“Sofia nel mio autunno nevrotico”: a tu per tu con Chiara Apicella

di / 3 luglio 2014

Sofia nel mio autunno nevrotico, di Chiara Apicella, edito da Lantana, è un romanzo leggero e delicato in cui la protagonista si scopre innamorata di una ragazza. Tra le vicende di una madre che sembra non voler invecchiare e una figlia ancora acerba nei sentimenti, l’autrice parla di tematiche attuali e personaggi comuni: per chi ancora non la conoscesse – Chiara scrive da più di due anni sulla nostra rivista racconti ispirati dalla musica e raccolti nella rubrica “Soundtrack” – l’abbiamo intervistata in modo da capire il suo punto di vista e la gamma di sentimenti che ha ispirato questa storia.
Il tuo libro affronta la tematica dell’omosessualità femminile, poco dibattuta e talvolta meno considerata rispetto a quella maschile. Nella scelta di questo argomento quanto conta la volontà di spostare l’attenzione su un aspetto sociale ancora troppo poco sdoganato?

Prima di tutto volevo affrontare la reazione di una madre, che si professa progressista e ha sempre creduto di esserlo, all’eventualità che la figlia ventiquattrenne sia lesbica. Nel periodo universitario frequentavo una coppia di ragazze molto affiatata. Una delle due un giorno mi ha raccontato che la madre, alla scoperta della sua omosessualità, le aveva impedito di uscire di casa la sera. Così mi sono chiesta come avrebbe reagito a una notizia simile ma molto più edulcorata una donna colta, che da sempre sventola con convinzione e buona fede ideali di sinistra. Poi la storia si è arricchita di tutto il resto. Ancor prima che di omosessualità, volevo che il mio romanzo parlasse di attesa, di indefinitezza del desiderio, molto spesso difficilmente classificabile. La protagonista, con stupore, scopre affinità profonde con una ragazza che poco prima le appariva frivola e superficiale. E piano piano si chiede se il suo interesse e la sua curiosità nascondano altro. Non racconto una storia fra due ragazze; descrivo in modo più o meno ironico i dubbi che una delle due attraversa nel tentare di definire i propri sentimenti, e il suo primo vero confronto con una madre molto diversa da lei. In un certo senso, affronto tutto quello che può scatenarsi prima di una storia omosessuale. Il sesso della protagonista credo derivi semplicemente dal fatto che avessi ben chiaro il personaggio dell’altra ragazza, Sofia: un po’ provinciale, spontanea e molto meno sprovveduta di quanto sembri. Con un bagaglio di ricordi che trascina con sé e che a volte la rende improvvisamente malinconica.
Il romanzo è anche una storia generazionale, raccontata dal punto di vista di Daria da una parte e quello di sua madre dallaltra: è stato difficile mettersi nei panni di un’adulta e raccontarne le sensazioni e le paure?

La madre, Cinzia, ha da poco superato i cinquanta. Divorziata e ancorata nostalgicamente al ricordo di un ex marito che l’aveva tradita, si consola con il lavoro: è psicologa presso un consultorio e ha a che fare quotidianamente con adolescenti che non sopporta e di cui allo stesso tempo non può fare a meno. Ovviamente la vita di Cinzia è molto diversa dalla mia, ma quando scivolavo nel suo personaggio le trasmettevo ansie e paure che conosco bene, piluccate da altre situazioni. Applicavo un po’ alla scrittura quello che il Metodo Stanislavskij prevede per la recitazione, in modo – spero – da conferire al personaggio verità. Se si scrive dello scoramento che segue un divorzio, a venticinque anni (l’età che avevo durante la prima stesura del libro) si può ricordare la malinconia dopo una giovane storia finita male. Se si scrive di una donna in menopausa, a venticinque anni si può immaginare la propria vita privata e arricchita di altri timori e aspettative. In fondo le emozioni, con gradazioni che variano da persona a persona, sono universali; sono le esperienze che differiscono completamente.
La musica è senza dubbio una componente fondamentale nel libro; immagino ti abbia aiutato molto durante la stesura del romanzo. Da più di due anni, inoltre, sperimenti su Flanerí la formula del racconto legato a tracce musicali da cui trai ispirazione. Qual è la tua playlist ideale quando scrivi e perché?

La musica riveste una funzione vitale per me, da quando a tredici anni ho ricevuto da mia madre la prima audiocassetta. Poltrivo a letto con la febbre e ho ascoltato con meraviglia i Platters; sentivo di aver fatto una scoperta eccezionale, che purtroppo non potevo condividere con le mie coetanee, appassionate dei Take That e di altre boy band contemporanee. Musicalmente venivo alquanto snobbata. Poi il primo anno di università ho ricevuto da un amico un’altra audiocassetta fondamentale. Quella dei Platters era il corrispettivo della Numero Uno per Paperon De’ Paperoni, mentre quest’altra è l’oro in cui tuttora amo sguazzare. Smiths, Pulp, Joy Division, Belle and Sebastian… Ricordo ancora quando l’ho ascoltata in macchina per la prima volta, e ho mandato indietro quaranta volte There Is a Light That Never Goes Out per sentirla da capo. Come emozione credo si avvicini al colpo di fulmine dei film americani ambientati al college. Da allora quell’audiocassetta è la mia playlist ideale. Ovviamente integrata da cantanti e gruppi che poi ho scoperto via via: Elliott Smith, Violent Femmes, Divine Comedy, New Pornographers, Wave Pictures… Molti di questi si trovano qui su Flanerí, nella mia rubrica di racconti “Soundtrack”. Dove ho approfondito l’idea della colonna sonora nella narrativa. Proprio perché, adorando anche il cinema, mi piace leggere e scrivere visualizzando le scene, come se stessi davanti a un film.
Lo scrittore mette sempre un po di sé in quello che racconta: quanto cè di Chiara nei suoi personaggi? Quanto si somigliano la scrittrice e la protagonista?

