“Gli ultimi ragazzi del secolo” di Alessandro Bertante
Uno spaccato della generazione nata alla fine degli anni Sessanta
di Chiara Gulino / 8 agosto 2016
Arriva sempre un momento nella vita in cui si avverte il bisogno di occhiali nuovi, di un nuovo metro per misurare il mondo, di uno sguardo anche un po’ sbilenco, un prisma attraverso il quale rileggere la propria esistenza.
Il metro che ha restituito allo scrittore piemontese Alessandro Bertante, autore del Gli ultimi ragazzi del secolo (Giunti, 2016), le giuste proporzioni ai suoi bianchi e ai suoi neri, ai suoi successi e ai suoi fallimenti, è stata una città, Sarajevo, un luogo dove ancora si sentivano sibilare le pallottole dei cecchini appostati sulle montagne, dove le macerie stavano lì a testimoniare la crudeltà umana, dove il coprifuoco parlava di un difficoltoso ritorno alla normalità dopo la guerra: «…abbiamo sempre vissuto in un paesaggio umano scolpito dal privilegio. Per capirlo siamo dovuti ripartire, vedere da vicino cosa significava essere vittime, essere braccati da un nemico che non concede quartiere».
È così che la vacanza in Croazia dell’estate 1996 diventa, per Alessandro e un amico, l’occasione per fare un’indagine sull’identità di un’intera generazione, quella nata alla fine degli anni Sessanta e che si ritrova ventenne negli Ottanta, un decennio di grandi trasformazioni che idealmente si estende fino a metà del decennio successivo.
È stata una generazione arrabbiata e ribelle in anni in cui cambiano l’immaginario e i segni estetici. Una generazione straziata dalla propria solitudine e dalla nevrosi autodistruttiva (eroine, Aids), da una sfiducia logorante che produce solo orrore per se stessi e per le proprie azioni in un’epoca in cui tutto diventa oggetto di consumo (nascita della tv commerciale, dilagare dei brand).
Assistiamo a quello slittamento emotivo che avviene ogni volta che esperienze e memorie di ciascuno diventano di tutti perché ognuno può rispecchiarsi nell’altro.
Allora l’incontro con quattro ragazzi bosniaci, devastati nel corpo e nell’anima dai segni del recente conflitto, che li esortano a partire per Monstar, si fa necessità irrefrenabile di abbandonare l’atmosfera vacanziera dell’isoletta croata. È un’esigenza capace di mettere in discussione ogni scelta compiuta nell’arco della propria esistenza.
Nel luglio 1996 erano passati solo sei mesi dagli accordi di Dayton e Monstar era ancora zona di guerra, soprattutto di contrasti tra croati e musulmani. Prima del conflitto, la Jugoslavia era una nazione composta da sei stati, cinque culture, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un unico partito. Convivevano insieme serbi, sloveni, croati, montenegrini, macedoni e bosniaci. Poi i venti del nazionalismo revanscista e gli interessi economici si sono fatti tempesta, distruzione, morte, pulizia etnica: «Per quanto riguarda l’ex Jugoslavia, l’odio etnico è diventato una semplificazione retorica che nasconde una precisa strategia politica».
Gli ultimi ragazzi del secolo non è solo un memoir ma ha anche una forte impronta autobiografica, ma in una direzione che si fa ragionamento e scrittura, perché, oltre a raccontarci il viaggio che mostra ciò che di catastrofico c’è dietro una guerra, fa affiorare frammenti dell’adolescenza dell’autore, giovane ribelle della Milano metropoli degli anni Ottanta. Conoscere è conoscersi, è interrogarci per scoprire chi siamo, quanto è come ci cambiano le cose che accadono.
Passato remoto e recente si fondono nella concezione del tempo incentrata su un’idea di cambiamento che investe non solo la società ma l’esistenza stessa. Bertante mette in atto una narrazione diacronica capace di spiegare il passato attraverso il presente e viceversa a seconda dei condizionamenti emotivi dell’io narrante, procedendo per flashes, a intermittenza, come del resto fa la memoria, sempre incoerente.
Le macerie di Sarajevo sono il prolungamento memoriale della guerra, medicina che distilla dal dolore contemplato e risuscita il disagio di un adolescente alle prese con microcriminalità e droga, potente antidoto per mantenersi in un mondo d’illusioni e vacuità al fine di dribblare la consapevolezza della verità umana. La coscienza della vanità della vita si risolve in un’adesione alla vita così com’è, presente e inesplicabile, senza avere mai la pretesa di possederla.
(Alessandro Bertante, Gli ultimi ragazzi del secolo, Giunti, 2016, pp. 218, euro 16)
LA CRITICA
Gli ultimi ragazzi del secolo è un romanzo su come le nostre vite finiscano per rotolare indipendentemente dalla nostra volontà, scritto da una coscienza che si arrovella e si incolpa senza assolversi mai, che scava nelle proprie debolezze e tormenti, puntuale nell’individuare l’epidemia di infelicità di un’intera generazione.


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