“Works”
di Vitaliano Trevisan

Una personalissima odissea nel mondo delle «professioni»

di / 15 febbraio 2017

«Perché trovo sempre un lavoro?, mi dicevo, Perché non mi lasciano andare alla deriva in pace?», e poi, al contrario: «Io, in fondo, volevo solo un lavoro, e che magari anche mi piacesse». Su tale altalena psicologica di ricerca e repulsione, di necessità e istinto di fuga, si costruisce per accumulo un oggetto letterario sorprendentemente restio a farsi incasellare, l’ultima fluviale opera di Vitaliano Trevisan, Works (Einaudi Stile Libero, 2016), un imponente memoir che ripercorre la sterminata carriera lavorativa dell’autore dagli anni Settanta fino agli anni Zero.

Prima di accostarsi a queste oltre 600 pagine di considerazioni, ricordi, aneddoti, scenette, monologhi e riflessioni esistenziali e metaletterarie, occorre premettere che il libro non è stato sottoposto ad alcuna operazione di editing per espresso volere dell’autore, che accenna più volte nel corso dell’opera al suo personale punto di vista sulla questione, per esempio dove dice, riferendosi a tre racconti da lui scritti attorno al ’93, che erano «tutti già chiusi, per così dire, cioè compiuti, cioè non sottoponibili a qualsivoglia editing», e che «o la nostra scrittura è cosa solo ed esclusivamente nostra, oppure è altro. Se è altro, non vale la pena». Idee molto precise, non solo sulla letteratura, ma anche – ci si accorgerà addentrandosi in questa materia magmatica dove ritrovare uno spaccato molecolare del nostro Paese – sulla politica, sulle dinamiche sottese a ogni storia familiare, sui meccanismi del potere, sulle contraddizioni del mondo della cultura, un sottobosco al quale Trevisan dedica alcune delle proprie osservazioni più taglienti.

Sembra ovvio affermare che questo libro parli di lavoro: lavoro cercato, lavoro incontrato per caso, lavoro iniziato e non portato a termine, lavoro provato, corteggiato, abbandonato, ripreso, lavoro come fatica e come palestra mentale, lavoro come abilità delle mani e come dimensione psicologica, come realtà che imprime e modifica i significati preesistenti oppure al contrario come anestesia rispetto al troppo pensare.

Ma Works non è solo questo. Non è solo la carrellata di professionisti ritratta dall’instancabile racconto di Trevisan, e non è solo la rievocazione di una “carriera” multiforme e sconclusionata che accoglie le esperienze più disparate, dal manovale al tagliatore di lamiere, dal geometra al cameriere al commesso in Germania, dal portiere di notte al muratore, dall’apprendista designer allo spacciatore di droga, e sì, ovviamente, anche lo scrittore: ma è anche e soprattutto la trascrizione nero su bianco di una vita, il percorso frastagliato e costellato di false partenze di un ragazzo che cerca se stesso, e che si cerca in tutti i modi possibili, senza tralasciare le amicizie borderline, i periodi di solitudine volontaria, gli acidi e i viaggi di esilio all’estero, le esperienze fondamentali della musica, della lettura vorace di chili e chili di letteratura e dell’amore, quest’ultimo in grado di trasformarlo in un vero e proprio sopravvissuto dopo la crisi causatagli dalla fine del proprio matrimonio.

Forse per questa quantità di materiale “intimo” Works è stato definito un romanzo autobiografico, eppure potrebbe essere letto anche come un manuale tecnico, vista la precisione e il numero di dettagli legati alle applicazioni dei mestieri, o ancora si potrebbe dirlo una invettiva narrativa contro i potenti e i padroni direttamente riesumati dagli anni ’70, assieme alle luci e alle ombre della periferia diffusa del Nord-Est, Vicenza e dintorni, un microcosmo stretto tra il boom economico, l’eroina che fa strage di giovani e i maneggi di piccoli e grandi imprenditori democristiani, sindaci e burocrati.

Procedendo in questo libro si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a un’entità mentale vastissima, capace di rinomimare la realtà e darle forma attraverso le proprie strutture, a loro volta filtrate grazie a un bagaglio culturale del quale non si intravede la fine: dalla citazione lettraria, alla proposizione secca, teatrale, in inglese, allo slang dialettale, alla coloratissima bestemmia in vicentino, tutto si fa elemento narrabile, tutto concorre a mantenere coesa la mole estenuante delle “cose da dire”, riprese e troncate a metà senza apparente criterio nel corso del libro, con continui salti temporali e un periodare di respiro amplissimo.

Ci sono delle evidenti manie, addirittura confessate, in questa iper-dilatazione del fatto personale, in questa attenzione quasi ossessiva a sè, a tutte le cose pensate dal sè, esperite dal sè, ricondotte al sè: ma una voce così sicura, così riconoscibile, così ironica e conversatrice fa rientrare a pieno titolo Works nel novero delle opere letterarie, e ricorda la veracità sanguigna di certe “vite” di artisti, come quella di Benvenuto Cellini.

Del resto, e lo dice Trevisan in persona, «scrivere un libro è un po’ come cantarsi una canzone, a quale tonalità e tempo non importa; l’essenziale è essere intonati e a ritmo con se stessi».

 

(Vitaliano Trevisan, Works, Einaudi Stile Libero, 2016, pp. 664, euro 22)
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LA CRITICA

Trevisan trascina il lettore in una confidenza lunga 600 pagine, durante le quali traccia le coordinate di un’esistenza e uno spaccato straordinariamente acuto della realtà lavorativa del Nord Italia.

VOTO

9/10

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