“Class”
di Francesco Pacifico

di / 7 novembre 2014

È bene che lo sappiate. Francesco Pacifico ha capito tutto. E con tutto intendo il metamorfico universo umano e la sua colonia borghese, ovvero, per noi che siamo atrocemente umani e quasi sempre almeno un pizzico borghesi, tutto quello che conta. Per constatarlo basta approcciare il suo ultimo romanzo. Class, vite infelici di romani mantenuti a New York (Mondadori, 2014). Trecentoventi pagine radiografiche. Lampanti, ineludibili.

La trama, pastorizzata all’estremo, è alquanto denutrita. Precisiamo, di cose ne accadono, aggirato l’oceano.

Ludovica e Lorenzo, coppia di coniugi che passeggia intorno ai trenta, trasmigra da Roma a New York per concedere a lui l’occasione di diventare il regista che sogna di essere. Sono entrambi annoiati e poco convinti dei loro costumi di scena, così, interporre un continente tra sé e il momento di crescere sembra rappresentare un diversivo di tutto rispetto.

Ludovica, ostaggio dell’azzimata libreria di corso Trieste di proprietà paterna, segue in America il marito confidando nel suo cortometraggio e in quel talento che spera s’irraggi da lì a breve per accordare senso al loro viaggio, ovviamente al di là di una carta d’imbarco. Quella permanenza per lei si tramuta in un mentre vorticoso, un purgatorio brulicante d’italiani aspiranti o sedicenti artisti che rischiano altrove ma con le spalle sempre al caldo. Dopo una lite al melodramma si allontana da Lorenzo per spiaggiarsi a casa di un amico, Nico Berengo, giornalista musicale a cui piace contornarsi di un’orchestra compiaciuta di cicisbei in versione aggiornata, fino ad impattare nell’asteroide Tullio, cattolico in conflitto tra il suo petto in preghiera e le mani che prudono. E nei rimpalli di continue collisioni, un dubbio pestifero serpeggia tra le serrande di una lampo e le cerniere di una smorfia modello Jasmine Trinca: «E se mio marito fosse solo un mediocre?» Certezza aritmetica già al quinto paragrafo, solo che lei impiega qualche riga in più per esserne persuasa. E prima di manipolare con discreta padronanza questo patrimonio di consapevolezza, rimbalza in soggetti pateticamente pittoreschi, con la sola attenuante di vestire hipster e quindi di sguazzare nel contesto.

A suffragare il loro sfrontato carisma, la lancinante attualità dei dialoghi ibridati a cui assiste Ludovica: «Siamo entrati nell’orbita Vuitton e ora non ci capiamo niente, è tutto un vuittonare nel vuotòn Vuitton», oppure: «Place is Belgian, bi-atch. We all love Parigi, doll, we love Roma, we’re from Kansas City and we heart Milano». E ancora: «Ma no, tu sei centrale!Troviamo il modo di metterti in ginocchio in scarpe Vuitton in mezzo ai negri déco», suggellando con «Sì vabbe’, Marce’, non è che dici cose random e io penso che sei intelligente».

Poi la voce narrante, una defunta fuori campo per intuibili ragioni, si appunta sul pianeta di Gustavo Tullio di cui è stata amante, propinandoci una sismologia accurata del suo quotidiano, costellato di figli e attrazioni indelicate verso il suo equilibrio fatto di giocattoli, chitarre e Gocciole Extra Dark.

Di fatti, quindi, se ne registrano in gran numero. Ma la trama balla ai margini, resta sempre un po’ emaciata rispetto al dato saliente dell’intero romanzo. Ciò che alluviona la lettura è lo stile inforcato dall’autore, evocativo e potente nelle descrizioni dei luoghi che Pacifico dimostra di conoscere come un ospite accanito. Le colate di neve sulle aiuole densissime, le briciole di sole tracannate dall’esofago di troppi grattacieli, «Sopra la fascia di quelle nuvole basse e lontanissime, un diffuso color aragosta e, ancora sopra, un grappolo di nuvole globulari che paiono pezzi di cervello». Insomma, autopsia di un cielo.  Arduo per chi ci è incappato non incollarsi al richiamo di Foster Wallace e al suo Una cosa divertente che non farò mai più: «E poi nella tarda mattinata le nuvole isolate si avvicinano l’una all’altra e nel primo pomeriggio cominciano a incastrarsi come pezzi di un puzzle da riordinare e prima di sera il puzzle sarà risolto e tornerà ad avere il colore delle vecchie monete da dieci cent». Con altri risultati.

Una mano ingombrante, quella di Pacifico. Che tracima nel profluvio dei suoi citazionismi, dei continui ossessivi riferimenti a film, album, indumenti, marchi di ogni genere e tipo. Un pinzimonio di consumi culturali sbucati da ogni pertugio, dovunque ci sia posto per ingommare un post-it. Un esempio per tutti: «Il tassista è puro cinema indipendente, Jarmusch anni Ottanta, Festival di Berlino anni Novanta; il ponte è la commedia newyorkese, Woody Allen, 6 gradi di separazione, “Sex and the City”, le esterne di Letterman». New York come oracolo di mode a cui abbeverarsi per sentirsi sul pezzo. Soprattutto se traslati nella vecchissima Roma, che scimmiotta sempre troppo tardi. Tutto voluto, tutto funzionale al racconto, certo.

Esattamente come il corto di Lorenzo, caso idealtipico di pastiche di altri spunti, perfetto per inchiodare un vuoto imbottito il più possibile.

Così come fanno molti personaggi all’interno del romanzo. Che restano vetrine di loro stessi, versioni antropomorfe di Zalando, perché almeno un paio di generazioni ormai sono solo il collage di ciò che a loro piace, un’insalata di clic sul più famoso social network. In questo l’operazione è riuscita.

E questo trasuda da Class. L’ostinazione borghese a sembrare meglio di ciò che si è, rimanendo in continuo autoallestimento. Comprando stimoli, tempestandosi di mondi. Parlando assurdità con pretese semi-mistiche o quanto meno originali. In ansiogena attesa di approvazione.

E nel delirio del suddetto collage, arriva lui, Pacifico, a smascherare tutto e tutti. A diagnosticare fobie e doppi fondi sulla base infallibile dei brand indossati o delle cantilene spacciate per pensieri. Non che spesso non sia vero, ma almeno un centinaio di sociologi lo hanno scoperto già da parecchio, se ancora non ce ne fossimo accorti.

È evidente e quindi innegabile che Pacifico sappia maneggiare la materia letteraria, ma lo si sapeva da tempo e non è questo il problema.

Quello che ci si aspetta da un romanzo (e quindi da uno scrittore), però, è che non si autocelebri ad ogni battuta, o che lo faccia in modo meno smaccato. Osannare la propria furbizia può diventare irritante. Abbastanza in fretta. Schietto, graffiante, lenticolare, acuto, contemporaneo.

Tutti aggettivi adattissimi a Class. Peccato che il più idoneo sia “fastidioso”.

Come precisato all’inizio, Francesco Pacifico ha capito tutto. Magari lo dimostrerà meglio scrivendo il prossimo romanzo.

(Francesco Pacifico, Class. Vite infelici di romani mantenuti a New York, Mondadori, 2014, pp. 324, euro 19)

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