Il molo di Dolesa

di / 9 marzo 2017

Era in mezzo al buio, ripensava alle ragazze del molo di Dolesa: appena il take-away indiano sotto casa tirava giù bruscamente la saracinesca e il brusio del televisore della signora Portaluri, al piano di sopra, lasciava il campo al solo borbottare dei motori giù in strada.
Schivare il dolore, non lo annienta. Scappare da se stessi non dona che un provvisorio effetto placebo, allevia, ma non rimedia.
Lo sapeva bene, ma la mattina non vedeva alternative. Sua madre, ancora a letto, ancora digiuna, aveva chiuso il rubinetto dei monosillabi. Da più di una settimana si era isolata in un silenzio cimiteriale. Stretta nello stesso ritaglio di letto, con la nuca inclinata rivolta alla finestra, gli occhi sbarrati e vuoti, scrutava la scia sottile di luce filtrare attraverso la persiana.
«Devi mangiare», le aveva detto, «sono già tre giorni che non tocchi cibo, mamma. Hai intenzione di morire?»
Senza riuscire a cavarne niente, era scesa giù in cucina e, macchinalmente, dopo aver gettato le ennesime uova con le ennesime fette di pane tostato e imburrato nell’organico, aveva afferrato le chiavi dell’auto sul frigorifero ed era partita.
Guidava come in trance mentre la strada davanti le sprofondava negli occhi annebbiati dal pianto. Alla radio passavano Sea of Teeth degli Sparklehorse. Ripensava a suo padre, alle chiacchierate serali sul dondolo in giardino, dove l’estate precedente le aveva insegnato a fare gli anelli di fumo con la bocca. «Can you taste the ghosts», usciva dalle casse. Alla tabaccaia appena maggiorenne con lo shatush blu, con cui aveva deciso di ricostruirsi una vita senza di loro. «But seas forever boil». Non un arrivederci, non un segno, non uno straccio di sillaba. «Trees return to soil».
Incapace di portargli rancore, era anzi certa di capirlo via via che, a duecento all’ora, lo imitava sfrecciando sull’asfalto gonfia di rabbia. Doveva essere un difetto genetico, in casa loro, quello di polverizzarsi. Si era inconsciamente messa in testa di non potervisi sottrarre, come il suicida che prima di buttarsi pensa tra sé: Ormai è destino. E non c’è modo di fermarlo.
Da quando, un anno prima, sua madre aveva insistito affinché si trasferissero fuori città, tra di loro qualcosa si era spento. A tavola avevano cominciato a echeggiare gli uncini delle forchette e si parlava del tempo e degli impegni dell’indomani. Carla si ripeteva che qualsiasi famiglia vive i propri momenti di crisi e che presto suo padre, da uomo determinato qual era, avrebbe fatto qualcosa per forzare quella cortina di ghiaccio. Finché un venerdì sera di agosto non si era ritrovata a reggergli la testa mentre vomitava fiumi di vodka nel cesso. Il giorno dopo era sparito.
Accostò al primo autogrill dopo aver imboccato l’autostrada. Pranzò con due tramezzini e un chinotto, fumò nervosamente una Camel nel parcheggio. Il sole crudele di quel primo di settembre sembrava volerle corrodere ogni predisposizione al bene.

Il cellulare continuava a vibrare con insistenza sul sedile del passeggero, poi scese una notte fitta e densa del vocio sinistro dei gufi. Appena entrò a Dolesa, controllò meglio l’indirizzo annotato sul post-it incollato al cruscotto, quindi imboccò un piccolo viale costeggiato da due folti filari di allori che terminavano in uno spiazzo ricoperto di ghiaia; in profondità, circondato dalla campagna aperta, si stagliava un casolare di pietra rossa poco illuminato.
Erano quattro anni che non vedeva Anna, da quando i genitori non avevano acconsentito alla sua decisione di sposarsi con quel tossico scapestrato, come la madre chiamava Jimmy. Anna era rimasta incinta a ventun anni e, scegliendo di tenersi stretti il bambino e Jimmy, aveva deciso di essere orfana.
Le aprì lui, con almeno dieci chili di troppo e un sigaro penzoloni tra le labbra orlate da un pizzetto biondo: «E tu che ci fai qui?»
«Ciao Jimmy. Anna è in casa?»
Da dentro arrivava il piagnucolio del piccolo Lawrence, poi un grido forte e familiare: «Carla!»

