“Mostri che ridono”
di Denis Johnson

In Africa tra amore, uranio e servizi segreti

di / 14 febbraio 2017

Copertina di Mostri che ridono su Flanerí

C’è da credere alle cose che racconta Denis Johnson in Mostri che ridono (Einaudi, 2016), sicuramente è un mondo che conosce bene. Non perché abbia vissuto direttamente la vita del suo protagonista Roland Nair, ma perché comunque la sua fetta di esperienze in giro per il mondo l’ha fatta. Nato a Monaco di Baviera, Johnson è cresciuto tra le Filippine, il Giappone e Washington seguendo il padre, un impiegato del Dipartimento di stato statunitense. A un certo punto, poi, i viaggi ha iniziato a farseli in un altro modo, con le droghe e l’alcol che l’hanno portato a un passo dalla disintegrazione.

Si è ripreso, ed è diventato uno degli scrittori più importanti della narrativa contemporanea. Almeno, così è ritenuto negli Stati Uniti, in Italia siamo più in ritardo nel rapporto con la sua produzione. Allievo di Raymond Carver, si è imposto all’attenzione generale con la raccolta di racconti Jesus’ Son nel 1992, storie della provincia statunitense nella più classica delle tradizioni, poi è passato alla forma lunga. Nel 2007 è stato finalista al Pulitzer e ha vinto il National Book Award con Albero di fumo (Mondadori, 2009), romanzo di guerra ambientato in Vietnam. La sua opera, sparsa tra le ambientazioni più disparate in giro per il mondo, lo ha fatto accostare dalla critica – per quel bisogno di paragoni eccellenti che c’è per legittimare dignità individuali – a nomi come Joseph Conrad e Graham Green, o John Le Carré, Wilbur Smith, Michael Crichton, a seconda di quale aspetto della sua scrittura si voglia sottolineare, se quello più colto o quello più vicino all’intrattenimento d’avventura.

Mostri che ridono è ambientato in Africa, lungo una linea che unisce Sierra Leone, Congo e Uganda. Roland Nair è il capitano di un’unità di intelligence della Nato. È statunitense, di origini danesi. Dopo undici anni torna in Sierra Leone, a Free Town, chiamato dal vecchio amico Michael Adriko, un ugandese con un passato e presente da contractor, il modo più elegante per definire i mercenari. Adriko è ricercato dall’esercito degli Stati Uniti per aver disertato il suo incarico di istruttore militare e ha voluto Nair in Sierra Leone per un motivo privato: sta per sposarsi con Davidia, una ragazza americana conosciuta prima di scappare dalla base a cui era assegnato. Michael però sembra nascondere qualcos’altro, qualcosa che coinvolge dell’uranio, dei criminali russi e i servizi segreti israeliani. E anche Nair è lì per qualcosa di più delle nozze dell’amico.

È una storia di intrighi e di avventura, quella che racconta Johnson, pronta per essere trasformata in un film alla Blood Diamond, magari proprio con Leonardo DiCaprio a fare Nair. Mostri che ridono, al di là dei paragoni più o meno utili, riesce in quel tipo di scrittura che racconta un’avventura e nello stesso tempo descrive un mondo, in questo caso quello degli interessi occidentali nel continente africano. Johnson non rinuncia mai a una certa vena dissacrante e cinica che alimenta le sue storie e qui ne trova una bella ricca in cui scavare.

Forse è vero, come si dice da più parti, che nella forma lunga Johnson tende un po’ a perdere il controllo di quello che sta raccontando, e Mostri che ridono tende a disfarsi a un certo punto, ma la qualità della narrazione è innegabile.

(Denis Johnson, Mostri che ridono, Einaudi, trad. Silvia Pareschi, 2016, pp. 222, euro 19)
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LA CRITICA

Da un autore ancora poco conosciuto in Italia, un romanzo d’avventura e spionaggio che si inserisce nel solco di una grande tradizione della narrativa statunitense.

VOTO

7/10

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