“Il popolo di legno”
di Emanuele Trevi

Una delle più folgoranti testimonianze di nichilismo letterario dell'ultimo decennio

di / 11 dicembre 2015

La mia preferita è sempre stata Pollyanna. E probabilmente l’avrò già citata, starnutendola in qualche altro articolo. Sarà stata quell’edizione, intrisa di un rosa giocattolo, sarà stato l’odore di talco sparpagliato dalle pagine; oppure, semplicemente, il nocciolo limpido di quella storia. La bontà paziente, la purezza corrosiva di una bambina povera, addestrata a valorizzare anche la polvere. Quella vita sbriciolata e impercettibile, capace comunque di innescare l’euforia. Quella pienezza del niente che t’induce a gioire quasi a prescindere, anche se ricevi in dono un paio di stampelle, solo per il fatto che tu non ne hai bisogno.

Che camminare è il tuo regalo. Dovessi scegliere una favola, non avrei dubbio. Il mio istinto bambino l’ha già arpionata più di vent’anni fa. Perché le favole servono. Continuamente.

Sono l’impasto del mito, il carburante di quello che cerchiamo vivendo. Più o meno consapevolmente.

Certo, Vladimir Propp o Joseph Campbell l’hanno formulato meglio delle nostre pance, ma ogni appetito ha fame di favola. Qualunque uso ne faccia.

E Il popolo di legno (Einaudi, 2015) di Emanuele Trevi non fa proprio eccezione.

Anzi, ne è doppiamente accattivata. È una favola plasmata per contenerne un’altra.

Il protagonista, come nelle migliori produzioni fiabesche, non ha un nome proprio. O almeno, maiuscolizza una specie comune. Si chiama il Topo e altro non sapremo mai, non sapremo che suono scelse di affibbiargli sua madre. Ma d’altronde non occorre. A noi basta sapere che così è stato appellato, perché quella realtà lo rappresenta di più di qualsiasi altra traccia depositata all’anagrafe.

Quell’aspetto smilzo e imprendibile, lo scatto di quegli occhi roditori, sagaci, preistorici e brucianti.

Il Topo, uomo animalesco e animale umano, abita una terra altrettanto primitiva, rovinosamente bella: la Calabria. Nell’esatto interstizio del paese di Rosarno, dove indigeni e stranieri coesistono gomito a gomito, strappando pomodori e pochi spiccioli. Ha una moglie, Rosa, morbida e calda nella sua stupidità nuda. Una casa di carne senza parole che lui ama oltre ogni espressione. Ha un amico, il Delinquente, comprimario ideale e solidalmente anonimo, orfano di vendette trasversali e involucro perfetto di alcol e droghe.

Il tipo di creatura cromosomicamente inadatta al suo ambiente: omosessuale, imbelle, sensibile. Incapace di uccidere, ma bravissimo a farsi annientare da qualsiasi dipendenza, soprattutto da quella verso il Topo.

Il tipo di nipote che gli Zii, padrini del potere impronunciabile, non vorrebbero mai sotto la propria tettoia.

Ci sono entrambi: gli innominati e gli innominabili. Tutto procede, languido e identico, nel suo fiume di scontatezze prive di tempo.

Finché al Topo non sopravviene la voglia di narrare una storia. O meglio, di riferirne la sua interpretazione.

E la vicenda in questione è quella di Pinocchio. Il solo libro che il Topo conosca davvero. L’allegoria eccellente della gente di Calabria. Sì, perché il Topo ha rosicchiato quel racconto, lo ha digerito a suo modo e ne ha restituito una lettura s-travolgente. Totalmente e talmente da volerla spartire con i suoi conterranei. Per questo chiede al Delinquente di divulgarla alla regione, approfittando del suo ruolo fantasma di Direttore artistico di Tele Radio Sirena. Le puntate cominciano e la figura di quel burattino si scappotta, si ribalta come in preda a un incidente.

Pinocchio non è più quel pupazzo legnoso che dopo aver disobbedito al Grillo e a suo padre sperimenta il buio, il ventre di balena, lo sfruttamento, la paura. Non è quello che impara dai suoi sbagli e che infine viene premiato con la pelle, con un corpo ragazzino grazie a cui può scantonare quel costume irrigidito.

È esattamente, penosamente il contrario. Pinocchio, come ogni calabrese, è vittima di chi lo vuole come gli altri, civile e addomesticato, una brava molecola incastrata nel sistema. Senza via d’uscita. La scuola lo appiattisce, lo depaupera del guizzo ribelle, di tutto quello che gli pizzica il cuore. Lucignolo, il Gatto e la Volpe vorrebbero sottrarlo alla sua sottomissione, iniettargli quel circo scalciante che terrifica il senso morale. «Quando Pinocchio incontra il Gatto e la Volpe non incontra due balordi che aspettano la loro occasione sul bordo di una strada di campagna. I loro panni di morti di fame sono ali di arcangeli e il rumore sottile delle loro voci, a saperlo ascoltare, è quello delle leggi che incatenano i destini. Quando Pinocchio incontra il Gatto e la Volpe, allora, possiamo dire che le porte del mondo si aprono di fronte a lui come quelle del Regno dei Cieli, secondo la promessa di Gesù, si apriranno all’arrivo dei poveri di spirito.»

Vola alto il Topo, lui che dovrebbe pilotare gli abissi, lui che ha soltanto desideri di fogna, vola fino a grattare quella soglia che non gli è concessa.

Ma forse per questo, perché quel fondo gli appartiene proprio come le ossa, non teme il rischio di saltare.

Trevi lo rende depositario di una sorte universale, che dai confini calabresi esonda fino al burrone di ogni gola. Il Topo scippato d’identità, quel figlio del Nulla con un solo amore addosso, è la busta del messaggio, maschera perfetta per custodire una dottrina nichilista, la favola del Niente, strizzata, capovolta e poi stesa ad asciugare. «Noi non siamo stati creati per essere intelligenti. Non abbiamo nessun bisogno che qualcuno venga a migliorare la nostra vita. La nostra vita è un mistero, una cosa rotta che non si risana, la conseguenza di un inganno…». Tentativo ben diverso quello di Trevi rispetto alle escursioni plastiche di Martino Ferro con C’era una svolta o alla ruvida versione di Cenerentola che Chuck Palahniuk smatassa in Beautiful You.

È quindi questo Il popolo di legno? Pretesto narrativo per la sua visione del mondo? Teoria randagia in cerca di una bocca? Può darsi, ma la cifra spessa della sua lingua, l’azzardo della libertà, malgrado tutti i vacui tentativi di tingerci felici dentro un display, ne fanno comunque un’avventura coraggiosa.

Indicibilmente lontana da Pollyanna. Ma anche a questo serve scrivere. Anche, forse, a indispettire la realtà. Costringendola, per la bolla di un istante, ad essere sincera.

(Emanuele Trevi, Il popolo di legno, Einaudi, 2015, pp. 192, euro 18)

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LA CRITICA

Trevi incastra una favola dentro la sua storia, sovvertendone il senso senza ritorno. E Pinocchio diventa un personaggio insospettabile. Rivelazione inchiodante di una notte senza uscita.

VOTO

8/10

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