Aveva sempre invidiato Anna, quella sua voglia matta di vivere, quella sua sfrenata e instancabile curiosità del mondo. E la sua cocciutaggine: dio quanto l’aveva patita. Delle due, Carla era la figlia prodigio, la cenerentola che sa sempre come compiacere i genitori e non riserverebbe loro una delusione neanche se volesse. Anna l’esatto opposto: scalmanata, vorace, chiassosa, ilare. Voleva molto più bene ad Anna che a se stessa, e questa era sempre stata la sua dannazione.
Indossava dei boxer che le scendevano larghi sui fianchi, scoprendo un margine fucsia di perizoma. La cucina, illuminata da una lampadina tenuta al soffitto da un filo troppo lungo, era unta e satura di un odore pungente di fritto.
«Abbiamo solo zucchero di canna, tieni. Usa pure quel coltello lì per girare, sono finiti i cucchiaini».
La fissò negli occhi come faceva sempre, con il sopracciglio all’insù a metà tra il materno e il canzonatorio, e scoppiò a ridere sguaiatamente: «Ma lo sai che sei bella Carla? E anche stupida perché non lo sai! Bella Carlina mia che sei cresciuta!»
Si chinò sulle ginocchia e cominciò a scompigliarle tutti i riccioli.
«Dai Anna smettila! Mi fai male!»
«Bella la mia sorellina stupida come una trota salmonata! E fammelo un sorriso, sei sempre stata un gendarme, tu!»
«Da quant’è che non la chiami? Papà se n’è andato».
L’orologio a muro sopra i fornelli aveva appena segnato le due, Lawrence, dalla sua stanza, non la finiva di piangere. Si fece tanto seria in volto da sembrare finta, «Quando?»
«Da quasi tre settimane. Con Linda, la tabaccaia, la ricordi?»
«Quella zoccola coi capelli blu? No, non ci credo. Ma avrà diciott’anni!»
«Diciannove. Dovresti chiamare mamma, Anna. È passato tanto tempo».
«Quanto hai intenzione di fermarti?»
«Perché cambi discorso? Non so, finché ne avrò bisogno».
«Sai, io e Jimmy di giorno non ci siamo, mi potresti guardare Lawrence se ti va, così risparmio un po’ sulla babysitter».
«Certo. Volentieri».
«Mettiti sul divano per stanotte. Poi tiro fuori la brandina. Su, andiamo a letto. Domani avrò una giornataccia, devo essere a lavoro alle otto».
«Però Anna, ti prego, pensaci a chiamarla. Non è più come una volta. Non è più… Non parla più. Da quando non sei a casa è cambiata».
«Usa pure il mio spazzolino. Gli asciugamani sono tutti puliti, li ho… li ho cambiati oggi».
Si era alzata, fissava un pugno di ricordi dietro le spalle di Carla, sulla mensola. Le stampò un bacio dietro l’orecchio: «Dormi bene, Carlina».

