“Human Quasar” degli Aemaet

di / 11 marzo 2013

Nomi rivelatori capaci di anticipare la Musica. In primis, quello della band: Aemaet. Termine ebraico, significa verità. Scelto dai membri del gruppo per omaggiare il film caposaldo dell’espressionismo tedesco Der Golem di Paul Wegener. Nel film, secondo la leggenda, il rabbino – usando tale parola – dà vita all’informe materia, diventando lui stesso Creatore. Citando le parole del bassista Cristian Ciccone, lasciateci in una precedente intervista qui su Flanerí: «Un gesto che dà vita e dà verità, ed è un po’ quello che la musica è per noi: vita vera».

Bene, ora parliamo di Human Quasar. Nome dell’album d’esordio targato Aemaet, uscito a Marzo. Lavoro profondo e coinvolgente, in cui vivono e dialogano l’umano reale e concreto, e il quasar, la parte della galassia più misteriosa e lontana, ai confini dello spazio e del tempo. Nella contrapposizione di due concetti così antipodici (basti pensare che il quasar è stimato a 10 miliardi di anni luce da noi!) nasce un concept dalla doppia natura distinta e contrapposta. Naturale e spontanea la cesura, come ai vecchi tempi, in un lato A e lato B. I nomi dei due side? Naturalmente White Matter e Black Matter.

Nella Materia Bianca è concentrata la parte della veglia, della concezione del reale, l’ambito in cui l’uomo si muove ogni giorno, secondo le gerarchie e classificazioni stabilite dalla società. Gerarchie che già del primi brano d’introduzione, sembrano crollare. Infatti i contorni della prima traccia “Vetus Ordo Seclorum” accompagnano l’ascoltatore in un anti-ordine da contrapporre all’attuale. Musicalmente siamo nei contesti cari al gruppo: un alt rock con basi solide e ben calibrate tra new wawe e grunge. Le chitarre scuotono l’aria e il virtuosismo scalpitante spezza subito il muro di perplessità che spesso nasce di fronte il lavoro di una band esordiente. Hanno le idee chiare gli Aemaet e la loro musica lo dimostra.

Neanche il tempo di rifiatare dopo l’intro e la tastiera sintetizzata di “The Iconosclasts” apre un brano ancora più furioso, sfociante nel folle finale. Interessante l’aggiunta in stereofonia contemporanea di due annunci giornalistici molto importanti per la storia dell’umanità: la telefonata fatta da Nixon nel ’69 agli astronauti sbarcati sulla Luna, e l’annuncio della CNN dell’attentato dell’119. A concederci un’oasi di melodia ci pensa la successiva “A Boy Called Hermes”, unico pezzo del disco a trattare esplicitamente d’amore, sorvegliato dalla divina e poetica presenza. A bruciare l’aria ci pensano i vorticosi assoli di “Demons of Dawn.” Gli strumenti simulano l’attacco fisico di questi demoni dell’alba, pronti ad accanirsi sul risveglio di ogni uomo. A chiudere il lato dello Materia Bianca, le pulsazioni di “Andy the Mothman”, che con i suoi cinque minuti e mezzo è la summa strumentale adatta a chiudere la prima parte. Una chiusura fortemente emotiva, poiché la vicenda di Andy tratta del suicidio di un artista amico del gruppo.

Sono i riff di “Slumber” ad aprire lo scenario sulla Materia Nera. Ora tutti i riferimenti al reale e al quotidiano saltano. Le interpretazioni e i contesti concreti s’annullano. Adesso inizia un viaggio notturno, onirico, oscuro e indefinibile. Un percorso musicale carico d’atmosfera, assicurato dalla successione di “The Hangman”, “Shadow”, “Paradoxical Sleep” e “A Shelter From A Dreams”, in cui è possibile lasciare ogni zavorra fisica per concedersi a un cosmico e appassionante trip rock capace di lasciare il segno subito dopo il primo ascolto.

Al loro esordio, gli Aemaet dimostrano d’avere le carte in regola per lasciare il segno. A loro favore gioca una costruzione del brano – testuale e musicale – davvero notevole, in cui la profondità e lo spessore del testo si miscela caparbiamente nello sfogo musicale inarrestabile. Se si aggiunge a questo anche l'edificazione di un album coeso e coerente che affascina e non stanca, il quadro è chiaro. Ora, non resta che vederli dal vivo. E che il viaggio verso il quasar possa continuare.

(Aemaet, Human Quasar, 2013) 

 

 

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