“Nel vento” di Emiliano Gucci

di / 30 gennaio 2013

Emiliano Gucci di libri ne ha visti tanti. Li ha riposti, consigliati, impilati quando erano tanti, riordinati quando invece erano troppo pochi. Lo ha fatto e lo fa ancora perché è il suo lavoro. Le usanze odierne lo chiamerebbero “addetto alla vendita”, denominazione di origine poco controllata che applica l’etichetta a qualsiasi insegna, a qualunque merce da esporre e fatturare. Ma per me, come per quelli che il suo mestiere lo indossano e imparano ad amarlo molto più di come si ama un vestito, il termine abitabile è solo “libraio”. Ebbene, Emiliano Gucci è un libraio di Prato. Che ha deciso di compiere un salto. Di calarsi al di là della pagina. Di scrivere qualcosa che avesse il suo nome.

E il suo primo risultato è Nel vento (Feltrinelli, 2013).

Storia che inizia storta. Coi polmoni anneriti di cenere. Torva, scurissima, malgrado nevichi.

Il protagonista, da adolescente, assiste all’omicidio del fratello da parte di suo padre.

Assiste perché si cristallizza, il suo corpo si congela guardando in basso, raccontandosi che quell’assurdo si asciugherà in fretta. E invece il padre non si arresta, fracassa una stampella sulla testa di suo figlio, che si preme il cranio, provando quasi a contenere la fine, che era già arrivata. Lo ha visto uscire di casa, spalmarsi sul bianco ghiacciato e poi morire senza un rumore. 

Da lì, da quell’atto di impotenza confessato alle pareti, all’aria che gli punge i piedi, quel ragazzo sopravvissuto alla tragedia, perché non ha saputo entrarci, sceglie di voler correre.

Corre per spingersi in avanti, perché voltarsi sarebbe innaturale. Indietro graffia, indietro infetta.

Non pensa ad altro. Scappare forte, scappare veloce. Si rifugia nello scatto, picchietta ossessivamente la punta delle scarpe chiodate sui blocchi di partenza. Su tutti i blocchi possibili.  È quello il mantra adottato dal bisogno. Si rivolge a Stefano, il suo insegnante di ginnastica, a cui non chiede niente, se non di correre. Quello che è stato resta avvolto dentro una campana. Il perché di un orrore così denso, del sangue che annega la neve. Quello stesso terreno che poi diventerà un vigneto, quell’angoscia vinificata in botte, imbottigliata e tracannata senza sosta.

Il suo pensiero fisso si tramuta in obiettivo, lo scampato si fa corridore. Lui vuole solo allontanarsi, bruciare legna di distanze, segnare chilometri e giorni lontano da ciò che lo ha scheggiato. Da ciò che lo rincorre.

E comincia a gareggiare. Sul serio. Anche quel mondo, però, è sporco. Vive solo nell’attesa dello sparo.

E poi fino al traguardo. Ma tutto ciò che lo attornia, che lo segue, è una vertigine di squallore e scommesse, un universo putrefatto in cui gli avversari sono innominati, proprio come lui.

Hanno identità cifrate. Sono UNO, CINQUE, SETTE, volti divorati dalle sanguisughe, geometrie di corpi cesellati dalla chimica, dai diktat degli anabolizzanti, entità in movimento che vincono o perdono solo per ingrassare qualche portafogli. Al protagonista non interessa prestarsi al gioco. Lo ha fatto fin troppo, rinunciando alla salute, a pensarsi vecchio.

Ormai è stanco, sventrato dalle sostanze incapsulate nello stomaco e in mezzo alle arterie. Vuole solo aggiudicarsi il podio, il gradino più alto stavolta. E da lassù dire tutto il necessario, svuotarsi.

O riempirsi di ciò che gli manca.

Come l’amore che ha lasciato andare, con quella mela addentata sul tavolo, quel futuro mai morso abbastanza. Beatrice, la sola che poteva salvarlo, la sola con cui camminare e non da cui staccarsi, non ce l’ha fatta a sopportare il piombo dei suoi occhi.

E allora non resta che correre, fino a bruciarsi. Ma continua a qualificarsi secondo, a incarnare lo scarto. Quel passo mancato come una vittoria mai afferrata. E la corsa non basta a dimenticare. La fine non porta da nessuna parte, non c’è traguardo per chi vuole fuggire. I drammi si guardano sospesi, sono bolle che scoppiano nel vento. Appunto. Per chi è secondo il finale resta a metà. Come quello del romanzo.

Che comincia densissimo e rimane incompiuto, con frattaglie di immagini affollate e una sola domanda: «Era o non era quella la nostra vita?»

Una scrittura secca, affilata, senza scampo. Disillusa e acuta. Confluita in un libro che non occupa solo qualche centimetro nello scaffale, ma resta un mondo infelice che ci incolla alla partenza. L’avventura di una storia a cui è difficile non andare incontro.

(Emiliano Gucci, Nel vento, Feltrinelli, 2013, pp. 144, euro 12)

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