“Californication” di Tom Kapinos

di / 19 giugno 2013

La notizia è di qualche mese fa: Showtime ha annunciato che la serie televisiva Californication, ideata da Tom Kapinos, sarà rinnovata per una settima stagione, prevista per il 2014 (in Italia presto andrà in onda la sesta). In molti si saranno chiesti che altro deve accadere al vecchio Hank Moody prima di concludere una serie che poteva essere interrotta in maniera dignitosa già da tempo. L’impressione generale, infatti, è che la si stia tirando un po’ troppo per le lunghe.

Ma partiamo dall’inizio. Per chi non l’avesse mai vista (in Italia su Jimmy prima, su Italia 1 poi), la serie televisiva Californication – sì, il titolo è identico a quello di una canzone dei Red Hot Chili Peppers, ma pare che la cosa, almeno legalmente, non abbia un legame diretto – è incentrata sul personaggio di Hank Moody – interpretato da un sempre in forma David Duchovny (classe 1960! Golden Globe 2008), l’indimenticabile agente Mulder di The X-Files, per intenderci –, scrittore in crisi, ex marito e padre degenere, maschio depravato, che si trasferisce a Los Angeles per ritrovare la vena artistica e lasciarsi sedurre dai soldi e dalle donne della metropoli californiana. La vita di Hank scorre tra una fitta collezione di rapporti occasionali con donne forse troppo impeccabili e disponibili, la degenerazione costante, spesso con risvolti comici, di situazioni quotidiane – risse, droga e alcol, notti in galera e denunce varie – e il suo costante ruotare attorno alla figura di Karen (Natasha McElhone), ex moglie e madre di sua figlia Becca (Madeleine Martin), nonché musa ispiratrice dei suoi primi libri e costante Euridice. A fare da (in)degno scudiero di Hank ci pensa Charlie Runkle (Evan Handler), suo agente e migliore amico, un po’ zimbello un po’ approfittatore, ma per lo più un sex addicted.

A movimentare lo schema fisso e troppo spesso immobile della serie – la cui costante è l’eterno ritorno di Hank alla porta di Karen – ci pensano personaggi stravaganti, situazioni ai limiti del credibile e cammei di volti noti dello star system, per lo più musicale, che impersonificano se stessi – da Marylin Manson a Tommy Lee e Rick Springfield, oltre a ricorrenti rimandi letterari – per esempio, sono numerose le analogie tra Hank Moody e lo scrittore Charles Bukowski, come quelle tra Lew Ashby (seconda stagione), folle produttore musicale che organizza sfarzose feste nella sua dimora, e Jay Gatsby, il protagonista del romanzo di F. Scott Fitzgerald.

Tutto qua? E c’era proprio bisogno di arrivare ad annunciare una settima stagione?

La verità è che, sebbene Californication presenti dei difetti evidenti mai risolti – come l’incapacità dei personaggi di evolversi e maturare, l’utilizzo continuo di stereotipi troppo spesso portati all’eccesso della banalità (l’episodio “Wait for the Miracle”, alla quinta stagione, è snervante per quanto è inutile) e un immobilismo di fondo che blocca ogni forma di evoluzione orizzontale della trama – e si sarebbe potuta concludere degnamente già alla quarta stagione, nel corso della quale molti dei nodi ricorrenti sembravano pian piano essersi sciolti, il vero punto di forza, capace di trascinare con sé il telespettatore, rimane proprio il suo protagonista, Hank Moody. E questo non tanto per le doti seduttive del personaggio, a tratti fin poco credibili, né per quella sorta di fortuna istantanea che gli permette di salvare la pelle – e le “palle”, scusate ma è proprio il caso di specificarlo –, bensì per la sua umanità, così perdente e desolante. Ha donne e (un discutibile) successo, d’accordo, ma è destinato a perdere inesorabilmente (a meno di novità improvvise) l’oggetto del suo desiderio, proprio come un moderno Orfeo.

Per riprendere le parole pronunciate nel sesto episodio della quarta stagione da Eddie Nero (un ottimo Rob Lowe), uno dei personaggi più folli e divertenti della serie, Hank Moody è «uno che cerca di sopravvivere mentre va in pezzi». Ed è esattamente per questo che lo si continua ad amare nonostante la storia sembri ormai senza via d’uscita: perché riesce a sorridere e a far sorridere pur essendo votato alla sconfitta, senza alcuna possibilità reale di redenzione.

 

 

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