“La produzione di meraviglia”: a tu per tu con Gianluigi Ricuperati

di / 16 novembre 2013

Gianluigi Ricuperati (1977) ha alle spalle un buon repertorio di romanzi: ha curato nel 2007 Viet Now – La memoria è vuota (Bollati Boringhieri), nel 2009 La tua vita in 30 comode rate (Laterza), nel 2011 Il mio impero è nell’aria (minimum fax). Nel suo ultimo romanzo, La produzione di meraviglia (Mondadori, 2013), Remì e Ione si cercano nel mondo virtuale della rete, e nell’incontro vivranno un percorso di reciproca scoperta. Due personaggi che raccontano il presente storico italiano con il realismo aperto e non disperato che Ricuperati propone per comprenderlo.


Quali sono i principali interessi che si riversano dentro la tua scrittura? Ne La produzione di meraviglia, ho avuto la positiva sensazione che tu sia stato in grado di raggiungere una prolifica commistione di linguaggi, dando a immagine e testi due ruoli autonomi e interdipendenti.

Mi interessano le arti visive e la letteratura, l’architettura e il design, l’ingegneria, la moda, certi modi di raccontare la scienza contemporanea, certi angoli con cui si interpreta la geopolitica. Mi interessano anche la finanza e l’economia, e soprattutto mi interessa capire come costruire oggetti solidi in un tempo strano, ambiguo e paradossale – ma piuttosto eccitante.


La predisposizione per la non-fiction e per l’osservazione della realtà è di sicuro uno dei cardini della tua poetica. Da dove deriva l’esigenza di parlare della situazione contingente? Potremmo dire che il presente storico italiano è un’ambientazione che ti è congeniale e che sfrutti per giungere a temi sempiterni?

Direi che il mondo è interessante. È un periodo interessante per essere vivi, nonostante le lamentele infinite – talvolta giustificate, talvolta no – di alcune voci che si sentono con cadenza quotidiana. A me interessa ciò che è reale. Ciò che è reale è paradossale, nel primo quarto di luna del Ventunesimo Secolo. E l’Italia è il paradiso realistico del paradosso.


Tornando al tuo ultimo romanzo, mi ha molto colpito l’accostamento scelto nel titolo, dove a un atto che rimanda a una sfera concreta ed economica, “produzione”, si contrappone la meraviglia che ha una sfumatura metafisica. La meraviglia è idea pura, la produzione svela il lavoro di fatica e controllo verso la materia. Credi che il protagonista maschile, Remì, proprio in virtù della sua menomazione riesca a esprimere l’essenza della realtà in maniera più intuitiva e a produrre in maniera spontanea meraviglia?

Sì. A me piacciono i personaggi con disabilità. Mi piace Benji, dell’Urlo e il furore. Mi piacciono certi narratori della O’Connor, diversamente disabili. Mi piace anche perché è una tradizione, ma non totalmente sfruttata, nel canone occidentale. Creature che non camminano ma corrono, creature che non corrono ma strisciano: creature che strisciando, misurano la bellezza e la disastrosa poesia dell’essere qui e ora. Ma come dice Chiara Schiaffino, un’autrice televisiva molto brava, Remì non produce solo meraviglia ma anche realtà.


Il nucleo essenziale di questo romanzo si schiude attorno alle attenzioni che Remì dedica a Ione, la donna che ha vissuto nello stesso condominio di Milano. Sono personaggi per certi versi complementari, ma hanno in comune una radicata solitudine. Ione sembra una persona allegra e sicura di sé, sebbene in realtà nasconda una forte mancanza di senso esistenziale, Remì si sottopone alla disciplina estenuante e ossessiva del poker (Texas Hold’em) annullando la sua vita affettiva in un isolamento senza via di uscita. Remì fabbrica carte personali da quanto è molto piccolo: sono esse a salvarlo dalla sua incapacità di parlare. Credi che queste caratteristiche siano sufficienti per definire Remì un personaggio positivo, che riesce pure a mettere in salvo Ione?

La parola “meraviglia” contiene la parola “Remì”. La parola “produzione” contiene la parola “ione”. Lo ione è una particella. I remi sono un modo di produrre energia, e movimento. La parola fluviale e la parola disseccata sono necessariamente complementari. E concordo: è una storia di salvezza.


Il ricorso alle carte come linguaggio alternativo al dialogo apre le possibilità a un ampio uso delle immagini anche nella scrittura. Il testo riecheggia l’incontro che lo scrittore francese André Breton narra in Nadja, anche nel suo caso lo stile era volutamente rapido e con un tocco scientifico. Vedi anche tu assonanze con il regalo di meraviglia che lo scrittore fa al lettore che sospende la propria incredulità di fronte alla suggestione onirica?

Sì, questo è il tema del rapporto tra discipline, che è un interesse ossessivo e ormai centrale nella mia diciamo “ricerca”, o attività. I punti di riferimento sono John Berger, Lawrence Weschler, Hans Ulrich Obrist, Rem Koolhaas, Ute Meta Bauer, e tanti altri. Aspirerei a un mondo intellettuale in cui l’apertura verso altre discipline non è la negazione della propria disciplina, esattamente come una serie di eccezioni non negano la forza di una regola, ma la corroborano. L’importante è contrapporre all’insignificanza la meraviglia.


Le parole compaiono nelle conversazione virtuali fra Remì e Ione. Prendendo in esame questo rapporto scritto, pensi che la scrittura, anche se composta di bit, invece che di inchiostro, fortifichi e amplifichi il messaggio delle parole? Ho visto che hai curato il blog “Il mio nome è legione” e dunque vorrei sapere: qual è il tuo rapporto con la scrittura in rete?

Sì. A me piace il fatto che gli umani in questo momento storico non facciano altro che dialogare, in chat, con altri umani. Lo vedi in metropolitana, al ristorante, per strada, purtroppo in automobile, e incantevolmente in treno. È un viluppo di parole che tiene fragilmente insieme le vite individuali, donando loro una certa stupidità che rimane, ma pure una certa bellezza.


Infine vorrei sapere da dove nasce il bisogno di scrivere e se credi che allo scrittore spetti più il compito di produrre meraviglia, non inteso solo come stupore sensazionalista ed estemporaneo, ma come desiderio di schiudere segreti molto intimi dei moti dell’animo, o che la scrittura si accompagni con l’esercizio assiduo dell’osservazione del reale? Come le due istanze dialogano fra loro?

A me piacerebbe che gli scrittori, in generale, provassero a dimenticare il Novecento che è in loro, e provassero ad abbracciare questo orrido ultrarapido insieme di fenomeni paradossali e accessibili che chiamiamo “tempo presente”, qui e ora. Non so come dirlo altrimenti: non è che non ci siano cose contro cui lottare, ecc. Ma lavorando, ognuno le cambia per sé. Non ci sarebbe bisogno di megafoni del cambiamento se tutti vivessero il proprio cumulo di ore come occasioni per cambiare sempre un poco, tutti i giorni. Non amo la retorica della lamentela.


Grazie, Gianluigi.

 

 

(Gianluigi Ricuperati, La produzione di meraviglia, Mondadori, 2013, pp. 180, euro 18)

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