“L’arte ormai perduta del dolce far niente”
di Dany Laferrière

Andare adagio, non piano

di / 22 febbraio 2017

Quanto è importante avere il tempo di perdere tempo? Come si fa a resistere al procedere inesorabile dei giorni e tirare il freno per guardare la pioggia cadere, o mettersi seduti a guardare la vita mentre scorre? Il bisogno di coltivare l’arte dell’otium, caro all’umanità da che essa ne abbia memoria, torna a imporsi con sempre più forza negli anni liquidi che abitiamo oggigiorno. E lo sa bene Dany Laferrière che ha fatto del tempo il protagonista del suo L’arte ormai perduta del dolce far niente, pubblicato da 66thand2nd (traduzione di Federica Di Lella e Francesca Scala).

L’autore haitiano-canadese è una delle voci cosmopolite a cui ci ha abituati il lavoro di ricerca della casa editrice romana e L’arte ormai perduta del dolce far niente – nella veste grafica preziosa a cura di Silvana Amato – è la seconda opera di Laferrière edita 66thand2nd, dopo Tutto si muove intorno a me (2015), un reportage sul terremoto di Haiti del 2010.

Autore di culto in Francia – Prix Médicis nel 2009 e membro permanente dell’Académie française dal 2013 – Laferrière aveva già raggiunto il pubblico italiano con il romanzo Come fare l’amore con un negro senza fare fatica, nel 2003 per La Tartaruga edizioni (poi Baldini Castoldi Dalai, 2013). Recentemente è apparso in traduzione italiana anche Paese senza cappello – storia di un ritorno ad Haiti dopo vent’anni di esilio tra Montréal e Miami – edito da Nottetempo nel 2015.

Per raccontare L’arte ormai perduta del dolce far niente sarebbe facile cedere alla tentazione di scomodare il fantasma di Proust, che l’autore sceglie di omaggiare sin nella scelta del titolo. A ben vedere, però, si tratta di qualcosa di completamente diverso: se identica è la lotta che i due autori ingaggiano contro il tempo, diametralmente opposte sono le loro scelte sul piano del ritmo. Laddove il fraseggiare di Proust travolge con l’impeto di un fiume in piena, la scrittura di Laferrière procede piuttosto per frammenti, con l’ostinazione di una goccia d’acqua che torna a ticchettare sulla stessa superficie. Lo stile asciutto, essenziale di Laferrière prende forma in un pulviscolo di prose, versi, appunti e considerazioni sparse: un po’ racconto, un po’ memoir, un po’ articolo di giornale, L’arte ormai perduta del dolce far niente è qualcosa di più simile a uno zibaldone di pensieri che a un vero e proprio romanzo.

Dopo un’infanzia trascorsa ad Haiti sotto il regime di Duvalier e di Papa Doc, che lo ha portato a fuggire all’età di 23 anni per riparare a Montréal, Laferrière ripercorre una vita di esilio e lo fa sempre nei termini di un lungo viaggio – la parola “esilio”, infatti, appare una sola volta, nelle ultime pagine del libro. E la sua penna dà vita a un prontuario sull’«avventura umana» in cui si presta attenzione ai momenti nei quali non succede niente, in cui le riflessioni sulla memoria, sull’amore, sul potere, sull’arte, la cultura, la vita, passano attraverso immagini quali mangiare un mango o chiudersi in una camera d’albergo finché non si sia finito di leggere l’opera omnia di Balzac: «ultimo vero lusso in questo mondo sempre più conformista dove non si accetta di concedere agli altri il piacere di stare soli un istante».

In L’arte ormai perduta del dolce far niente Laferrière declina in tutti i modi possibili una esortazione appassionata ad andare adagio, ma mai piano, che significa imparare a rallentare il ritmo, senza per questo ridurre l’intensità con cui procedere. Senza seguire una direzione precisa, senza una trama, mentre sullo sfondo si alternano a tutta velocità scene del presente che scorre inesorabile. E il personaggio Laferrière vi appare prima di tutto nei panni di lettore – non soltanto nella sezione intitolata Un lettore nella vasca da bagno, che vale da sola l’intera opera – ripercorrendo una vita tra i libri, illuminata da una costellazione di nomi illustri: Borges, Hemingway, Salinger, Bulgakov, Carroll, Céline, Sartre, Camus, solo per citarne qualcuno.

E forse il lettore moderno, costretto a fare i conti con il tempo, che non è mai abbastanza – anche considerando tutti i libri che Laferrière fa venire voglia di leggere – potrà obiettare che L’arte ormai perduta del dolce far niente gli abbia sottratto del tempo prezioso, piuttosto che regalargliene. Ma troverà risposta anche a questa domanda, perché «un buon libro non cerca di avvincerti, ma ti spinge a sollevare lo sguardo verso il cielo estivo, sgombro di nuvole, facendoti sprofondare nei tuoi pensieri».

 

(Dany Laferrière, L’arte ormai perduta del dolce far niente, trad. di Federica Di Lella e Francesca Scala, 66thand2nd, 2016, pp. 392, euro 18)
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LA CRITICA

Un elogio della lentezza, per tornare a guardare la pioggia che cade e prestare importanza alle cose inutili che abbiamo sotto gli occhi.

VOTO

7/10

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