“Come fossi solo” di Marco Magini

di / 21 marzo 2014

A undici anni la Storia si stiracchia nello zaino. È un orecchio di pagella, un quartiere impettito del sussidiario. Non molto di più. Poi certo, esistono i Tg, a dispensare angosce, un sorbetto di esplosivo per digerire il minestrone. Ma comunque sembra fiction, apocalisse in un barattolo, disattivabile a comando.

Quello con davanti “tele”. Questo per me furono gli anni ’90. Impugni un pastello e correggi una cartina, perché all’improvviso anche la geografia ha cambiato grammatica. Certa gente litiga e le terre si sparentano. E tu ricami quella novità. Rifai l’orlo a un Paese che non pronunci neanche bene.

Ti raccontano che sullo stesso mare, rovesciando i terrazzi, si sentono le bombe tuffarsi come atleti. Addosso alle case, ai bambini come te. Una nazione chiamata Jugoslavia si è rotta come un vaso. Ma capirai soltanto dopo quanto è costata ogni scheggia. Molti ancora non lo hanno fatto.

E allora, a volte, intervengono i libri, a schiaffeggiarti di parole. Che hanno preso la rincorsa e poi anche la mira. Spalancando il sipario di un orrore vicino. L’inferno del dirimpettaio. Come fossi solo (Giunti, 2014) di Marco Magini è un romanzo nitido, efferatamente chiaro. Perfetto per colmare quei dirupi di passato in cui bastava poco per non sapere niente. La vicenda è vera, estratta dalla cronaca. La vicenda è guerra, quella in Bosnia Erzegovina. Snodata su tre voci. Dirk, un casco blu olandese stanziato a Srebrenica; Dražen, soldato serbo-croato e vero motore della trama intera e infine il giudice Gonzalez, spedito a L’Aja per emettere sentenza sul caso Erdemović. Il cognome di Dražen.

D’altronde la Storia ha bisogno di riordinare i cassetti, di trovare il suo mostro per sentirsi pulita. Per questo assolda la Giustizia. Non per chiederle di essere giusta. Esigendo che sia estrema. E basta.

Qual è la colpa del ragazzo? Dražen si è arruolato, per la terza volta. Sottostimando la tragedia in cui avrebbe dovuto affondare le mani. Una carneficina. L’impasto di morte più imponente dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale. Tra gli 8000 e i 10000 musulmani bosniaci trucidati dai serbi a Srebrenica. Carovane di civili. Persone qualunque. Dražen non è certo l’unico a partecipare. Di nuche ne avrà traforate settanta. Quasi fossero poche. Il problema è che Dražen è l’unico a confessare, a dichiararsi coinvolto e quindi macchiato. Come fosse solo, appunto.

E diventa il candidato ideale. Militare mezzosangue nel posto più putrido e nel momento più nero. Non poteva sottrarsi a quel diktat, è evidente. Uno sparo in cambio del respiro. Non ci sarebbero stati risparmi di vite. Srebrenica era «poco più di un simbolo dell’inevitabile, ultimo castello senza mura di un paese allo stremo». Ma nella sua ammissione, in quell’atto specchiato di disagio morale risiede già il suo castigo.

Il fastidio nato davanti agli stupri, ai corpi di donne defunte prima ancora di essere uccise si trasforma nel fastidio collettivo dei commilitoni, indignati da quel dissenso. E nel fastidio urticante di chi di fronte al suo gesto è “costretto” a punire. Senza troppe domande.

La realtà è più affollata. A popolare quel teatro sono in tanti, che non vengono avvistati. Che appaiono leggeri, troppo perché una Corte li soppesi. C’è l’Onu che resta spiazzata, forze in missione disarmata, incredule davanti all’avanzata serba. Uomini che come Dirk si scoprono impotenti, che per sopravvivere non opporranno uno starnuto. Uomini piccoli come pupazzi e grandi come nazioni. Come l’Europa.

A differenza dei bosniaci, Dirk potrà tornare in Olanda, ma comunque non sarà salvo. La catastrofe gli impregna le guance, gli ingolfa i sorrisi da riportare sotto vetro alla sua famiglia. Esserci stato e non aver fatto. Essersi girato per evitare di vedere. Aver arrugginito la coscienza al punto di metterla in cantina fino al volo di ritorno. Spettatore come Dražen. Ma senza obbligo di colpi.

Al giudice Gonzalez quel caso sembra lampante. Eppure, in corso d’opera, qualcosa accade. Qualcosa di minuscolo, d’irrilevante. «Circostanze insignificanti che accendono qualcosa d’irrazionale nella testa di una persona, un ricordo spiacevole, una fobia, un senso di inadeguatezza», in grado di stravolgere un risultato già deciso. Ed è Dražen a scontare quell’attimo.

La letteratura sta facendo spazio a questo cimitero. Altri titoli hanno incorniciato l’odio balcanico di quegli anni ancora freschi. Esempi diversi sono il Diario di Zlata (Rizzoli) della stessa undicenne Zlata Filipovic, Il violoncellista di Sarajevo (Mondadori) di Steven Galloway, Sarajevo mon amour (Infinito edizioni) di Jovan Divjak o il più famoso Venuto al mondo (Mondadori) di Margaret Mazzantini.

Qui Magini documenta il dramma attraverso tre sguardi. Non ci sono colpi di scena. C’è la sincera crudeltà dei fatti. Che resistono anche quando si occultano. C’è l’impatto dolente di un reportage rivisitato, rovistato nell’intimo. Qui il romanzo è urgenza, sorto dall’interesse verso un dato concreto. Urgenza di sapere e poi di capire. Qui si soffre, si storce la bocca. La Storia torna a interrogarsi/ci.

E il voto di nessuno sfiorerà la sufficienza.


(Marco Magini, Come fossi solo, Giunti, 2014, pag. 224, euro 14)

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