“Per Isabel” di Antonio Tabucchi

di / 23 aprile 2014

Di un libro postumo è facile parlare come di un messaggio dell’autore che ci arrivi dall’Altra Riva, quella su cui Amleto era così poco convinto di traghettare; ma nel caso di Per Isalbel. Un mandala (Feltrinelli, 2013), primo a venir pubblicato degli inediti (non pochi, sembra) di Antonio Tabucchi, l’impressione è resa ancora più netta dal fatto che da quella riva viene proprio colui che a noi si rivolge, dalle pagine, col pronome “io”, assumendo dunque quasi di diritto, a dispetto del suo nome polacco, lo status di maschera dell’autore: non a caso, al confessore dichiarerà – proprio come si fa con un peccato – di aver scritto dei libri, e non “indecenti”, come sospetta subito il prete, ma “arroganti” perché anticipavano la realtà. Il che Tabucchi ci aveva già detto in Requiem, per chi lo abbia presente, a proposito di un suo libro.

E non è questa la sola connessione esistente fra i due libri. Intanto, per il periodo di composizione: essi nascono infatti entrambi nel 1991, benché, nel caso di Requiem, in portoghese, per fare «un omaggio… a una gente a cui sono piaciuto e che, a sua volta, è piaciuta a me». Ma, soprattutto, è allo stesso intreccio del libro edito negli anni Novanta che fanno riferimento – anche se, con una raffinata, inconsueta arte della variazione, dal punto di vista dell’altro, dei due uomini legati a Isabel – tutti i nove, asciutti, nitidi capitoli, del libro ora uscito: che sono in realtà altrettanti perfetti racconti, altrettante medievali mansiones che l’io-narrante attraversa, al modo di un avatar dantesco, in cerca di una verità che solo nel capitolo conclusivo la sua Isabel-Beatrice finirà per elargirgli.

Anche lei del resto, Isabel, risulta averlo passato, quel confine: e anzi il racconto si dipana intorno alle modalità di questo trapasso. Sul principio se ne parla come di un suicidio, nella forma particolarmente cruda dei vetri di una bottiglia ingoiati dopo l’arresto da parte della polizia salazarista; ma poi al narratore – e a noi che ne condividiamo, sul ritmo incalzante del miglior poliziesco, la fascinazione – anche questa prima soluzione si rivela un inganno. Abilmente ordito dal saldarsi di alcuni piccoli, quotidiani eroismi: il che permette a Tabucchi di dar voce a una delle sue più umane figure di disobbedienti senza il minimo piglio di retorica, l’ex-secondino che ha aiutato Isabel a evadere ma si affretta a precisare, in antidoto a ogni enfasi alfieriana, che lo ha fatto per poter mettere un po’ più di carne, nel suo piatto capoverdino tipico.

Man mano che l’indagine avanza, però, anche i suoi tratti polizieschi scolorano verso toni sempre più da fiaba metafisica: così, il narratore che non lascia traccia di sé sulla lastra fotografica, pur assaporando cachaca o fettine di prosciutto, su cui commenta: «Però forse un po’ troppo piccante, secondo me c’era troppa paprika». Oppure, si caricano di venature filosofiche («e intanto il cerchio si stringe verso il centro, e io sto cercando di arrivare al centro», da cui il riferimento al mandala): così, appunto, nell’episodio del fotografo che «come la musica, coglie l’attimo che non riusciamo a cogliere… di questo fiume che ci trascina, e dell’orologio, del tempo che ci domina e che noi cerchiamo di dominare».

Progressivamente, il tono della quête dell’evanescente protagonista si fa sempre più rarefatto, più arduo e insieme avvolgente: la voce di Magda, l’amica di Isabel che l’ha aiutata a riparare presso un prete a Macao, si sprigiona dallo squittio di un pipistrello, uno scheletrico poeta arrivato all’ultimo dei suoi giorni suggerisce un’ulteriore tappa della ricerca, che è insieme l’India e un punto sulle Alpi svizzere. Qui avviene l’incontro di più alta tensione poetica, che si proietta sugli infiniti spazi intergalattici, e li travalica con la cocciutaggine irrazionale, eppure vincente, dell’amor materno.

E, infine, l’incontro con Isabel: insieme il più enigmatico («siamo nel nostro allora […] tu mi stai dicendo addio come a quel tempo, ma siamo nel nostro presente […] io intanto proseguo il mio cammino nel mio nulla»), e risolutivo («non ero tanto io che tu cercavi, ma te stesso, per dare un’assoluzione e te stesso, un’assoluzione e una risposta»), da cui usciamo, come dal più cristallino e smagante dei sogni, sulle ultime note della sonata Les adieux e con la consapevolezza che «la morte è la curva della strada, morire è solo non essere visti», ma che anche di noi, forse, come «di tutto resta un poco, a volte un’immagine».

(Antonio Tabucchi, Per Isabel. Un mandala, Feltrinelli, 2013, pp. 128, euro 13)

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