“Scritti di impegno incivile” di Ugo Cornia

di / 16 dicembre 2013

Per lo spazio che occupano, per il come lo occupano, i 41 testi raccolti da Ugo Cornia sotto la definizione, non priva di una divertita perfidia, Scritti di impegno incivile (Quodlibet, 2013) accampano a prima vista filiazioni abbastanza dirette dalla veneranda pratica letteraria novecentesca dell’elzeviro; a immergervisi dentro da lettori, però, ci si rende poi conto che il loro antecedente è sensibilmente più antico, e, insieme, molto meno diafano e formalistico, di quello appena ricordato: è, con tutto il suo addentellato di carnalità terragna e di “indecenza” espressiva, il popolano sboccato e sardonico le cui pasquinate s’incaricava di far quadrare, entro aulici stampi da sonetto, Giuseppe Gioacchino Belli.

Belliana (del Belli che intesseva interi componimenti coi soli sinonimi della “cosa” e del “coso” meno nominabili e più nominati fra quanti ce ne regala il Buon Dio) è sicuramente la solenne sfacciataggine plebea con cui Cornia ama chiamare, e richiamare, pezzo dopo pezzo, pagina dopo pagina (con il compiacimento che si provava, da bambini, a dire a voce alta le parolacce così tanto vietate dalla nostra buona mamma, a forza di schiaffoni) tutti gli usi più naturali del “coso” medesimo: quello urinario, certo, ma ancora più quello – per restare al lessico corniano – «sfrizzolico», su cui anzi si imbastiscono spigliate variazioni, da quella, per così dire, contributiva che calcola quanto si gioverebbe il PIL di una imposizione sul commercio sessuale infraconiugale, a quella che ne prospetta l’applicazione, per il bene della Patria, al corpus vile della «culona», come con soave buon gusto viriloide ebbe a definire il nostro beneamato Mister B. la bestia nera del popolo ellenico, altresì nota come Frau Merkel.

Ma dove la vitalità sulfurea di questi graffianti non-elzeviri si apprezza al meglio, è nel meccanismo che praticamente tutti fanno entrare in funzione, in presenza degli aspetti sempre negativi, frustranti, che la cronaca di questi ultimi due anni, come del resto di qualunque altro di quelli precedenti, a memoria d’uomo, si è incaricata di buttarci fra i piedi: che si tratti del divieto di transito ai ciclisti o di neutrini sfuggenti e riafferrati, ecco scattare il gioco, paradossale, irriverente, felicemente creativo, del ribaltamento fantastico, la proposta, il più delle volte swiftiana, con cui la mente si riappropria dei suoi diritti sul mondo, e sembra perfino volerne prendere in parola l’assurdo e applicarlo fino alle estreme conseguenze, finché scoppi come un pallone gonfio di liquidi escrementizi.

Sicché in questi brevi, lucianeschi saggi di uno stralunato mezzo-punto, la parola riafferma la sua miracolosa facoltà di riscatto (come in certi personaggi di Aristofane, Lisistrata che convince le donne di Atene e di Sparta a fare quel particolare sciopero, finché i maschi allupati si arrendano a firmare la pace…) dal brutale scontro con la realtà, e la pagina stampata diventa la lente, saporosamente deformante, attraverso cui dà gusto guardarla, la realtà: tanto che – magari, con l’amaro in bocca – se ne ride.


(Ugo Cornia, Scritti di impegno incivile, Quodlibet, 2013, pp. 168, euro 14)

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