“UNA VISITA SERALE E ALTRI RACCONTI”
DI EMMANUEL BOVE

Sette brevi storie di ossessioni

di / 3 ottobre 2016

Copertina di Una visita serale di Emmanuel Bove su Flanerí

«Mi sembra che cercare di conoscersi sia la più pura delle cose. Rimproverarmi di riflettere troppo su me stesso sarebbe come rimproverarmi di essere felice». Una visita serale e altri racconti (Fusta, 2016) raccoglie sette brevi storie di Emmanuel Bove (1898-1945), autore ancora poco noto e poco tradotto in Italia, che ruotano attorno a delle ossessioni. Scrittori succubi di mogli impegnate ad arredare il loro appartamento, donne che hanno abbandonato marito e figli per seguire amori ingannevoli o uomini che sospettano del tradimento dell’amata.

Nel racconto “Ciò che ho visto” Jean è convinto di aver visto Henriette baciare un uomo a bordo di un taxi, ma lei nega fermamente. Anche se non le crede, Jean sceglie comunque di fidarsi perché in fondo non desidera altro che «avere torto».

Anche Robert, protagonista di “E se mentisse?”, non crede alla moglie Claire che ha trascorso la notte fuori casa senza avvertirlo. Entrambi gli uomini provano diffidenza nei confronti della donna che sfugge al loro controllo, eppure preferiscono «soffrire in silenzio» e continuare a viverle accanto finché mostrerà abbastanza affetto «da darsi la pena di mentire».

Pubblicati tra il 1925 e il 1936, i racconti che compongono Una visita serale offrono il ritratto di uno spaesamento individuale e sociale non così distante dai nostri tempi scanditi da profili e identità digitali perché i protagonisti, pur descrivendo le nevrosi di chi si ostina a illudersi, chiedono al lettore di dare credito alle loro storie.

Spesso lasciano vite regolari, luoghi e abitudini certi delle loro scelte – come in “Storia di un pazzo” –, altre volte sembrano voler tornare dai propri familiari – “Ritorno a casa” e “Il ritorno del figlio” – per poi ripensarci e proseguire da soli, convinti che «gli sconosciuti ci capiscono meglio degli amici». Sono persone suscettibili, tormentate dai propri fantasmi, che fuggono la realtà per «scivolare nell’incoscienza», indifferenti al mondo circostante anche se la decisione di tenere a bada le emozioni, i rischi, i sussulti della vita svanisce sempre davanti al primo imprevisto. Tenersi al riparo dalla vita limitandosi a guardarla – sembra suggerire Bove – è una strategia inutile perché «più ci si sforza di dimenticare un dolore più questo persiste».

Sarebbe forse meglio riconoscere il proprio dolore in quello degli altri per stabilire una relazione. Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, “Una visita serale”, Jean riceve in casa l’ex amico Paul, disperato perché la moglie Fernande ha deciso di lasciarlo dopo quattro anni di serenità coniugale. Paul chiede a Jean di parlarle per indurla a un ripensamento, ma Fernande è irremovibile. Riconoscendo in Paul lo stesso dolore subito in passato, essendo stato lasciato a sua volta, Jean sceglie di stargli accanto per sostenersi a vicenda in una notte senza luna dove «le stelle sembravano tutte in disordine».

Sette storie brevi talmente precise da riconoscere in ognuna «l’ombra di una voce comune», come sostiene il traduttore Claudio Panella nella postfazione al libro. Nei testi echeggiano nomi, descrizioni e punti di vista ricorrenti. I personaggi spesso amano passeggiare da soli e descrivere cieli dove «il sole sembra un intruso» o si fermano a osservare affascinati le loro mogli mentre dormono. Anche quando i racconti sono scritti in terza persona, la narrazione predilige sempre l’inerzia di chi osserva «un angolo della stanza senza neppure averlo scelto», avvalorando così la scelta stilistica che contraddistingue l’opera di Bove in cui, come si legge nel suo diario, «non esiste soggetto, esiste solo quello che uno prova. Io per esempio provo fortemente l’inazione».

 

(Emmanuel Bove, Una visita serale e altri racconti, trad. di Claudio Panella, Fusta, 2016, pp. 127, euro 13,00)
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LA CRITICA

Sette racconti precisi e stranianti che offrono il ritratto di uno spaesamento individuale e sociale dove i protagonisti si rivolgono al lettore perché «ci si aspetta molto di più dagli altri quando si soffre che quando si è felici».

VOTO

9/10

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