Ho ascoltato per tanti anni: intervista a
Franco Roselli

In occasione dell’uscita di “Un Buddha in giardino”

di / 10 aprile 2015

«Truffaut mi definiva un italiano un po’ verboso. Mi diceva di essere più concreto, perché il dialogo sia per un romanzo che per una sceneggiatura deve durare giusto il tempo di una canzone : tre-quattro minuti massimo. Se si va oltre cala la soglia di attenzione. Lei mi deve scrivere – mi diceva il maestro francese – cose che possono avere vita autonoma. Che possano essere staccate dal contesto». E questa lezione di Truffaut ha davvero dato i frutti nello stile di Franco Roselli, “allievo” dell’indimenticabile autore di Effetto Notte, ma anche di un altro grande maestro del cinema, il tedesco Rainer Werner Fassbinder.

Franco Roselli, classe 1950, dopo svariate esperienze europee di sceneggiatura e scrittura, nel 1987 approda alla Rai come regista e da anni è nel gruppo di Enrico Ghezzi e degli autori di Blob, la trasmissione cult di Rai Tre. Dopo aver pubblicato nel 2000 un libro di racconti, Prima un idiota, Roselli esordisce oggi con il suo primo romanzo Un Buddha in giardino (Graphofeel Edizioni). Una saga familiare ambientata tra Stati Uniti ed Europa ricca di personaggi con storie che attraversano i decenni dagli anni Settanta, in cui i protagonisti afroamericani del racconto vivevano sulla propria pelle la discriminazione razziale e culturale, fino ai giorni nostri. In fondo non così differenti. Un romanzo di grande respiro questo di Roselli, scritto come la sceneggiatura di un film e permeato da una colonna sonora black che si evoca ispiratrice tra le righe della narrazione.

«Ho sempre scritto cose inerenti alla mia vita personale. Ho cominciato scrivendo al posto di altri, nascondendo il mio nome, come ghostwriter, lavorando per il cinema, per il teatro, inventando storie, vicende della vita, dialoghi tra persone, ma soprattutto ho lavorato ascoltando. Ho ascoltato per tanti anni».

La nostra intervista con Roselli nel salone della sua casa romana, faccia a faccia sorseggiando un tè, è più una conversazione amichevole che un’algida sequela di domande-risposte. L’aspetto pacioso, tranquillo di Roselli, il suo modo di parlare calmo è probabilmente il frutto del suo essere buddhista e della meditazione zen, aspetto ben evidente dentro il romanzo sin dal prologo e, naturalmente, dallo  stesso titolo. E mentre chiacchieriamo, c’è davvero un piccolo Buddha di bronzo che sembra osservarci dal giardino…

Roselli, come è riuscito a entrare nel “giro” di maestri assoluti del cinema europeo come François Truffaut e di Rainer Werner Fassbinder?

Era il 1968, avevo poco più di 18 anni quando studiavo a Venezia all’Università lettere e filosofia e prima sono entrato nel gruppo di Valerio Zurlini tramite il regista veneziano Gianni Da Campo, poi mi sono trasferito a Parigi. Qui, tramite un amico che lavorava nel cinema ho conosciuto Truffaut che mi ha messo subito alla prova facendomi prima scrivere piccole scene dei suoi film. Fortuna e caso. In seguito, per Veronika Voss con Fassbinder mi è capitato di scrivere la sceneggiatura di tre scene del film, senza firmarle, ovviamente. Perchè questo è il cosiddetto ghostwriter. Ma ai tempi ero giovane, e quello del cinema era un mondo fantastico e affascinante. Mi è servito molto. Una cosa che Truffaut mi ripeteva fino allo sfinimento era che dovevo imparare ad ascoltare le storie così come le racconta la gente. Non è importante se un racconto ha un senso – mi diceva – se ha una morale, se è tragica, se è allegra: la cosa fondamentale è il modo come una storia viene raccontata. Con passione e con freddezza. E con un uso appropriato degli aggettivi.

Zavattini amava dire che «Il cinema italiano è morto quando sceneggiatori e registi hanno smesso di prendere il tram».

È assolutamente vero. Se non vivi sulla tua pelle le storie che racconti non riuscirai mai a far immedesimare chi ti legge o chi vede una scena di un tuo film. Risulti freddo, asettico, schematico. Noioso, insomma. A Blob, per esempio, spesso amiamo sottolineare delle clip con una battuta, una pernacchia, una faccia, una scena tratta dal grande cinema italiano di Totò, di Sordi, di Tognazzi. Questo perché gli sceneggiatori d’allora avevano una sorta di preveggenza. Alcune loro frasi o battute sono assolutamente attuali perché pregne di vita vissuta. E le situazioni della vita, i sentimenti non cambiano, si inseguono e negli anni si ripetono. Oggi, tra i grandi, Verdone è uno di quelli che ha ancora degli ottimi sceneggiatori che sono con lui fin dai suoi primi film.

Nonostante la sua lunga esperienza e carriera di “scrittura”, lei fa il suo esordio da romanziere solo oggi, alla tenera età di sessantacinque anni. Come mai?

In realtà nel 1998 ho scritto un volumetto di racconti, Prima un idiota, edito da una piccola casa editrice di Venezia. Poi con la Rai non ho trovato più il tempo. Fino a oggi. Io non sono un disciplinato e a volte passo intere giornate a vagare per le strade, in città o in mezzo alla natura, oppure a casa a sentire musica. Chi mi vede mi chiede: «Ma non scrivi?» In realtà sto già “scrivendo”, nel senso che mi sto nutrendo alla ricerca delle parole e delle ispirazioni giuste. Il Buddha è stato un racconto istintivo che sento molto mio.

franco_roselliIl racconto di una famiglia quello del libro che sembra ottimale per una serie televisiva o un film.

Mi è stato già detto e adesso il mio compagno Max, che è un giornalista statunitense, sta cercando di tradurlo in inglese per cercare di proporre negli USA questa storia che ha dentro la diversità etnica, di lingua, di religione, di sesso, la tematica dell’Olocausto vista non dalla parte delle vittime ma da quella dei carnefici. In alcune storie c’è anche qualche parentesi autobiografica

Buddha e il buddismo entrano sin dal titolo nel suo romanzo.

La letteratura è sempre autobiografica. Devi scrivere di ciò che sei, perché con quello non si sbaglia. Quel Buddha in giardino all’inizio del racconto, quella storia ci ricorda che noi esseri umani, al di la delle scelte che facciamo, siamo regolati da un’unica legge che è quella della causa-effetto, del kharma che lega azioni e loro conseguenza. Questa consapevolezza ti insegna ad essere responsabile nelle scelte che fai.  Questa mia “filosofia” l’ho riportata nel mio modo di scrivere. Piccoli paragrafi, seguendo la lezione di Truffaut, che hanno un inizio e una conclusione. E devi amare quello che racconti per poterlo trasmettere. Mi è capitato con una signora che, alla fiera della piccola e media editoria qui a Roma, mi è venuta a interpellare dicendomi che aveva il letto libro e che si era molto divertita. «Ma non solo», mi ha detto questa donna, «alcuni personaggi del suo libro mi sono rimasti dentro e ancora oggi, giorno per giorno, mi accompagnano e mi sembra di sentirli commentare la mia vita». Ecco, questo credo sia uno dei più bei complimenti che può ricevere uno scrittore.

(Franco Roselli, Un Buddha in giardino, Graphofeel, 2014, pp. 290, euro 14)

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