“Mad Max – Fury Road” di George Miller

Il ritorno di una saga leggendaria

di / 15 maggio 2015

Sono passati quarantacinque anni dalla fine della civiltà. Il mondo è ridotto a un cumulo di macerie radioattive in cui bande di uomini sempre meno umani si contendono le poche risorse che sono rimaste. Max Rockatansky prima era un poliziotto. Ha perso tutto quello che aveva ed è perseguitato dai fantasmi delle persone che amava e che è convinto di non essere stato in grado di proteggere. Adesso vaga per le Terre Desolate sulla sua Interceptor in una solitudine totale. Quando viene rapito da un gruppo di predoni tinti di bianco diventa una riserva umana di sangue per i Figli della Guerra di Immortan Joe, signore della Cittadella che custodisce un’immensa riserva d’acqua, il bene più prezioso dell’umanità. Uno dei luogotenenti di Joe, però, l’Imperatrice Furiosa, sta preparando un piano per portargli via tutto quello che il signore ha di più caro: le sue giovani e bellissime mogli. Nella fuga di Furiosa e delle ragazze finisce coinvolto anche Max che si ritrova a doverle aiutare a raggiungere il remoto Luogo Verde in cui sperano di essere al sicuro da Joe e di poter avviare una nuova società.

Sono passati trent’anni dall’uscita nelle sale di Mad Max – Oltre la sfera del tuono, terzo capitolo – e fino a quel momento ultimo – della saga ideata dall’australiano George Miller nel 1979 e inaugurata con il suo esordio Interceptor. La trilogia di Mad Max ha avuto un impatto nell’immaginario degli ultimi trentacinque anni di fondamentale importanza. Praticamente, il cinema post-apocalittico per come lo concepiamo oggi è nato con l’intuizione di Miller, con l’invenzione del futuro medievale, della riduzione dell’umanità in tribù, delle lotte spietate e continue per le riserve di carburante. In questi trent’anni tra l’ultimo film e Mad Max – Fury Road sono successe tante cose, fuori dallo schermo. George Miller si è lasciato un po’ conquistare da Hollywood e ha fatto film ben diversi come Le streghe di Eastwick Babe va in città. Nel 2006 ha vinto il suo primo e unico Oscar: per il cartone Happy Feet.

Il ritorno a Mad Max, però, continuava a ronzargli in testa e dopo un paio di tentativi andati male (nel 2001 per problemi economici, nel 2007 logistici), Miller è riuscito a raccogliere centocinquanta milioni di dollari (il primo film era costato in tutto più o meno duecentomila dollari) e a lanciarsi sulla strada del ritorno.

Mad Max – Fury Road non è un seguito della saga, non è un rifacimento, è quello che oggi si chiama re-boot. Praticamente la storia riparte da capo e si svolge in maniera diversa. Mad Max non è più quel Mel Gibson che aveva contribuito a rendere il personaggio immortale. Adesso tocca a Tom Hardy dare una fisicità e una fragilità maggiore al tormentato Rockatansky. È diverso da Gibson, è bravo come sempre, ma la recitazione è secondaria. Mad Max – Fury Road è due ore di pura e continua azione. C’è una prima mezz’ora in cui non c’è un attimo di pace tra auto lanciate a tutta velocità e inseguimenti polverosi.

Per il  suo ritorno al cinema action, Miller ha deciso di puntare tutto sulla spettacolarità e c’è riuscito in pieno. Questo Fury Road è un capolavoro, un succedersi continuo di momenti frenetici, di velocità e rumore. C’è sempre il rumore a invadere il suono: il rombo dei motori, la musica metal che suonano i Figli della guerra di Immortan Joe per caricarsi, le esplosioni e i tamburi. E c’è sempre il movimento, sempre la corsa, la fuga da qualcosa e verso qualcosa. Se si sommano i dialoghi di tutti i centoventi minuti di film verranno fuori sì e no venticinque minuti, ma il copione è di importanza secondaria. Fissata la trama, fissato lo stile della narrazione attraverso una quantità imprecisata di storyboard che Miller consegnava a tutti i membri del cast e della troupe per preparare le scene, bastano poche parole tipo «Nella Terra Desolata sfuggo i vivi e i morti» o «Qui tutto fa soffrire» per costruire i dettagli dei personaggi.

Il settantenne Miller è riuscito a realizzare il miglior film d’azione degli ultimi anni affidandosi a tutto il mestiere dell’età e tornando a quell’artigianalità degli esordi. Gli effetti digitali sono ridotti al minimo, si dice che l’ottanta per cento degli effetti speciali – inseguimenti a tutta velocità, lanciafiamme, esplosioni – che si vedono siano reali. Certo, rispetto a Interceptor i mezzi sono molto più grandi, sono state realizzati più di duecento veicoli capaci di andare oltre i duecento all’ora con le loro carrozzerie modificate e gli stunt fanno delle acrobazie incredibili.

Dietro al piano del puro spettacolo, comunque, si muovono alcuni elementi ulteriori di livello più alto. Più che Max, la vera protagonista di Fury Road è Furiosa, interpretata da Charlize Theron. Nel mondo maschilista e spietato di Immortan Joe è lei a guidare la riscossa delle donne sottomesse, è lei a cercare di tornare a quella tribù di sole donne guerriere in cui era cresciuta prima di essere portata via. C’è una considerazione sul ruolo della donna nella società, il rifiuto dell’oggettivizzazione e della sessualizzazione, nonché sul fanatismo e sulla vocazione al martirio per la gloria.

Con tutti i rischi che poteva correre, George Miller ha deciso di prendersi il suo tempo per tornare alla saga che gli aveva dato la celebrità. In trent’anni c’è stato tanto cinema debitore di Mad MaxAdesso, Fury Road arriva a fissare un altro punto di riferimento per il cinema d’azione.

(Mad Max – Fury Road, di George Miller, 2015, azione, 114’)

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LA CRITICA

Nel 1979 Miller fissava i canoni di una nuova fantascienza con Interceptor. Oggi torna con Mad Max – Fury Road per aggiornare la sua lezione e fissare un nuovo livello di qualità per il cinema d’azione.

VOTO

8/10

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