“Il giorno che diventammo umani” di Paolo Zardi

di / 6 febbraio 2014

Con Il giorno che diventammo umani (Neo Edizioni, 2013) Paolo Zardi, già autore, tra gli altri, di Antropometria, ci consegna ancora una volta una raccolta di racconti: di primo acchito il titolo, oltre a incuriosire, sembra lasciare intendere il delinearsi di uno scenario particolarmente carico di elementi del tutto consoni a stimolare la riflessione.

E in effetti Zardi gioca a carte scoperte sin da subito: la menzogna, il sangue e la violenza legano l’un l’altro tutti i suoi racconti, servendoci su un piatto freddo personaggi le cui vite tra loro si sfiorano quasi in preda a una troppo masticata vergogna, che impedisce, a conti fatti, un contatto vero, qualcosa che, se pur alla lontana, possa anche solo assumere il sembiante di una misera fiamma di commiserazione.

Ma non è la vergogna «di essere un uomo» che ha accompagnato la vita e l’opera di Primo Levi quella che permea le storie de Il giorno che diventammo umani; si tratta invece del sentimento di una consapevolezza accresciuta dalla percezione che, mancando l’uscita di sicurezza, non si hanno più colpe nel ricavare, tra ciò che il convento offre, le proprie vie di fuga: alla vita, e al suo peso, si resiste desistendo, congelando all’occorrenza anche l’ultima goccia di in altri tempi più viva dignità, e scongelando prontamente – manco noi tutti fossimo automatico meccanismo – i mai sopiti ferini istinti: ubi maior minor cessat.

La carne stessa soggiace allo sconclusionato riprodursi delle sue cellule: si muore, e non è che lo si voglia. Si è dunque agiti, quando non si agisce in reazione, quando non ci si trascina in una quotidianità che si vorrebbe, questa sì, diversa, e la si accetta, mentendole, con accoppiamenti da tacere e con parole da recitare, perché l’ordine si conservi, e perché tanto, lo si sa, c’è la morte che ammicca, anche se, è chiaro, sono tanti i casi in cui si è già morti, e da non poco tempo, no.

Ha mano da chirurgo Zardi nell’incidere sull’interiorità del lettore squarci che, numerosi, lasciano al pensiero l’impressione di essere precipitato lungo un dirupo, e la certezza che si potrebbe sprofondare ancora, e irrimediabilmente: le pagine de Il giorno che diventammo umani, asciutte e dirette, sono il frutto di uno sguardo che centra il mondo nella sua immediatezza, menzogna sangue violenza, e di una voce che non vuole intrattenere, ma farsi, con coraggio, cronaca di un vuoto di valori forse allo stato terminale.

Forse. Paolo Zardi lascia aperto uno spiraglio. Nell’ultimo racconto, il protagonista, presumibilmente lo stesso scrittore, ha con sé Infinite Jest di David Foster Wallace. Noi, con fiducia, raccogliamo l’invito dell’autore de Il giorno che diventammo umani: nella vita, che «fa schifo», Wallace insegna invece che si ride e si piange, certo in sproporzione, ma si ride e si piange. E soprattutto quanto possa allora essere ingiusto, e accomodante, ricordare proprio quel giorno esclusivamente come la prima e nostra ultima caduta.


(Paolo Zardi, Il giorno che diventammo umani, Neo Edizioni, 2013, pp. 208, euro 14)

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