“Breviario dei vinti II”
di Emil Cioran

Un prezioso inedito del celebre saggista

di / 9 gennaio 2017

«Vogliamo sempre partire – per cambiare. Ma che cosa possiamo cambiare se non le apparenze?» Breviario dei vinti II (Voland, 2016) è l’ultimo testo scritto in lingua romena da Emil M. Cioran (1911-1995) prima di scoprire e scegliere il francese. Come avverte la curatrice del volume Cristina Fantechi, si tratta della seconda parte del Breviario dei vinti composto tra il 1940 e il 1944, apparso nel 1991 a Bucarest per Humanitas e pubblicato nel 1993 da Gallimard a Parigi.

Settanta paragrafi manoscritti – numerati da 70 a 140 – che affrontano alcuni dei temi cardine di Cioran a cominciare dall’uomo, un «meteco nella vita» votato al desiderio come un animale «perennemente insaziato, che sogna oceani in stanze anguste e spezza i muri con le armi della noia». La mente «sempre in cerca di pretesti» lo spinge a cercare l’amore e la felicità per sfuggire la solitudine, ma in questo «insensato fremito», secondo l’autore, ciò che può garantirgli un avvenire è solamente il rifiuto, la negazione. Se desiderare significa «elevare il nulla alla dignità di possibile – esattamente come la nostalgia attraversa il vuoto dell’essere, quasi per suggerirne la pienezza», Cioran consiglia di ambire a un desiderio «compatibile con le dimensioni della vita». La «tentazione della felicità» indebolisce il pensiero; è meglio preferirle l’incompiutezza. «Morto è l’uomo soddisfatto di ciò che ha, di ciò che può avere e di ciò che avrà». Per l’autore il corpo umano corrisponde a un impedimento e conoscerlo, averne percezione, rappresenta il «dramma più tenace». «Sii sfrontato: accetta l’esistenza» scrive, esortando a indossare la «vernice delle apparenze», convinto che l’individuo consapevole sia «il più grande impostore».

Cioran affronta inoltre vari argomenti che spaziano dalla musica definita «una chiarità piena di mistero, un brivido a un tempo luminoso e notturno», al bisogno di potere di Napoleone connesso a una sorta di «insularità dell’anima» che l’ha condotto a nascere e morire su due isole differenti, fino alla Romania durante la Seconda guerra mondiale, ritenuta amaramente il «paese dell’incompiutezza» dove «nessuno è votato a realizzarsi» e da cui si allontanò nel 1937 approfittando di una borsa di studio a Parigi.

Questi frammenti composti da aforismi, annotazioni, aneddoti, contengono una visione del mondo e dell’esistenza talmente nitida e precoce da far ipotizzare all’autore, appena trentenne, l’iscrizione sulla sua lapide: «Qui giace un uomo che non conobbe riposo». Pagine che rivelano già quello stile aspro, definitivo e idiosincratico che contraddistingue l’opera di Cioran, a partire dal noto Sommario di decomposizione (Adelphi, 1996), pubblicato a Parigi nel 1949 e definito dal curatore dell’edizione italiana Mario Andrea Rigoni «un’epopea della lucidità».

«Sono un figlio del caso, un farabutto della contraddizione» scrive Cioran in questo Breviario, un testo vitale, sprezzante, talvolta drastico, che riesce a descrivere con estrema efficacia l’ostilità del tempo, i limiti del pensiero e l’impazienza del vivere attraverso le parole di un uomo «avido di mistero» che ha sempre amato «più le nuvole che il cielo». «Essere lucido significa distanziarsi dalla ragione, cavalcare la mente, tenere d’occhio la propria identità nel suo costituirsi come nel suo disgregarsi. Ma soprattutto, essere il chirurgo del proprio cadavere».

 

(Emil Cioran, Breviario dei vinti II, trad. e cura di Cristina Fantechi, Voland, 2016, pp. 107, euro 13,00)
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LA CRITICA

Per la prima volta tradotto in italiano, un testo inedito di Cioran che descrive con estrema efficacia l’ostilità del tempo, i limiti del pensiero e l’impazienza del vivere.

VOTO

9/10

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