“Pale Green Ghosts” di John Grant

di / 8 aprile 2013

Pallidi fantasmi verdi hanno sostituito la Regina di Danimarca. Nella musica, nelle parole e nell’animo di John Grant. Duemiladieci: il mondo della musica si emozionava con un esordio clamoroso: Queen Of Denmark. In quei brani c’era stillata la vita di Grant: il passato come leader degli Czars, il loro scioglimento, la frustrazione e la depressione, l’alcolismo e la tossicodipendenza, l’omosessualità e le piccole grandi battaglie di un quarantenne arrivato al punto di non ritorno. Fato vuole che i Midlake, ai quali Grant apre i live, rimangano talmente rapiti dalla sua bravura, da “sequestrarlo” in sala di registrazione. In due mesi scarsi nasce il disco, talmente unico e personale da diventare una pietra miliare della discografia degli anni Duemila. Di Queen Of Denmark colpisce tutt’oggi l’eclettismo, la profondità dei testi, il timbro vocale caldo ed emotivo e gli spiazzanti assoli di synth.

Bene, per parlare di Pale Green Ghosts – uscito a marzo 2013 – partiamo proprio dai synth, poiché il secondo album di Grant vira decisamente verso l’elettronica. Entriamo così nell’atipico e diversificato background musicale del cantante: Sinead O’Connor, Eurythmics, Journey, Kate Bush, ABBA e Dead Can Dance. Se nell’esordio l’anima cantautoriale prendeva il sopravvento, qui sono campionatore e sintetizzatore a dominare, in una via di mezzo tra Depeche Mode e New Order. L’iniziale title-track ne è la prova. Le basi e i battiti di “Pale Green Ghosts” dipingono in pochi secondi un’atmosfera sinistra, inquietante. Ancora una volta sono le vicende personali il cuore pulsante della musica di Grant. L’autore di Denver – che ha scoperto di essere sieropositivo – ha scelto d’affrontare i suoi fantasmi nell’isolamento di Rejkjavik, dove ha registrato l’album, in compagnia della O’Connor, presente in molte tracce ai cori. Intanto il ritmo aumenta, pesante e avvolgente, in “Blackbelt”. Ma è con “GMF” (ascoltate il ritornello e capirete l’acronimo) che Grant mostra la perla capace di far trasalire chiunque: il pezzo è diventato subito un cavallo di battaglia, già amatissimo tra i fan. Proseguendo, alla lenta “Wietman” succede un altro momento immenso, che rivaleggia con “GMF” per la canzone più bella del disco: “It Doesn’t Matter To Him”. Una traccia che poteva essere tranquillamente presente in Queen Of Denmark: sia per il ritornello, sia per il monumentale assolo finale di synth. Ma qui c’è un tocco in più: Sinead O’Connor.

L’album prosegue, senza altri picchi. Da notare “Ernest Borgnine”, altra presenza cinematografica usata per trattare delicate problematiche, come la “Sigourney Weaver” del primo lavoro. I sette minuti di “Glacier” chiudono le danze, e i fan e la critica già si dividono sulle scelte musicali e se il disco possa rivaleggiare con la Regina.

Ora, non credo sia produttivo entrare nel merito dei dibattiti. Il sunto è: quando ci si trova davanti a un artista di tale calibro generi e classificazioni passano in secondo piano. Un autore nel pieno possesso del proprio talento, può permettersi scelte azzardate e cancellare con un riga i favori del passato. Quello che conta nella musica di John Grant è il messaggio. Onesto, sincero, capace di emozionare. A prescindere dall’involucro, il nucleo della sua arte è sempre il proprio vissuto, filtrato mirabilmente – e dolorosamente – nei testi. Grant è talmente grande da scegliere di disco in disco quale vestito sonoro gradisce per avvolgere le sue emozioni, i turbamenti, le crisi, le speranze. Perfettamente conscio che quando gli intenti e gli esiti sono così puri, tutto il resto passa in secondo piano.

E i pallidi fantasmi verdi spariscono dall’anima. La sua e la nostra.
 

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