“La metamorfosi” di Franz Kafka

di / 4 maggio 2013

Difficile parlare di un libro di cui già tanti hanno scritto molto, forse troppo. Ma i grandi libri sono anche questo, possibili e infinite interpretazioni.

Fin dalle prime parole La metamorfosi sembra proiettarci in una dimensione parallela, surreale, dove tutto però è descritto con attenzione minuziosa per i dettagli, riconducendo ogni aspetto a una sfera quotidiana. La descrizione della stanza di Gregor sembra quella di un quadro iperrealista al cui interno viene introdotto, con un pizzico di black humor, questo goffo scarafaggio nero su cui tutte le linee convergono: «Gregor Samsa svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto in un enorme insetto immondo».

Il lettore, spiazzato, ha la sensazione di essere stato catapultato nel mondo onirico del sognatore, forse, Gregor continua a essere immerso nei suoi incubi notturni. Ma l’illusione è immediatamente infranta: «Cosa m’è avvenuto? Pensò. Non era un sogno».

La metamorfosi è avvenuta realmente. Quella mattina la sua sveglia è suonata invano, Gregor non si è destato, forse, non partirà mai più; costretto a letto, non sembra essere tanto sconvolto dalla sua nuova natura, quanto piuttosto infastidito per la sua prima assenza dal lavoro. Un lavoro di commesso viaggiatore che odia, ma che ha intrapreso per necessità, dopo il collasso finanziario del padre. Gregor sembra essersi già arreso al destino; solo le sue lunghe rêverie alla finestra, svelano ai lettori più attenti un’intima ricerca di speranza lontano dal buio di quella casa fredda.

La famiglia da lui tanto amata e per la quale vorrebbe continuare a sacrificarsi ben presto lo abbandona a se stesso, la sua stanza diventa una pattumiera, qualunque oggetto lercio e arrugginito viene posto lì in attesa di future pulizie. Il padre, dall’istante in cui il “nuovo Gregor” è apparso davanti ai suoi occhi, desidera inconsciamente ucciderlo; la madre, ormai depressa, si limita a placare le ire del marito.

La stanza di Gregor è il punto gravitazionale del romanzo: inizialmente serrata con veemenza dal padre, diviene prigione e contemporaneamente spazio intimo e incontrastato del protagonista. È la sua tana. Dopo l’atroce lancio delle mele, la porta della camera, immersa nel buio, rimarrà aperta tutte le sere, per ricordare ai familiari che Gregor è uno di loro. Ma Gregor non è più uno di loro, è un peso, e quella porta aperta sul baratro è solo un’attenuante alla loro ipocrisia, a quella brutalità occultata sotto le vestigia della normalità. La porta diviene il punto nevralgico della casa e quella stanza lo spazio eterotopico, connessione straniante tra due mondi paralleli, troppo distanti per incontrarsi.

Un imponente muro invalicabile si innalza tra l’individuo e la società, tra l’apparente finzione della famiglia e quell’abnorme essere. Gregor non è più socialmente accettabile, è un reietto di cui liberarsi, indegno dell’amore paterno e materno.

Gregor oblia la sua umanità, è diventato un inutile insetto. Forse solo per un attimo ci ricrediamo davanti all’impossibilità di rispondere noi a quella domanda straziante che Gregor pone a se stesso: «Era davvero un bestia, se la musica lo commuoveva tanto?».
Forse anche per quel immondo scarafaggio esisteva una via di redenzione.

Ma quel mostro, che l’uomo guarda e in cui si rispecchia, provoca una vertigine spaventosa dal quale terrorizzato scappa, per paura di riflettersi in lui, di rivedere nei suoi occhi l’abisso che li divora. Le tenebre del suo Io, la sua essenza metamorfizzata libra nel testo un’energia sconosciuta e arcana.

Tutte le opere di Kafka sono intrise di un pregnante autobiografismo. Lo scrittore appare lacerato da forze contrastanti e opposte: l’odio per il padre e la continua ricerca della sua approvazione; il desiderio di un matrimonio felice e la sua intima pretesa di solitudine; l’amore per i suoi scritti e la volontà di consegnarli alle fiamme; la rivendicazione di una speranza e la paradossale testimonianza dell’angoscia esistenziale del suo tempo, dell’impossibilità comunicativa tra gli uomini. Quella stessa incomunicabilità che condanna Gregor alla solitudine e alla preminenza della sua parte oscura.

La metamorfosi è un libro maestoso che ci lascia senza parole, e senza certezze, che ci obbliga a riflettere e a ricercare il senso di ciò che è stato letto. Kafka non ci consegna le chiavi della verità, lui pretende che ognuno ricerchi la propria.


(Franz Kafka, La metamorfosi, trad. di Enrico Ganni, Einaudi, 2008)

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