“Split”
di M. Night Shyamalan

I 23 frammenti di uno specchio rotto

di / 10 febbraio 2017

Poster italiano di Split su Flanerí

Dopo The Visit, un found footage horror a basso budget, M. Night Shyamalan dirige l’attore scozzese James McAvoy in Split, thriller claustrofobico in cui il protagonista soffre di disturbo dissociativo dell’identità. Ispirato in parte alla vera storia di Billy Milligan, colpevole di aver sequestrato e violentato tre studentesse americane alla fine degli anni Settanta – poi assolto per infermità mentale – il film del regista di Il sesto senso e Unbreakable – Il predestinato mette in scena un elaborato confronto tra vittime e carnefici.

Il plurale è d’obbligo perché sono ventitré le personalità che vivono nel corpo di Kevin Wendell Crumb. Una di loro, “Dennis”, tiene in trappola Casey, Claire e Marcia in una stanza senza finestre. Le ragazze, spaventate e confuse dai comportamenti ossessivi-compulsivi del loro rapitore, conoscono ben presto anche “Patricia”, l’altra identità responsabile del loro sequestro. Dennis e Patricia, le personalità aggressive, intendono ottenere l’egemonia su quelle benevoli. Tra queste c’è “Barry”, uno stilista omosessuale in costante contatto con la dottoressa Karen Fletcher, psichiatra di Kevin, convinta che lo squilibrio psicologico determinato dal disturbo dissociativo possa arrivare ad apportare dei cambiamenti fisiologici nel paziente. Solo una delle personalità, ad esempio, è affetta da diabete.

Sebbene il protagonista di Split possieda ventitré identità, Shyamalan preferisce dare rilevanza solo ad alcune di loro, tra cui quella di “Hedwig”, un bambino di nove anni che rappresenta la parte infantile di Kevin. La sua voce si alterna a quelle di Dennis e Patricia per dare vita a un grottesco teatrino della psiche. L’innesco drammaturgico di un inconscio gravemente alterato da un passato di abusi permette al regista di esplorare, sfruttare e sovvertire i canoni di un genere spesso rinchiuso in banali convenzioni. Il rapporto tra psichiatra e paziente è il motore narrativo di una pellicola dallo stile hitchcockiano, in cui ogni dettaglio viene sapientemente dosato con il contagocce da uno dei pochi registi contemporanei in grado di sintetizzare in un’unica inquadratura il maggior numero di informazioni.

Split è un microcosmo di parallelismi tra individui apparentemente diversi tra loro, ma che in realtà condividono la stessa condizione di prigionia e di sofferenza, la cui soluzione dovrebbe essere la deflagrazione liberatoria della ventiquattresima identità, ovvero la tanto temuta “Bestia”.

L’intensa prova attoriale di James McAvoy, pienamente all’altezza di un ruolo così impegnativo, è il perno attorno al quale ruota il successo di un thriller solido e asciutto, che non disdegna una deriva orrifica. Anche la giovane attrice Anya Taylor-Joy, nota per l’horror autoriale The Witch, ha trovato lo spazio adatto in cui esprimere il proprio talento.

Come da tradizione per i migliori lavori di Shyamalan, sono numerosi i finali (e i flashback) rivelatori in chiusura della vicenda, così tanti per un unico film da aprire addirittura le porte a un probabile sequel. La percezione di una conclusione che non risolve la trama, ma che al contrario la proietta già in un’altra storia, potrebbe sollevare dubbi sulla completezza di Split, oppure risultare il suo punto forte. Sicuramente l’omaggio che Shyamalan fa al pubblico sarà apprezzato, se non da tutti, almeno dai suoi fan.

(Split, di Michael Night Shyamalan, 2017, thriller, 147’)

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LA CRITICA

Split è un thriller efficace, curato nei minimi dettagli e ancorato all’istrionismo di James McAvoy, sebbene il plot twist possa lasciare l’amaro in bocca.

VOTO

7,5/10

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