Racconto per quello che fa i gessi

di / 12 dicembre 2013

La sveglia. Di nuovo. Malinconica, suona l’arpa delle batterie scariche. Così è l’alba, bellissima, che s’infiltra nel pulviscolo della mia altissima camera. Allungo un braccio sulla sua parte di letto. Vuota, fredda. Ah!, penso, lei m’ha lasciato!
Sì, m’ha lasciato perché non ci sono riuscito a spiegarle che anche quando guardo i ciliegi sto lavorando, non ci sono riuscito a spiegarle che anche quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando. Vuoi capire cara per quale motivo non posso regalarti dei fiori? Sarebbe come ucciderli, spezzando la loro spina dorsale, vuoi capire? Parole al vento comunque.
Aumento il ritmo.
Mi alzo, mi piego, cerco di aprire gli occhi ma succede che non si aprono. Succede che la porta è aperta e ci fracasso il mignolo del piede sopra, per sbaglio, che male. Ora gli occhi si aprono, pure troppo, dal dolore. Il mignolo è sghembo, color di fiamma viva. Lo sistemo con un crac.
Oggi è una giornata speciale, una giornata memorabile, di sangue e ossa sfracassate. È una giornata di combattimenti e io sono in piena forma.
Di lato, sulla lavatrice, vomito il gin che Nonna Isa mi ha offerto ieri notte.
Il cellulare squilla perché devo essere all’ospedale entro le sette, e sono già le sette, così lei mi chiama per dirmi: «Cazzo è tardi, cazzo è tardi, cazzo è tardi!» Oggi non la posso sopportare, oggi è una giornata speciale, una giornata memorabile, di sangue e ossa sfracassate.
Lancio il cellulare dalla finestra che si divide in mille piccoli pezzi di cellulare. Ora non squilla più. Una donna grida: «Pezzemerda faccemaccu». Mi affaccio e segno due parentesi con le mani, come a dire ti faccio un culo così.
Silenzio.
Il mignolo pulsa. Mindafuttu.
Mi vesto. Esco di casa e lascio la porta aperta, che entrino pure. Mi immergo nella via delle puttane, delle vecchie, degli storpi. Sotto i portici, il sole raggia forestiero. Fumo tre sigarette. Un ciccione mi chiede d’accendere e io lo guardo come per dire che non gli voglio dare da accendere. E lui mi guarda come uno che vuole comunque da accendere. E io lo guardo come uno che è pronto a combattere. Mi straccio la camicia sul petto. Faccio partire uno-due colpi buoni nello stomaco morbido. Lui sputa pezzi di piorrea. È finito. «Hai finito ciccione, sparisci!» Ma le mie dita hanno fatto crac e sono tutte distanti dalla loro posizione naturale. Le lascio così. Mindafuttu.
Supero i portici, vado verso il mare. Suonano i clacson. Mostro il dito medio che ora è fuori asse. Tutti capiscono che voglio combattere.
La porsche Carrera fatta con i soldi della droga mi viene contro. Mi spezza la schiena, mi sembra. Ma riesco a rialzarmi senza musciare. La porsche Carrera fatta con i soldi della droga è ferma, mille forse duemila euro di danni. Il mio braccio disegna un angolo retto. Pulsa, ma c’è qualcosa che preme di più. È quello dei soldi della droga che esce dalla porsche Carrera fatta con i soldi della droga, e mi guarda come per dire adesso paghi tutto. Come no… Col braccio che mi è rimasto buono, sollevo la sua testa laccata e prendo a sbatterlo ripetutamente sulla porsche Carrera fatta con i soldi della droga. Alle narici, odore di sangue fresco, è un buon segno.
Zoppico. Lungomare di sole forestiero. Una fanciulla francese scivola e va in arresto cardiaco. Troppo delicata la vita, che nemmeno ti aspetta. Ma io, come da bambino che volevo guarire i ciliegi quando rossi di frutti li credevo feriti, ma io, mi precipito e inizio un potente massaggio sullo sterno. Duecento colpi più una pompata d’aria nel suo delizioso petto. La fanciulla francese si risveglia contro il volere di Dio e mi dice: «Mon amour!»
Sono tutto rotto, gobbo, sbilenco, sono il suo amour.
Tutti guardano e applaudono: «Minca bravo quello lì! Dari salvara!»
Aumento il ritmo.
Prendo la fanciulla francese per la mano. Lei mi guarda e certamente mi ama, si legge negli occhi. Andiamo in un ristorante a Marina e non mi vogliono far entrare. Io sfoggio la frattura esposta, un pezzo di ulna che scatta fuori appuntito: «Oggi voglio la bistecca!». È come un lasciapassare. Il cameriere vede il mio braccio e mi offre il tavolo migliore del ristorante. Capisce che non scherzo.
Ma sono i suoi occhi e i suoi capelli a fare ombra sulle mie disgrazie. «E anche io ti amo». Ci baciamo. Sento che si tratta davvero di una giornata speciale, una giornata memorabile.
Mangiamo insalata e bistecca. Ottimo taglio, cottura perfetta. Beviamo otto bottiglie di Cannonau, una lei, sette io. Ottimo sapore maturo. Lascio cinquecento euro di mancia.
Andiamo a casa mia. Per strada chiedo alla fanciulla di sposarmi, lei non capisce l’italiano e mi risponde: «Oui!» La casa è aperta, soleggiata come se ci fosse il sole dentro. Ci sono due ladri dentro. Ho ancora la forza per dare testate, uno lo stendo subito. L’altro non faccio in tempo che si butta dalla finestra suicidandosi. Paura.
Ho ancora la forza per una scopata, la più bella della mia vita. Je t’aime.
Dormo forse dieci minuti, fumo tre sigarette. Lascio la mia fanciulla francese riposare tra le lenzuola calde. È nuda e la sua pelle è come quella di una pesca vellutata. Riflette l’ultimo sole del giorno.
Esco di casa e vado all’ospedale per vedere cosa pensano davvero di me quegli sfigati dei miei colleghi. Per vedere se hanno un briciolo della mia voglia di vivere. Corro e mentre corro urlo dal dolore. Entro in sala e tutti mi guardano. Uno vomita addirittura. «Ch’è successo? Che ti hanno fatto?», mi chiedono. «Ma niente tranquilli!» dico io sorridendo. E il sorriso sono denti in un mare di sangue.
Ora chiedo di stare solo, nella sala gessi, per un ultimo lavoretto. Nessuno è contrario, ci credo… Respiro profondamente, tremo. Ho quasi paura di me, di quello che posso fare. Rimango solo. Oltre la finestra vedo il sole al crepuscolo, che se ne va via di nuovo, forestiero. Che giornata speciale, che giornata memorabile, di sangue e ossa sfracassate. Prendo la garza e inizio a srotolarla sul volto, faccio qualche giro alla base del collo. Sento le lacrime scendere. Mi assicuro che non passi un filo d’aria. Così a occhi chiusi inizio ad avvolgere il gesso bagnato per tutta la testa.
Quanto mi rimane? Dieci minuti? Dieci secondi? Quanto mi rimane? Soffoco.
La sveglia. Di nuovo. Malinconica, suona l’arpa delle batterie scariche. Così è l’alba, bellissima, che s’infiltra nel pulviscolo della mia altissima camera.
Allungo un braccio sulla sua parte di letto. Piena, calda.
«Che succede?» mi chiede.
«Niente».
«È tardi?»
«Sì è tardi».
Devo alzarmi, andare all’ospedale, perché sono le sette ed è già tardi.
Poi penso che da bambino volevo solo fare il carrozziere.

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