Moltissimo. A Daria, la studentessa ventiquattrenne, ho prestato i miei studi e i miei gusti musicali. Lei frequenta Lettere e sta scrivendo una tesi sul cinema, come me anni fa. Si sente spesso inadeguata, e forse la sicurezza non è neanche la mia prima qualità. Ciò che la distanzia da me è la diffidenza verso gli altri, che la fa essere schiva e piuttosto asociale. In questo siamo molto diverse.
La madre, Cinzia, che per motivi anagrafici è senz’altro più lontana da me, mi assomiglia di più per alcune caratteristiche di cui spesso, come lei, devo pagare lo scotto poco dopo: la spontaneità quasi compulsiva, la gelosia, l’irascibilità. Caratterialmente mi sento senza dubbio più simile a Cinzia.
Quali sono i tuoi prossimi progetti narrativi?

Ho pronta una raccolta di racconti intitolata L’amore quando è assente. La cifra è prevalentemente ironica o intimistica, come nei racconti di “Soundtrack”, confluiti infatti nella raccolta. Il fil rouge è la difficoltà nel capirsi, spesso all’interno della coppia e a volte in altre dinamiche. La raccolta è suddivisa in varie sezioni: Sentirsi migliori dell’altro, Non essere corrisposti, Rimpiangere… La musica svolge spesso una funzione importante.
Ho iniziato anche un secondo romanzo, incentrato sulla fatica di avere trent’anni oggi. L’impronta è decisamente ironica, tanto per provare a sdrammatizzare l’irrisolutezza su tutti i fronti in cui ci sentiamo avviluppati io e molti dei miei coetanei.
Un consiglio per i giovani scrittori con un romanzo nel cassetto: come si raggiunge il miraggio della pubblicazione? Cosa deve assolutamente avere una storia per risultare interessante, secondo te?

Riguardo al miraggio della pubblicazione, cito due frasi di personaggi molto diversi fra loro. La prima è di Eraclito, e la sento ripetere da mia madre da quando sono piccolina. «Se non speri l’insperabile, non lo troverai; perché è duro da ricercarsi e difficile da ottenere».
La seconda è di Frank-N-Furter, il protagonista di The Rocky Horror Picture Show. Mentre scrivevo la tesi sul travestitismo nel cinema, rimasi rapita dalla scena in piscina: una delle più liriche e significative del film. Lì veniva ripetuta una frase, che estrapolata e decontestualizzata suona banale e rievoca erroneamente il sogno americano. Ma inserita in quel contesto, dove si urla che bisogna fare di tutto per raggiungere ciò che in fondo già si è, diventa un inno all’autenticità e al non mollare mai il forte desiderio che ci muove. Allora il mio forte desiderio era scrivere questo libro. E la frase è «Don’t Dream It. Be It».
Calandola nella realtà editoriale, in effetti molto diversa da quella per cui questa frase è stata concepita (sebbene l’autenticità sessuale sia uno dei centri motori anche del mio romanzo), il consiglio che darei è: nonostante il mondo dell’editoria sia uno dei più difficili e le piccole case editrici fatichino a restare a galla, i libri esisteranno sempre, e quindi l’aspirante scrittore avrà una vita forse complicata, ma realizzabile.
Un consiglio più pratico e meno poetico è di partecipare a concorsi rinomati e di non ricorrere alle case editrici a pagamento, se l’ambizione è diventare scrittori anziché veder pubblicato solo il primo libro. Anche se valida, un’opera che per vedere la luce ha a monte un pagamento non rappresenta per un autore un buon biglietto da visita.
Per quanto riguarda le caratteristiche imprescindibili che deve possedere un’opera per risultare interessante, credo che un autore oltre a maneggiare perfettamente la lingua e – possibilmente – avere una storia in mente, debba scrivere con onestà: durante la stesura, non dovrebbe pensare alla reazione dei lettori, ma vivere ciò che scrive, commovendosi o ridendo insieme ai personaggi. Immergendosi totalmente nell’umore della storia si può trasmettere un’emozione. Per ricorrere a una metafora, una risata spontanea è contagiosa, una artefatta no. Ovviamente in ogni caso si toccheranno le corde di alcuni lettori e non di altri, ma in questo modo le possibilità che le persone si rispecchino in ciò che scriviamo sono maggiori.
Un requisito diverso ma affine è la conoscenza perfetta di ciò che si scrive, il che non significa concepire opere autobiografiche, ma quantomeno svolgere a monte un lavoro di documentazione che consenta di collegare in modo appassionante e credibile la storia al suo contesto sociale.
In ogni caso, il primo passo è vincere ogni titubanza e iniziare a scrivere.

(Chiara Apicella, Sofia nel mio autunno nevrotico, Lantana, 2014, pp. 271, euro 15)

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