“Still Smiling” di Teho Teardo & Blixa Bargeld

di / 3 giugno 2013

Negli ultimi decenni la musica è diventata uno spazio molteplice, continuamente mutata e mutante, un grande contenitore all’interno del quale la libertà espressiva degli artisti si sta sempre più dedicando a scomporre e ricomporre la realtà con intenti cubisti. Gli oggetti della composizione risultano liberi da gabbie precostituite e i rapporti alterati modificano la percezione tra persone, cose e idee. La contaminazione è diventata ormai l’elemento dominante. Una contaminazione che si tinge di temi crepuscolari in questo nuovo Still Smiling (Specula Records, 2013), firmato da due personaggi decisamente affascinanti. Blixa Bargeld, vecchio terrorista sonoro trasformatosi in filosofo gentiluomo in giacca, panciotto e cravatta, e Teho Teardo, compositore molteplice che fa convivere nelle sue opere musica colta e distorsione effettistica, divagazioni industriali e contrappunti classicheggianti.

Ritroviamo in queste dodici tracce una cinematografia sentimentale fatta di primi piani, inquadrature tagliate, ritmi, dinamismi e salti temporali che compongono un acquerello onirico e vorticista, un canto orfico sconnesso a metà tra il sogno e la veglia, tra il ricordo e la speranza, tra ironia e malinconia, frutto di uno sguardo laterale sulla società contemporanea. Teardo è un maestro dell’obliquo, costruisce edifici sbilenchi con quartetti d’archi, pulsioni elettroniche e chitarra baritona i quali, proprio quando sembrano sul punto di implodere e rovinare rumorosamente al suolo, trovano invece inattesi punti di equilibrio, costruiti principalmente intorno al centro di gravità rappresentato dalla voce di Blixa, ancora una volta in una performance musico-teatrale visionaria e inimitabile. La simbiosi risulta così perfetta sotto i cieli per una volta simili di Roma e Berlino. Voce e musica si accompagnano vivendo l’una dell’altra in un rapporto dove le due individualità giungono a una sintesi ideale.

L’apertura è affidata a “Mi scusi”, cantata in un italiano dichiaratamente zoppicante e che mette in scena una ironica riflessione meta-linguistica e culturale sulle capacità comunicative delle lingue parlate, ripresa poi nella seconda parte del disco con “What if…”, dove anche il Paradiso diventa un errore di traduzione. Si prosegue perdendosi negli sterminati orizzonti onirici di “Come up and see me”, dove gli archi volteggiano in crescendo appesi a malinconiche nuvole gonfie di neve, all’interno della quale trova luogo anche un’inattesa stoccata al potente di turno. Comincia così la composizione di una tela ampia, che abbraccia tutto l’orizzonte e lo riempie di suoni e colori, figure materiche e paesaggi nebbiosi. Un’impermeabilità che si frantuma qua e là, come nel meccanico nervosismo steam-punk di “Axolotl”, dove un metallurgico basso continuo introduce famelici balbettii futuristi e autoritari contrappunti d’archi. Si respirano atmosfere sognanti, invece, in “Nocturnalia”, in una rivisitata versione di “A Quiet Life” – perché, come afferma Teardo, non ci si stanca mai di lavorare su un brano – , e infine in “Still Smiling”, una piccola gemma malinconica che culla ricordi e sofferenze passate affermando che tutto va per il meglio nel peggiore dei mondi possibili. Il tutto viene declinato lungo percorsi difformi, che non corrono tuttavia paralleli ma si intersecano per andare a comporre una figura intertestuale inedita e originale. È come se i due artisti avessero preso le tessere di puzzle diversi e con un certosino lavoro di limatura fossero riusciti a metterle tutte insieme, componendo una nuova vivissima e frankesteiniana creatura.

I testi di questi canti soffocati riflettono il gusto per il collage che Bargeld aveva già sperimentato, in forma più esplicita e totale, nell’esperimento neubauteniano di The Jewel (Potomak, 2008) di qualche anno fa. Viene quindi recuperato ancora una volta il gioco surrealista del cadavere eccellente, dove l’obiettivo finale non consiste nel comporre un testo coeso e portatore di un unico senso. L’attenzione si sposta più sul caso, sull’inconscio, sul gioco umoristico della sorpresa e degli incroci paradossali, che si riflettono nei diversi brani rendendoli caleidoscopici contenitori portatori di una pluralità di significati. Il risultato è quindi più simile a un disegno cubista o a un collage nonsense. Preso nel suo insieme questo disco di suoni, parole, lingue e linguaggi diversi esprime emozioni profonde che descrivono alla perfezione l’idea di un’Europa post-industriale che si specchia sorridendo con disprezzo nei tristi e maestosi cieli grigi che sovrastano le sue grandi metropoli, stanche e annoiate. È una nuova epoca pre-vittoriana di luci al neon e treni ad alta velocità, di sfarzo e malinconia. Eleganza e decadenza, come già cantavano i Kraftwerk in “Europe Endless” nel 1977.

Rimane aperta la questione se questa è solamente la visione autoreferenziale di due artisti di nicchia o se in queste pulsioni sonore ci sia un qualcosa di più, che parla di tutti noi a un livello sotterraneo, profondo e per questo più strutturale. Un qualcosa che sembra volerci avvisare, con un ironico connubio di avanguardie artistiche e suggestioni marxiane, che prima o poi anche tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria. Riaffiora alla mente, così, il vecchio interrogativo di Victor Hugo: fino a che punto il canto appartiene alla voce, e la poesia ai poeti?


(Teho Teardo & Blixa Bargeld, Still Smiling, Specula Records, 2013)
 

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