“Girls in Peacetime Want to Dance” di Belle and Sebastian

Dancefloor per adolescenti goffi

di / 9 febbraio 2015

Il Clyde è un fiume largo, piatto, grigio. Nasce nel Lanarkshire meridionale, non molto a nord del vallo di Adriano e poi, prima di addormentarsi nella sua profonda baia, la Firth of Clyde, bagna silenzioso la città di Glasgow. Il cielo di Glasgow è come il Clyde: largo, piatto, grigio. Sembra che nei secoli gli abitanti del luogo, i glaswegians, abbiano sviluppato una sorprendente capacità immaginativa, una sorta d’alienazione favolistica, per poter trovare colori che contrastino il cielo e il fiume. Di queste parti era James Matthew Barrie, il creatore di Peter Pan, così come Donovan, il re del folk scozzese, e la Avarage White Band, felice esperimento di funk europeo che nulla aveva da invidiare a sua maestà James Brown.

Da quasi un ventennio i Belle and Sebastian si sono aggiunti, con grazia ed arguzia, a questa già illustre hall of fame. La loro ultima fatica, Girls in Peacetime Want to Dance (Matador, 2015), rappresenta, o per lo meno vorrebbe rappresentare, una svolta. Una svolta artistica, musicale e, perché no, concettuale. Una svolta, dicono gli stessi interessati, dovuta ad una crescita, ad una maggiore consapevolezza e ad un più ampio raggio d’ascolto del panorama musicale internazionale, che ha portato Murdoch e soci a partorire la seguente idea: perché non facciamo un disco dance?

C’è da dire immediatamente che il mutamento così tanto sbandierato a parole è meno evidente alla prova dei fatti. L’impostazione di fondo rimane sempre un’idea di pop sognante, favolistico, che si porta dietro un’intatta capacità del gruppo di comporre melodie semplici, accattivanti e di sicuro, ma anche facile, impatto. Basta ascoltare l’iniziale “Nobody’s Empire”, primo singolo estratto, oppure i ricami vocali di Steve Murdoch in “Everlasting Muse”, per rendersi conto che melodia e voce soffice rimangono i temi portanti dei Belle and Sebastian. D’altronde non c’è inganno, nessuna presunzione: «be popular, be pop, and you will win my love», si ascolta sempre nella stessa “Everlasting Muse”.

Il cambiamento però c’è stato. È un cambiamento di contorno e non di sostanza, di produzione e non di contenuti. Non bastano, infatti, qualche tastiera, alcuni sintetizzatori e un’ottima produzione a trasformare un gruppo di adolescenti che componevano buone canzoni da cameretta in scatenati animali da dancefloor. Tutto suona, in fin dei conti, ingenuo e superficiale, tra le timide schitarrate post-punk di “Perfect Couples”, forse una delle più riuscite del lotto, e le cavalcate eurobeat di “Enter Sylvia Path”, opaca fin dalla terza battuta, con un incedere che sembra dover esplodere da un momento all’altro ma non decolla mai e una Sarah Martin che vuole scimmiottare la morbidezza vocale di una Laetitia Sadier degli Stereolab, con scarsi risultati.

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LA CRITICA

Cresciuti tra fiabe e castelli, laghi e verdi colline piovose, i Belle and Sebastian tentano con Girls in Peacetime Want to Dance un triplo salto mortale. Il party organizzato finisce però per essere godibile solo per gli addobbi fantasiosi e i cocktail colorati. La musica è infatti senz’anima e senza contenuti, noiosa, quasi stucchevole. Le poche note di merito sono le stesse di sempre, il che non è per forza un elemento positivo.

VOTO

4/10

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