Il fratello magico

A tu per tu con Orazio Labbate, autore di "Lo Scuru"

di / 23 febbraio 2015

C’è un mondo magico là fuori, non soltanto dentro i libri. Amici comuni, social network, un fuggente incontro alla fiera PLPL a Roma, poi, la presentazione, quella davvero magica, a L’Aquila, presso la libreria Polarville, la cena con i titolari della libreria e qualche amico, e il giro notturno, mistico e toccante, tra le case abbandonate della mia città, in zona rossa, ecco la genesi di questa intervista a Orazio Labbate, autore dell’apprezzatissimo romanzo Lo Scuru, di recente pubblicazione per i tipi di Tunué.


Orazio, da quale arcaica e remota grotta del tuo animo hai cavato fuori questa splendida gemma che è Lo Scuru

Lo Scuru è nato dalla morte, che nella mia vita si è manifestata attraverso due qualità opposte, rispettivamente: metafisica e umana.
Alla visione, da chierichetto, delle icone cristiche, delle statue della Settimana Santa, nella chiesa di San Rocco a Butera, e soprattutto osservando quella del Signore dei Puci (Gesù Cristo incatenato sottoposto al peso della croce), avvertivo paura e tuttavia trasalimento di visioni che mi ordinavano di accostare questi avvenimenti a esternazione diaboliche remote. Queste percezioni d’infante sono poi ritornate tramite la morte di mia nonna quando avevo diciotto anni. Al momento del suo trapasso, infatti, osservando la camera ardente teatro di urla disperanti delle vecchie di paese che parevano trasformarsi in demoni, a causa della loro pantomima, sentii didentro una necessità, la necessità della sua resurrezione che all’istante si chiarificò con la scrittura. Una scrittura però che nasceva dall’italiano e poi veniva inseguita dal dialetto buterese e rimandava ai miei sentimenti di ragazzino-chierichetto.
In sintesi, un gioco terribile di lingue che potesse evocare mia nonna morta.


Hai immediatamente citato Butera, la tua terra natia, qual è il tuo rapporto con la Sicilia? E come questo ti ha guidato nella stesura del romanzo?

È un rapporto di matrice buia. Per me la Sicilia è infatti madre di incendi, di campi neri, del Mediterraneo che silenzioso ha inghiottito e inghiotte, di civiltà fantasmatiche ormai arcaiche, di pali del telefono che ardono nottetempo nella strada che collega Butera a Gela, di uno scirocco ossidrico che devasta.
La Sicilia meridionale, la mia, è divenuta, per immaginario letterario, spazio, territorio, isola abbandonata che favorisce il parto d’una narrativa gotica e metafisica, nonché di un underground descrittivo affine all’immaginario della narrativa americana dichiarata da Faulkner come da McCarthy.
Il fuoco siciliano, in sintesi, secondo la mia letteratura, non è Genesi, bensì massa creatrice dell’oscurità che l’isola possiede e che in seguito, a incendio consumato, si sostanzia nelle cose bruciate prima descritte; così come si manifesta, la fiamma, nelle visioni nascenti dalle cose finite (per esempio: tronchi bruciati, palme bruciate, chiese barocche di notte, ecc.) che possono apparire irreali ovvero descritte all’interno di un ipotetico aldilà.


Molto si è già detto sulla scelta ardita della lingua di Lo Scuru, una commistione tra italiano e dialetto buterese: quanto hai dovuto prepararti per dominarla a pieno e quanto lei ha dominato te nella stesura?

Ho dedicato un iniziale tempo allo studio di questi due scrittori siciliani: Gesualdo Bufalino e Stefano D’Arrigo, che per me rappresentano meravigliosi inventori di lingua nonché possessori d’una magica e incredibile dominazione d’essa sino a essere in grado di usarla naturalmente. A tale studio della loro diversa declinazione linguistica nelle loro opere, ho poi introdotto la lettura dei lavori di William Faulkner e Cormac McCarthy, e sono ritornato infine a studiare il mio scrittore preferito che è Franz Kafka, fino a toccare gli autori che significano il gotico stesso: Hoffmann, Walpole, Nodier e Meyrink.
Sono state letture notturne, con taccuino in mano, per appuntare la velocità narrativa e la loro perizia linguistica nel ricreare territori reali, metafisici e dunque per addizione: oscuri.


