“Il giovane favoloso” di Mario Martone

di / 17 ottobre 2014

Dopo il passaggio in concorso a Venezia, Elio Germano diventa Giacomo Leopardi per Mario Martone in Il giovane favoloso, biografia cinematografica di uno dei più importanti scrittori italiani.

Giacomo, figlio del conte Monaldo Leopardi, trascorre l’infanzia e l’adolescenza con i fratelli minori Carlo e Paolina e una madre severa e distante. L’ambizione culturale del padre e la salute cagionevole lo costringono a passare più tempo in casa sui libri di quanto ne possa dedicare ai giochi. Lo studio diventa il suo unico conforto e la sua maledizione, l’unico linguaggio per avvicinarsi al padre e allo stesso tempo il trampolino per immaginare voli di fuga verso altre realtà più grandi della provincia dello stato pontificio. Manda le sue opere agli autori che stima, riceve la risposta di Pietro Giordani che lo incita a proseguire e lo va a trovare nella casa del padre, progetta la fuga e viene sorpreso. Con gli anni, riuscirà a essere altrove, a Firenze, a Roma, a Napoli, legato a doppio filo all’amico Antonio Ranieri, sempre più minato nel fisico, sempre più rancoroso nei confronti della natura che non gli ha concesso un normale svolgimento dei giorni.

Dopo la biografia d’Italia con Noi credevamo, Mario Martone prosegue l’indagine sull’identità del paese volgendo lo sguardo al più importante tra i poeti, e pensatori, dell’Ottocento, romantico e patriota. Il tentativo è quello di sottrarre il poeta di Recanati al grigiore del testo scolastico per consegnarlo alla piena dignità della gloria di uomo di lettere e uomo totale.

Perché favoloso il giovane di Martone? In fondo, il Leopardi descritto ha sì una reale voglia di vivere ad animarlo, ma è costretto in primo luogo da se stesso a impedirsi a vivere. La prigione dorata di Recanati prima, la gabbia distorta del corpo poi, appaiono come pretesti per una rinuncia al tentativo ulteriore, alla ricerca di una piena possibilità. Sono rari i momenti in cui si vede Leopardi godere realmente di una vita potenziale, come quando si unisce ai popolani alla locanda a Napoli. A prevalere è un ripiegamento in se stesso, una costruzione di solitudine.

L’amicizia con Ranieri, di cui invidia ai limiti dell’omofilia e della gelosia la giovinezza e il dinamismo, ancor più della bellezza, è il riflesso di un appagamento. Anziché cercare di essere come lui, di ottenere le grazie della adorata Fanny per vie più dirette rispetto al fugace corteggiamento letterario, Leopardi si accontenta di osservarlo. Certo, è minato nel fisico che ne limita la piena espressione, ma nel complesso appare pavido, refrattario all’esibizione di sé.

Del resto, questa refrattarietà si manifesta anche nel rapporto con la sua stessa opera, vissuta con sicura confidenza nel confronto privato con persone note e ben disposte (i fratelli, Ranieri stesso) e pronta invece a essere sminuita, se non addirittura abiurata, nel momento pubblico, come quando ragazzo si propone per lettera a Giordani, o nel confronto con la società letteraria che gli rifiuta il premio.

In un film di qualche anno fa, Auguri professore, Silvio Orlando interpretava un professore di liceo perseguitato per tutta la sua carriera di studente dal mito della concezione del dolore di Leopardi (e Manzoni). Quando finalmente ha possibilità di insegnare esplode in un liberatorio rifiuto della negatività di Leopardi, vantandone invece la smania di vita, l’appetito feroce e curioso di tutto ciò che è mondo e la rabbia che derivava dall’impedimento fisico del pieno godimento. Ecco, quello era un giovane favoloso, animato da collerica tristezza per l’opportunità negata, per la gioventù sottratta. Martone invece mostra un uomo che osserva non osservato la vita degli altri, dei giovani che giocano a pelota, dei contadini che inseguono galline, di Ranieri che conquista e ama, e poi si rifugia in soffitta a scrivere. Non riesce, se non a tratti, a far vivere la potenza insita nelle parole del poeta, la voglia di una vita ipotetica che viene presentata come pessimismo.

Nel descrivere i componimenti, Martone ha scelto la strada del collegamento con l’immagine. Le poesie più celebri, i pensieri più alti, scaturiscono direttamente sullo schermo dalla contemplazione diretta del suo Leopardi della natura e del paesaggio, di quella siepe che da tanta parte e della ginestra, animando con la sensazione interiore lo spettacolo esteriore.

Una scelta simile espone al rischio della figurina scolastica, del santino contemplativo, dell’aneddoto compositivo, della retorica dell’ispirazione fulminante. È una precisa scelta stilistica che però nella somma degli elementi finisce per essere una debolezza, non la sola. Perché a tratti la sensazione fiction Rai è in agguato, perché nel complesso dell’offerta, tolta la portata principale di un Elio Germano che è sì favoloso (non fa il gobbo, è il gobbo. Si modifica, piega, contorce, senza essere macchietta. Scrive come Leopardi, siede come lui, diventa lui), il contorno è scarso in quelli che sono i personaggi secondari. Isolati dal rapporto col poeta non esistono, non hanno autonoma ragione di essere, non hanno dimensione o struttura, nonostante la caratura degli interpreti.

Si fa apprezzare l’apparato scenografico, con la parte dell’adolescenza girata nella vera casa di Recanati e, per contrasto, la colonna sonora tra elettronica e post-rock di Sascha Ring, più noto come Apparat.

(Il giovane favoloso, di Mario Martone, 2014, biografico, 137’)

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