[SongList] Musica e Storia (seconda parte)

di / 22 marzo 2013

Fabrizio De André – “Fiume Sand Creek”

Nel 1858 vennero scoperti nuovi filoni aurei sulle Montagne Rocciose, all’interno dello Stato del Colorado, nella zona che era stata ufficialmente riconosciuta nel 1861 alle tribù indiane dei Cheyenne e degli Arapaho. Successivamente un’ondata di coloni cominciò a stabilirsi nelle zone indiane alla ricerca dell’oro. Questo causò l’inizio di alcune scaramucce tra i coloni e i nativi americani, che portò però alla stipulazione di un primo trattato, il Trattato di Fort Wise, che riconosceva agli Stati Uniti la proprietà dei territori precedentemente occupati dagli indiani e prevedeva il trasferimento di questi ultimi nella riserva dell’Oklahoma, a sud di Sand Creek. Nello stesso anno, il 1861, iniziò la Guerra di Secessione americana che portò alla formazione della Milizia del Colorado sotto il comando del colonnello John Chivington – «un generale di vent’anni, figlio del temporale» – che, di comune accordo con il governatore dello Stato del Colorado John Evans, adottò una linea durissima contro gli indiani al fine di scacciarli definitivamente dal loro territorio. Questo portò all’attacco dell’insediamento pacifico di Sand Creek della comunità Cheyenne, guidata dal capo indiano Pentola Nera il quale, fidandosi delle promesse di pace statunitensi, allontanò, come raccontato da De André nel brano, tutti i suoi guerrieri dal villaggio, i quali al momento dell’attacco si trovarono così «troppo lontani, sulla pista del bisonte», lasciando l’insediamento completamente indifeso. Ottocento uomini della Cavalleria del Colorado piombarono sul villaggio la mattina del 29 novembre 1864, massacrando quasi duecento indiani: tutti donne, bambini e anziani. Il tragico epilogo diventa poesia straziante nelle parole di De André: «anche i bambini dormono, sul fondo del Sand Creek».

 

Francesco De Gregori e Giovanna Marini – “Il monarchico Bava”

Questo storico canto del canzoniere popolare italiano ha per protagonista il generale Fiorenzo Bava Beccaris, nato in provincia di Cuneo nel 1831. Entrato all’età di 14 anni nell’Accademia Militare del Regio Esercito, partecipa prima alla Guerra di Crimea (1853-1856) e in seguito alla seconda e terza Guerra d’Indipendenza, rispettivamente nel 1859 e nel 1866, divenendo nello stesso anno il direttore generale dell’artiglieria e del genio al Ministero della Guerra.

Deve la sua fama alla repressione dei moti milanesi del maggio 1898. Milano era già all’epoca diventata la capitale finanziaria d’Italia, di cui era la seconda città per numero di abitanti dopo Napoli, e al tempo stesso si apprestava a divenire uno dei principali centri industriali della penisola. La situazione economica alla fine dell’Ottocento non era delle più rosee per le classi sociali più basse a causa della larga disoccupazione e dell’abbassamento dei salari: la goccia che fece traboccare il vaso fu il generale rincaro dei prezzi dei generi alimentari primari e in particolare l’aumento del prezzo del pane, che passò nel 1898 da 35 a 60 centesimi al chilo. La situazione precipitò presto in sommovimenti popolari spontanei, che raggiunsero il loro apice nel maggio del 1898 proprio a Milano, dove Bava Beccaris era comandante dell’artiglieria e del genio, quando le proteste popolari, «la folla che pan domandava», divennero più dure, scatenando la conseguente reazione delle forze dell’ordine. Venne proclamato lo sciopero generale e vennero alzate le barricate a Porta Venezia, Porta Vittoria, Porta Romana, Porta Ticinese e Porta Garibaldi. Il Governo Rudinì incaricò quindi il generale Bava Beccaris di riportare l’ordine nella città ed egli non esitò a far intervenire duramente l’esercito tra il 7 e il 9 maggio di quell’anno, utilizzando anche numerose batterie di artiglieria pesante – il «fuoco degli armati Caini e al furor dei soldati assassini» La carneficina fu impressionante: rimasero uccise all’incirca 100 persone e altre 400 ferite. La sera di domenica 8 maggio il feroce monarchico Bava telegrafò al Governo che la rivolta poteva considerarsi domata e il 5 giugno dello stesso anno ottenne dal re Umberto I una decorazione al valore militare seguita, il 16 dello stesso mese, da un seggio nel Senato del Regno.
 


 

Francesco Guccini – “Primavera di Praga”

Il 5 gennaio 1968 salì al potere in Cecoslovacchia il riformista slovacco Alexander Dubcek, che diede il via a una serie di riforme tendenti a liberalizzare e democratizzare la vita politica e sociale nel paese che era, dalla fine della seconda guerra mondiale, sottoposto al potere sovietico e sottostante al Patto di Varsavia. Proprio l’Unione Sovietica, però, non appoggiò gran parte delle riforme promosse da Dubcek – in particolare il decentramento economico e la libertà di stampa – e, dopo una serie di negoziati falliti, nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 invase il paese centro-europeo insieme agli alleati del Patto di Varsavia, a eccezione della Romania. Dubcek venne arrestato e portato a Mosca insieme ai suoi più stretti collaboratori, dove venne costretto a firmare un protocollo d’intesa con il Cremlino nel quale si accettava il ritorno della Cecoslovacchia alla situazione politica precedente il 1968. In seguito Dubcek venne rimosso dal suo incarico ed espulso dal Partito Comunista Cecoslovacco nel 1970: al suo posto prese il potere Gustav Husak, che annullò tutte le riforme precedenti, salvo la decisione di dividere il paese in due nazioni distinte: la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca. Le truppe del Patto di Varsavia rimasero comunque all’interno del paese fino al 1990.

 

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