Cosa lega Orazio Labbate al protagonista del romanzo Razziddu Buscemi? Sembra che tra voi ci sia un doppio legame, violento e spaventoso, da un lato, materno e genuino, dall’altro.

Razziddu Buscemi è Orazio Labbate, e viceversa. Sono entrambi amanti della morte, così come della tenebra. Sono entrambi credenti nel Dio cristiano, e tuttavia lontani dalla Luce che trasmettono le icone sacre poiché traducono queste ultime in remote immagini arcaiche di paura e le reputano sottoposte a disformi magie demoniche. Sono stati tutti e due chierichetti. Sono tutti e due studiosi dei cimiteri, nottetempo. Sono tutti e due orribilmente malinconici. Razziddu Buscemi e Orazio Labbate credono e non-credono in questa originale Trinità: Lo Scuru, la statua e U Diavulu.


La religione, con le sue derive magiche e spiritiche, è una presenza quasi asfissiante, cosa rappresenta per Razziddu e cosa per Orazio, se esiste una differenza?

Per entrambi la religione è territorio di superstizioni, di magia, di insostenibile oscurità e di preparazione all’aldilà. La religione è posto mistico dentro la quale avvengono combattimenti tra entità metafisiche, nelle due ali: angelologiche e demonologiche. La religione è per entrambi il significato della Croce così come è, altresì, la derivazione immaginifica intorno a Essa.
La religione prescelta, in definitiva, è quella cattolica.


Un altro tema di Lo Scuru è l’amore, incarnato in Rosa moglie di Razziddu, pur conservando un carattere classico, di forza salvifica, non sembra però essere di per sé una soluzione sufficiente, definitiva, l’amore pare invece un rifugio, un luogo sicuro: puoi chiarirci questo aspetto?

Razziddu è investito nella totalità del suo tempo incalcolabile da turbamenti e questioni metafisiche e dall’esorcismo infantile che lo insegue. L’unica via materica che lo introduce alla luce, e quindi alla realtà, è la donna. Dunque, l’amore verso la donna. Rosa è per lui cosa esistente che diventa anche persona salvifica poiché viene a essere amuleto in potere di risolvere il labirinto spirituale del quale è vittima allucinata il ragazzo. Rosa è una specie di reliquia umanizzata ed è la possibilità, per Razziddu, di non avvicinarsi all’aldilà per la definitiva condanna. Tuttavia, essendo, grazie al loro amore reciproco, «cose addùmate», non saranno salvabili…


Veniamo infine a te, Orazio, da quanto tempo scrivi? Perché hai iniziato? In quale momento della giornata la scrittura prende vita?

Come dicevo, lo scatenamento alla scrittura è stata la dipartita di mia nonna. Ricordo che quella notte, dopo il trasporto della salma al cimitero buterese, trascorsi le ore a scrivere nel tentativo di rievocarla. Fu una scrittura impazzata e tuttavia ormai sedimentatasi nel mio spirito come fuoco oscuro da liberare.
Prima di quell’avvenimento mi dedicavo a una lettura sostenuta. Iniziai a quattordici anni con Dostoevskij, Bulgakov, Kafka, Borges e ancor prima con le fiabe dei Grimm. Ciononostante la seria tensione, di cui necessita la scrittura, nacque, ripeto, con la scomparsa di mia nonna. Dunque, con la distruzione dell’amore.
In merito all’ultima domanda, le mie giornate non sono fatte di metodismo di scrittura. Io scrivo per istinto, seguo interamente la fiamma. Epperò prediligo due luoghi dove scrivere: la mia camera e il cimitero. In seguito metto equilibrio, riordino, le pagine scritte.


Hai già progetti per il futuro? Quando e dove ti rivedremo?

Sto lavorando a un secondo romanzo. Preferisco non svelarne trama e personaggi. Posso però dire che la morte e l’oscurità che ne discende non andranno via dal mio scrivere.


I saluti non ci sono, non ci sono saluti tra fratelli ritrovati, perciò, cari lettori, salutiamo voi.

 

(Orazio Labbate, Lo Scuru, Tunué, 2014, pp. 128, euro 9,90)

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