“No No No” dei Beirut

A quattro anni da “The Rip Tide”, i Beirut tornano con un nuovo, discutibile, album

di / 28 ottobre 2015

Il ritorno di una band è sempre un grande punto interrogativo. L’attesa qualche volte viene premiata, in altre occasioni prevale una certa delusione e si prendono le distanze, “ok, ma ormai sono mainstream, è finita”, è la frase più comune che si sente in queste occasioni. Il vero problema si presenta quando ci si trova nella situazione di mezzo, ovvero quando il disco ti piace e ne riconosci un certo valore, ma scatta il paragone con quelli precedenti e non ti rimane che sbuffare perché qualcosa si è perso lungo la strada. Si, ma cosa esattamente?

È questa la sensazione che lascia No No No, l’ultimo lavoro dei Beirut. Tra il 2006 ed il 2011 la band statunitense pubblica tre album dalle sonorità tipiche del folk balcanico e dell’etno-jazz ma anche della chanson francese raggiungendo un successo sorprendente, sia in America che in Europa. Il vero capolavoro rimane sicuramente il primo disco, Gulag Orkestar, dove le melodie dal sapore dell’Europa orientale e centro-orientale erano una piacevolissima ed esaltante sorpresa: tutto (o quasi) merito di Zach Condon e di quel viaggio che, non ancora ventenne, lo ha portato a visitare l’Europa e i suoi angoli più remoti e misteriosi, zone di conflitti sociali e tradizioni millenarie (anche musicali). “Postcards From Italy”, “Bratislava” e l’omonima “Gulag Orkestar” rimangono dei piccoli capolavori.

No No No è l’ultimo album dei Beirut e contiene solo nove tracce, per un totale di nemmeno trenta minuti. Del resto, chi conosce un minimo il gruppo, è abituato a questa sorta di “avarizia” compositiva: Lon Gisland è uscito con nove tracce, appena sedici minuti.

Se ora andiamo a vedere i contenuti di questo nuovo lavoro, scopriamo due cose: molti degli strumenti tipici delle sonorità balcaniche sono stati messi da parte o comunque in secondo piano; a livello di testi c’è un passo indietro non indifferente. Detto questo, di spunti interessanti ce ne sono. “Gibraltar” (ancora una volta un riferimento geografico) apre ed è subito tamburi, piano e sensazioni un po’ amare: rimane comunque il brano più stimolante, anche grazie al video. “No No No” e “August Holland” si avvicinano invece all’indie pop e si scostano nettamente dal passato. Atmosfere balcaniche e malinconiche che invece tornano con “At Once” e quel ritornello ripetuto in maniera ossessiva. Degna di nota è ancora “As Needed”, brano strumentale dal sapore francese. Il resto del disco scorre via così, in maniera piacevole ma privo di elementi accattivanti o vibrazioni da menzionare.

Tirando un po’ le somme, No No No sembra un album di transizione, un qualcosa che non rimarrà nella storia dei Beirut ma che forse permetterà alla band di esplorare nuovi orizzonti e andare oltre, magari tornando anche passato (come forse dovrebbero fare i Mumford and Sons). Le gradevoli sonorità pop rimangono perfette per un lungo viaggio in macchina ma si sente troppo la mancanza di ukulele, trombe e percussioni.

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LA CRITICA

Un ritorno che convince a metà, un cambio di stile (forse) troppo forzato. I Beirut scelgono di osare e abbandonano, per il momento, la musica balcanica e le sonorità orientali.

VOTO

5,5/10

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