“Selma – La strada per la libertà”
di Ava DuVernay

Martin Luther King Jr. arriva al cinema per la prima volta

di / 13 febbraio 2015

Dopo i premi al Sundance Film Festival per Middle of Nowhere nel 2012, Ava DuVernay esce dalla sfera più indipendente del cinema per raccontare la storia della marcia che nel 1965 coinvolse migliaia di persone sulla strada che porta da Selma alla capitale dell’Alabama, Montgomery. Agli attivisti di colore si aggiunsero, dopo i primi due falliti tentativi, semplici cittadini bianchi ed esponenti di varie culture religiose per pretendere insieme il riconoscimento del diritto di voto alla popolazione afro-americana (di fatto già garantito costituzionalmente, nella prassi impedito con mezzi di ogni tipo negli Stati Uniti meridionali). Parallela alla preparazione della marcia si sviluppa la trattativa politica che Martin Luther King Jr. porta avanti con il presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson per avere garanzie sul corretto svolgimento della manifestazione e sull’assenza di ripercussioni violente.

Era il 2010 quando il presidente dell’Academy of Motion Pictures Arts and Sciences Sid Ganis annunciava che la categoria miglior film dei premi Oscar sarebbe stata estesa da cinque a dieci titoli. Una scelta che, nelle intenzione dei vertici dell’Academy, avrebbe dovuto portare a una maggior presenza di film provenienti da realtà diverse da quella hollywoodiana dominante. Documentari, quindi, ma non solo, anche titoli non in lingua inglese, prodotti di altri paesi, o addirittura film d’animazione. Per far vedere che facevano sul serio, i membri dell’Academy decisero di inserire nella decina finalista di quella edizione titoli come District 9 dell’esordiente sudafricano Neill Blomkamp e il cartoon capolavoro Up.

L’anno successivo si è continuato con la nomination per Toy Story 3 – La grande fuga e la vittoria del britannico Il discorso del re, a cui è seguita nel 2012 il trionfo del francese The Artist. Nel 2013 il premio è tornato negli Stati Uniti (con Argo), ma tra i candidati c’era ancora la Francia con Amour, mentre nel 2014 toccava a Philomena di Stephen Frears ricordare che il cinema non è solo statunitense.

Di cartoon, finora, non ce ne sono stati di nuovi, documentari non si sono visti, e nell’edizione 2015 non sono stati candidati neanche film non in lingua inglese. Comunque, nell’edizione di quest’anno prosegue un’altra tradizione che ha trovato il suo consolidamento definitivo dal 2012, anno in cui Barack Obama ha vinto le elezioni presidenziali per la seconda volta. Dai premi Oscar di quell’anno ci deve essere, a tutti i costi, almeno un titolo tra i candidati al miglior film che tratti tematiche collegate alla segregazione razziale, al razzismo e più in generale alla condizione degli afro-americani degli Stati Uniti. Non che ci sia un regolamento che lo imponga, tutt’altro, solo che è diventato prassi. Fino a un certo punto è stato facile: c’erano dei titoli validi e inserirli nella rosa dei candidati risultava comunque doveroso. Nel 2012 è toccato a The Help di Tate Taylor, nel 2013 a due film che hanno usato approcci ben diversi per parlare dello schiavismo, Lincoln di Steven Spielberg e Django di Tarantino, fino all’apoteosi dello scorso anno con la vittoria di 12 anni schiavo di Steve McQueen, ancora sulla schiavitù.

Proprio nel 2014, però, si è rischiato grosso. Perché prima dell’annuncio delle nomination circolava con una certa convinzione il nome di The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca di Lee Daniels come gran favorito per vincere tutti i premi a disposizione. Nei fatti, non ha ottenuto neanche una nomination, e nessuno degli altri premi (Golden Globes, SAG) a cui era candidato. Dov’era il rischio? Il fatto è che The Butler è un film assolutamente mediocre, retorico, realizzato male e di scarso spessore. C’è Oprah Winfrey, che torna a recitare quindici anni dopo Beloved e a quasi trent’anni di distanza dall’esordio con candidatura per Il colore viola, e probabilmente la presenza della donna più potente degli Stati Uniti spiega la quantità quasi infinità di attori e personalità presenti (dal protagonista Forest Whitaker alle parti piccolissime di gente come Robin Williams, John Cusack, Alan Rickman, Jane Fonda, Lenny Kravitz, e altri ancora). Se avessero aggiunto The Butler nella rosa dei candidati il gioco di dover considerare a tutti i costi per l’Oscar un film sugli afro-americani sarebbe stato troppo evidente, avrebbe fatto perdere di credibilità.

Selma di Ava DuVernay ha più di un elemento in comune con The Butler: il protagonista David Oyelowo, per cominciare, che nel film di Daniels interpretava il figlio ribelle del maggiordomo, e di nuovo Oprah Winfrey, che si prende una parte più piccola, ma come produttrice riesce comunque a richiamare una serie di attori per piccoli ruoli. I due film condividono anche un limite nell’esagerazione, nelle troppe trame che vengono accennate e non sviluppate. Il Martin Luther King Jr. di Selma è sempre sospeso tra dimensione privata e dimensione pubblica, tra la sua vita domestica e il suo essere personaggio pubblico. I due momenti, però, non sono in equilibrio. La famiglia del Dottor King viene sfruttata come pretesto per episodi trascurabili, per quella tendenza all’accumulo di un film che vuole provare una dimensione corale che non riesce mai a raggiungere. La scelta di Ava DuVernay è chiara sin dal titolo, in teoria: il suo film non vuole essere un biopic su Luther King, ma la ricostruzione di un momento della storia dei diritti civili americani. Solo che si confonde in fretta: inizia con il Nobel per la pace di King, si sposta sulle minacce personali, sulle telefonate anonime, sulle liti con la moglie, facendo intuire anche le debolezze del King uomo. Tutto, intorno al Dottore e alla moglie, però, è bidimensionale, dagli altri personaggi alla ricostruzione storica (inspiegabile il fugace incontro con Malcom X, tanto per metterci in mezzo anche lui), e Lyndon Johnson e il governatore dell’Alabama George Wallace sono salvati solo dal mestiere di attori come Tom Wilkinson e Tim Roth.

È chiaro che una storia come quella di Selma è capace di colpire più facilmente il pubblico statunitense, che può e deve continuare a indignarsi per le pagine più vergognose della sua storia, e che il film della DuVernay non manchi di coinvolgimento emotivo e onestà di intenti, ma sembra che la presenza del film nell’elenco dei candidati agli Oscar sia stata forzata per portare avanti questa recente tradizione di film razziali sempre candidati. È, comunque, molto meglio di The Butler, ma non è al livello di nessuno degli altri candidati.

(Selma – La strada per la libertà, di Ava DuVernay, 2014, storico, 127’)

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LA CRITICA

In perenne, e confuso, equilibrio tra film biografico e storico, tra vicenda personale e ricostruzione universale, Selma – La strada per la libertà si affida all’emozione della storia per superare i propri limiti di scrittura. Più che come film, Selma vale come messaggio di memoria, e in quella direzione riesce a fare centro.

VOTO

6/10

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