“Zoo a due” di Marino Magliani e Giacomo Sartori

di / 21 gennaio 2014

Quattro mani che con la chiave della scrittura aprono le gabbie di uno zoo immaginario e lasciano liberi gli animali di esprimersi in modo insolito. Zoo a due (Perdisa, 2013) è un bestiario fantastico composto da sedici storie, i quattordici racconti di Giacomo Sartori e le due novelle collegate tra loro, di Marino Magliani. Non è un libro per bambini, anche se si parla di animali, o meglio: sono gli animali stessi che parlano, in monologhi semplici, profondi ed esilaranti al tempo stesso, interrogandosi sui temi fondamentali dell’esistenza. Una lettura originale, per il lettore che vuole esercitare la propria empatia confrontandosi con la biodiversità, per conoscere meglio l’umanità essenziale, intesa socialmente in senso più classico humanitas, quell’insieme di qualità positive come la comprensione, la gentilezza, la solidarietà verso il prossimo; oggi ci chiediamo perplessi se sia solo appannaggio dell’essere umano e se alla fine, davvero le altre specie siano inferiori, da questo punto di vista. Far riflettere filosoficamente gli uomini tramite metafore o per bocca di esseri viventi di altra specie non è una novità in letteratura: dalle favole di Esopo alla metamorfosi di Kafka e ancora: Tolstoj,  Singer, Orwell e molti altri.

Nell’eteroclito e bizzarro zoo di Sartori scopriamo quanto siano complesse le relazioni sociali, le preoccupazioni ed i piccoli piaceri nella vita di esserini insignificanti tra protozoi e microrganismi, come l’ameba e l’ halobacterium. Un unicorno parla fiero delle imprese epiche ed eroiche della sua specie, per poi accorgersi di essere scrutato da due grandi occhi umani; in realtà vive soltanto nelle pagine di un vecchio libro di biblioteca, in un mondo favoloso che probabilmente non è mai esistito. Dove sta quindi il confine tra i mondi e tra uomo ed animale? Il polipo che riesce a tornare libero in mare dopo aver rischiato di bollire in pentola, diventa un mito per i suoi nipoti con la storia della sua avventura, proprio come il cane Cobre per suo figlio, che ripercorre le orme delle zampe del padre e ricostruisce la sua figura in modo indiretto.

Ci sembra quasi di riconoscere quelle storie di vita e di altri tempi, raccontate tante volte dagli anziani, un’oralità preziosa, troppo spesso inascoltata e a volte derisa: cosa importa alla fine se è tutto vero o il confine tra ricordo e leggenda è sottile? Punti di vista con i quali possiamo dissentire o ritrovarci, proprio come nel confronto continuo con le persone che conosciamo.

Il canarino che è nato e cresciuto in cattività non conosce altra realtà che la sua gabbia, nonostante i tanti disagi, in tutti i modi cerca di farsela piacere: non contempla alternative e si dichiara felice. Dopotutto la gabbia è rassicurante: non molto diversamente da tanti matrimoni di facciata e frustranti luoghi di lavoro dallo stipendio certo. La vedova nera spietata nel suo rapporto di coppia, crede invece che i maschi servano soltanto alla riproduzione e si disfa del compagno dopo l’accoppiamento, la formica anarchica si ribella al sistema. Un piccolo insetto non chiaramente identificato e chiamato eposilla, affronta i cambiamenti repentini di vita, quelli che non dipendono dalle nostre scelte e che colgono a volte impreparati e così, rimanendo aggrappata allo stelo sul quale vive, si ritrova in modo traumatico dalla campagna alla vetrina del negozio di un fioraio in città, stretta in un mazzo di fiori recisi insieme ad altri sfortunati insetti, ripensando ai tanti sogni infranti della sua spensierata gioventù e al senso dell’amore, se poi arriva la morte.

La frenesia moderna e le asettiche “catene di montaggio”, intese anche in senso lato, che portano alla perdita del senso dei rapporti più naturali e gratificanti, al valore del tempo sacrosanto da dedicare anche al silenzio e alle proprie riflessioni, al lavoro di una volta, che pur se più faticoso, altrettanto più dignitoso, sono nelle riflessioni degli animali a servizio dell’uomo e nelle loro dure giornate. Il dromedario che dalle lunghe carovane passate si ritrova a trasportare in monotoni e continui giri i turisti nel deserto, non perde però in onore e senso critico. La scrofa di un allevamento industriale, ancora inconsapevole della sua fine, elogia con nostalgia la promiscuità della fattoria, che pure se meno organizzata e più sporca, consentiva rapporti di amicizia e d’amore più sani ed una vita meno noiosa e prevedibile.

L’animale chiave del libro è il cane, non a caso quello più addomesticato dall’uomo. Nella storia di apertura la vita del cane non è poi così diversa da quella del suo padrone, un barbone. La novella centrale e quella finale sono tra loro collegate: tra le suggestioni emotive e le splendide descrizioni di un villaggio marittimo visto con occhi canini, seguiamo le orme di Cobre che è «portato a perdere», un eufemismo per dire che è stato abbandonato. Un cane randagio, «trasperso», negletto;  in vita un essere ombra per tutti e del quale la vera ombra, tracciata dal sole sul terreno, rimane impressa in una vecchia fotografia vicino a un bambino ben pettinato e con la maglia a righe.

Il diverso da noi, l’altro, in questo caso l’animale, dal più comune al più insolito, ci fa comprendere che alla fine non siamo poi tanto differenti gli uni dagli altri, di fronte alla vita e alla morte. Le perle di saggezza in questo libro arrivano da svariati microcosmi, perché tutto sommato l’esperienza di ogni individuo fa caso a sé e al contempo si rifà a un tutto.

(Marino Magliani, Giacomo Sartori, Zoo a due, Perdisa, 2013, pp. 177, euro 14)

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