragonate al corpo complessivo, queste parti lasciano la sensazione di aver compreso l’ampiezza di un mondo molteplice e ricco.

Si trova una sala dedicata ad approfondire i rapporti con il futurismo: nel 1926 Munari giunge giovanissimo a Milano e conosce Marinetti, che non solo lo introduce nel gruppo futurista milanese, ma lo considera il più brillante e promettente tra gli esponenti. Si distingue, infatti, per originalità e creatività e accoglie l’attenzione rivolta al movimento e allo spazio, riflettendo sul superamento della dimensione statica del dipinto. Si trovano esposte in mostra le “macchine inutili” e quelle “aritmiche”, simili le prime ai mobiles di Calder, sculture formate da lunghi parallelepipedi e forme geometriche sospese in aria da fili trasparenti; le seconde, invece, pioneristiche per quanto concerne l’arte cinetica, sono definibili come opere in azione, messe in moto da meccanismi a molle che riconducono alla mente le sculture meccaniche e in movimento di Tinguely (il quale fu stimolato dall’incontro con l’artista italiano).

La partecipazione al futurismo, dal quale in seguito si slega per ovviare a una vita artistica troppo definita, etichettabile, lo avvicina anche al mondo delle avanguardie, agli esiti del surrealismo, del dadaismo e allora si comprende come tutto questo sostrato culturale lo conduca a realizzare un’opera come “Indicazioni per costruire un agitatore di coda per cane pigro”, una pagina illustrata in cui viene spiegato il funzionamento di tale marchingegno.

Ma le ricerche sulla forma sono solo all’inizio del loro procedere. Il quadro “Positivo-negativo con linee curve” del 1950 rappresenta un’altra intuizione giocosa dell’artista, quella di mettere lo spettatore in condizione di riconoscere quale sia il primo piano della figura e quello dello sfondo. Un’astrazione che si accompagna a quelle di stampo geometrico, collocate accanto, precise e imponenti anche in quanto a dimensioni fisiche dei quadri.

 

Un’altra fase della vita dell’artista alla quale necessariamente la mostra fa riferimento è quella della produzione grafica, il Munari designer, identità questa che unisce la creatività alla funzionalità e alla comunicazione.Nel corso degli anni Venti e Trenta lavora a capo del settore grafica di riviste come L’ala d’Italia, La rivista illustrata del Popolo d’Italia, Natura, La Lettura, L’almanacco letterario Bompiani, Tempo e Domus, e si occupa di campagne pubblicitarie di importanti aziende italiane come Pirelli, Campari, Olivetti e Agip. In mostra si possono osservare alcuni esempi di tali illustrazioni.

La mostra si conclude in una sala ai piani superiori dedicata unicamente a “Concavo-convesso”, forse l’opera più rinomata dell’artista. Si tratta di una scultura appesa, a rete metallica, che ricorda la forma di una nuvola. Ci si trova dinanzi a uno dei primi esempi di installazione nell’arte italiana, insieme all’ambiente nero spaziale di Lucio Fontana.
 


L’opera non è pensabile o fruibile slegata dall’ambientazione che costringe lo spettatore a vivere un’esperienza sensoriale, emotiva completa, «l’oggetto vibra di effetti ottici ma la sua ombra, riempiendo lo spazio circostante e creando effetti paralleli, diventa forse più importante e innesca nello spettatore una reazione emotiva che l’oggetto da solo non riesce a trasmettere».

Uomo dall’ingegno multiforme, Bruno Munari ha lasciato una grandissima eredità di opere e di idee e questa mostra rivela la grande ricchezza di un animo giocoso e di una carriera infinitamente creativa.

 

Bruno Munari: My Future Past
Presso l’Estorick Collection of Modern Italian Art di Londra.
Fino al 23 dicembre 2012.

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