Aprì gli occhi che erano le sette passate. Stava sognando di essere distesa sul dondolo del loro giardino e che il petto cominciava a sanguinarle senza sosta, prima di andare in fiamme. Si scostò dal seno il gatto che le si era rintanato addosso. Il fondo del divano era cosparso di peli bianchi e delle biglie di Lawrence. In casa non c’era già nessuno. Andò a controllare Lawrence e trovò il lettino vuoto. Allarmata corse al cellulare che aveva lasciato sul tavolo in cucina quella notte, dove insieme alle ventitré chiamate perse della madre lesse un messaggio di Anna che la avvertiva di aver portato con sé il bambino. Tirò un sospiro e tornò a stendersi sul divano. Si sentiva la testa di piombo, le gambe stanche. Nella luce pallida di quello strano lunedì mattina, ebbe all’improvviso paura di essere rimasta sola, senza neanche più se stessa. Pianse un po’, in silenzio, fino a riaddormentarsi.
Quando si risvegliò, non era passata che mezz’ora. Decise di uscire a fare due passi. Trangugiò il caffè avanzato nella moka e, tirandosi dietro le spalle porta a vetri e grata di ferro, respirò a pieni polmoni l’aria umida, con gli occhi chiusi. Sapeva di rugiada. Le punte dell’Appennino, in lontananza, sfumavano azzurre verso il cielo lattiginoso.
Percorse tutto il viale, poi svoltò a destra. Lungo la via l’autista di un carroattrezzi le fischiò dal finestrino. Infreddolita, si tirò su il cappuccio. Chissà dove sei ora, pensava. Se lo immaginava a fare l’amore in qualche albergaccio con quella Linda che gli guaiva sul viso con la sua erremoscia di sgualdrina. Poi lo vedeva assorto di fronte a un anonimo specchio di mare, a pentirsi. Sperava che anche lui stesse pensando a lei in quel momento e le venne voglia di abbracciarlo.
A forza di camminare, si era persa. Si imbucò in un parcheggio circondato da cespugli che costeggiava un lago artificiale. Fu allora che notò nell’acqua qualcosa di strano. Oltre il profilo di un paio di cassonetti, intravide una piccola macchia grigia sulla superficie del lago, in prossimità del molo. Si avvicinò di corsa e realizzò che si trattava del tettuccio di un’auto.
«Pronto, sì! Presto, al molo di Dolesa c’è stato un incidente! Presto, presto!»
Il mondo le vorticava intorno. Quell’estate, una domenica, aveva trovato uno scoiattolo morto di fronte al recinto del giardino ed era scappata. Non era riuscita a guardarlo da vicino, con le viscere spappolate dalle ruote. E così adesso. Stette in un angolo immobile, incapace di fare un passo, finché non arrivarono i carabinieri.
Dopo un’ora riuscirono a tirare fuori la jeep. Dentro c’erano i corpi di due ragazze, Carla e Giulia, fidanzate e morte suicide.

La sera a cena non disse una parola. Anna la prese in giro di continuo, dandole buffetti e chiamandola gendarme. Lawrence rideva a crepapelle, ripetendo la parola senza la erre. «Gendamme, gendamme». Si sentiva costretta in una bolgia infernale, le tempie le pulsavano forte e si convinse che di lì a breve sarebbe morta di un’emorragia cerebrale.
«E fattela una risata! Carla, seriamente, capisco che il periodo non sia dei migliori, ma c’è gente che sta peggio… Oggi a lavoro, a proposito, ho saputo una cosa terribile».
Sperò a denti stretti che non stesse per dire quanto stava per dire.
«Da non crederci. Pensa, stamattina hanno tirato fuori due lesbiche dal lago qui vicino. Pare si siano buttate dal molo con la macchina! Ma ti rendi conto? Una, tra l’altro, faceva la cubista in una discoteca in centro qui a Dolesa. Pare che il suo capo l’avesse addirittura violentata. Ma ti rendi conto? Che mondo, che mondo infame. Ecco, pensa a cose di questo genere e consolati, che sei viva e bella, Carla».
«Domani torno a casa».
«Cosa? Ma se sei appena arrivata!»
«Domani torno dalla mamma, Anna».

