“La ragazza” di Angelika Klüssendorf

di / 16 maggio 2013

Se un vostro amico appassionato di Greimas vi raccontasse la trama del romanzo di Angelika Klüssendorf, delineandone soltanto le figure attanziali, vi sembrerebbe di trovarvi di fronte a un nuovo romanzo della Kristof. Soggetto, Adiuvante, Opponente, Destinatario, sono tutti elementi presenti sotto forma di personaggi terribili ne La ragazza (L’orma Editore, 2013), terribili e autentici come soltanto la Kristof potrebbe immaginarli.

Una madre alcolizzata che desiderava il vostro aborto e ve lo descrive in maniera così dettagliata da renderlo retroattivamente reale, un padre fantasma che con i suoi viavai rende la vostra esistenza ancora più instabile, un fratello semiautistico la cui compagnia ricorda sempre più un’assenza, una realtà spigolosa e monotona, in cui soltanto rubare le caramelle al negozio all’angolo può donare un briciolo di vitalità. Figure senza nome proprio, personaggi emblematici, attori di una pièce di provincia un po’ squallida e raffazzonata.

Ma, per quanto il vostro amico possa essere un appassionato di Greimas, sa bene che un consiglio di lettura infarcito di interpretazioni strutturaliste può rendere poca giustizia al libro in questione. La ragazza è, infatti, ben più di un collage di personaggi ben costruiti, efficacemente cattivi, come solo l’età adulta agli occhi di un bambino può esserlo.

È prima di tutto una storia di formazione al femminile, o, piuttosto, una storia che prende in prestito i codici del romanzo di formazione per rappresentare la resistenza spietata di una ragazza a una realtà che, nel migliore dei casi, le si mostra indifferente.

«Merda che vola per aria, sfiora i rami di un tiglio, colpisce il tetto di un autobus in corsa, plana sul cappello di paglia di una giovane donna, si spiaccica sul marciapiede.La gente per strada si ferma e guarda in alto. Il sole picchia giallo come zolfo, e piove merda, ma non cade dal cielo».

La «merda che cade, non cade del cielo» è la prima, fulminante, immagine che apre il romanzo della Klüssendorf e che racchiude in sé il senso della ragazza e della sua resistenza: chiusa da giorni con il fratello in un palazzo fatiscente di un’imprecisata zona della Germania dell’est, negli ultimi, agonizzanti anni della DDR, la ragazza con «un braccio bianco prende lo slancio» a costo di inzaccherare il cappello di una passante, destando così l’attenzione della polizia di quartiere, non ce la fa a tenerla dentro, la rigetta fuori dalla finestra, lancia la sua sfida al mondo.

Sono cinque gli anni che vengono raccontati, e il lettore li segue da lontano, così come l’autrice ce li presenta. Del romanzo di formazione ritroviamo soltanto le vesti; ancora una volta, seguendo l’esempio dell’autrice ungherese, la Klüssendorf decide di non permettere al lettore di allentare la presa, di rilassarsi, di “entrare” nella lettura. «Viene costretta», «le arriva», «entra a fatica», «cerca di capire»: i verbi al presente dominano nel romanzo, creando una sorta di cronaca anti-descrittiva; le azioni della ragazza ci sono raccontate come può raccontare un’azione la didascalia di un quadro. Abbastanza chiara da mostrarci l’azione nitida e concreta e, allo stesso tempo, abbastanza elusiva da non permetterci di renderla nostra. La storia della ragazza deve conservare il suo status di autonomia letteraria, non è una storia in cerca di lettori empatici e commossi, quanto piuttosto di testimoni, di ascoltatori.

«Nell’istituto c’è un silenzio inconsueto, va ai bagni comuni e apre le docce. Non la vede nessuno e nessuno può prenderla in giro, saltella da una parte all’altra, le piccole, dure gocce d’acqua le rimbalzano sulla pelle fino a farle male. Si mette davanti al grande specchio e non riesce a valutare che cosa le mostri: non è più una bambina, ma non è nemmeno altro, una non bambina, una non ragazza, una cosina magra stecchita; si avvicina al vetro, ci preme il naso contro e si dà un bacio».

Essere un’adolescente in una famiglia ai margini, in una società descritta senza orpelli, cruda e crudele, è essere doppiamente reietti, rifiutati in un paese di rifiuti. Eppure la ragazza riesce a perdonarsi, bacia la sua immagine allo specchio che non è più una bambina né ancora altro. Ed è forse questa l’unica cosa che sembra chiederci: ascoltare la sua storia e non sentenziare nulla, immaginare assieme a lei di «andar giù fino a toccare il fondo del mare, poi […] scattare nell’acqua fino in superficie, riemergere, come nuova, come se non fosse mai successo niente».


(Angelika Klüssendorf, La ragazza, trad. di Matteo Galli, L’orma Editore, 2013, pp. 168, euro 16)

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