Era in mezzo al buio, ripensava alle ragazze del molo di Dolesa: appena il take-away indiano sotto casa tirava giù bruscamente la saracinesca e il brusio del televisore della signora Portaluri, al piano di sopra, lasciava il campo al solo borbottare dei motori giù in strada.
Luigi dormiva già da un pezzo, e allora se ne stava un po’ a guardarlo mentre gemeva e russava nel sonno. La faceva sorridere. Tante cose, negli ultimi anni, riuscivano a farla sorridere, contro ogni aspettativa.
Da qualche mese aveva cominciato a lavorare come educatrice in una clinica per disturbi del comportamento alimentare. All’inizio la parola educatrice la rendeva perplessa, ma presto si rese conto di quanto quel lavoro fosse una ricapitolazione della sua esistenza fino a quel momento; che tentare di riportare quelle ragazze anoressiche, obese e bulimiche dentro il confine di se stesse e della propria immagine stava diventando la sua ragione di vita. Di una vita che era stata fino ad allora tutto un raccolto di fughe e abbandoni, tutto un subire sorpassi e lontananze, compensati da uno sporadico riavvicinamento, ma brusco, violento, senza misura.
Nella clinica c’era una coppia di donne anoressiche, Lara e Sofia. Erano molto discrete, non si scambiavano che sguardi densi di benevolenza, un abbraccio, di tanto in tanto, nulla di più. Spesso si ritrovava a spiarne le movenze, a origliarne i sussurri. I loro volti emaciati la riportavano in un istante al molo, alla carnagione opaca di quel mattino, a quella macchia grigia sul pelo dell’acqua. I loro occhi spalancati e soli, sopra gli zigomi sporgenti come speroni rocciosi, le ricordavano sua madre, e l’afasia cucita stretta sulle ultime sue ore. E riaffondava nel lago di silenzio fitto e bianco, si sentiva a casa, per quel che casa potesse significare.
Riecheggiava per le stanze della clinica, come un ritornello, una parola: disfunzionale. L’équipe di medici – ciascun paziente ne aveva una – prescrivevano di non assumere comportamenti che fossero disfunzionali al percorso di guarigione dei ricoverati: utilizzare specchi a figura intera era disfunzionale, parlare di peso, di cibo e di forma fisica con i pazienti era quanto di più disfunzionale potesse esserci.
Non appena Luigi si addormentava, e rimaneva sola, provava a enumerare gli atteggiamenti disfunzionali che si erano affastellati nella sua famiglia, a partire dalla mancata approvazione di Jimmy da parte dei suoi, fino alla rigidità dittatoriale di sua madre, e la partenza della sorella, la fuga del padre. Sembrava di assistere allo sgretolarsi dei piani di un castello di carte, a cascata, sempre di più, a cascata.
Ma una sera, di quelle in cui la televisione trasmette soltanto programmi di cucina per casalinghe e fuori piove a dirotto, Luigi non riusciva a prendere sonno: «Sto pensando una cosa», le disse.
«E sarebbe?»
«Non si può dire».
Carla scoppiò a ridere, Luigi era simpatico, faceva l’ingegnere e ingegnere era in tutto e per tutto, dalla testa stempiata ai calzini a quadretti rossi e blu.
«Che mi devi dire, Lui’? Dai, mica vorrai farmi patire tutta la notte».
«Ebbene, te lo dirò alla Woody Allen».
«Sentiamo».
«Io ti Abramo, anzi ti Adamo».
«E io ti sfamo», gli rispose dopo una pausa, ghignando.
«Questo non è vero!»

Schivare il dolore, non lo annienta. Scappare da se stessi non dona che un provvisorio effetto placebo, allevia, ma non rimedia.
Adesso lo capiva. Capiva che c’è un tempo per svanire, uno per redimersi e recuperare. Che c’è un respiro aritmico e uno regolare. Glielo ricordava il prolungarsi delle giornate, a maggio; l’ostinazione della luce. E i gelsomini della signora del piano di sopra che le inondavano la finestra della cucina.

Ripensò spesso alle ragazze del molo, ne rivedeva i vestiti scuri e appiccicati alla pelle madreperlata e gelida. Riconosceva in quella desolazione la sua rinascita. Ripensò a loro quasi sempre, in ogni momento di raccoglimento; durante la messa del funerale della madre, durante la messa del matrimonio del padre. E anche alla festa dei dieci anni di Lawrence, quando sul dondolo lui la raggiunse e le riparlò dopo sei anni, mentre lei si accendeva una Camel. Il giardino luccicava nel sole di mimose, per l’aria si aggirava una pace immeritata, irreale.
Lawrence, già grande a sufficienza per rischiare di soffrire, prese a scorrazzare eccitato per il prato dietro il pallone da calcio, seguito da un’orda di amici. Da lontano Anna e Linda con il pancione, l’una con il sopracciglio all’insù, l’altra sorridente ma senza shatush blu, guardavano la scena.
«Scommetto che ti sei scordata di come si fanno gli anelli».

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