“Amore, lavoro e altri miti da sfatare”
dei Lo Stato Sociale

Il solito album del gruppo bolognese

di / 17 marzo 2017

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È davvero difficile tirare fuori qualcosa di buono e interessante dai lavori dei Lo Stato Sociale. È sempre difficile non provare una certa repulsione verso il loro essere antagonisti a tutto e a tutti, in una sorta di furba misantropia palesata in maniera asolescenziale. Dal loro primo album, Turisti Della Democrazia, passando per L’Italia Peggiore, il gruppo di Bologna si è sempre distinto per essere una sorta di compendio di sommarietà e pressappochismo, precursori di una deriva nella quale la superficialità è trattata in maniera superficiale, confusa con qualcosa di semplice e facilmente maneggiabile e non per quello che è: una materia complessa e profonda. Oggi, con Amore, Lavoro E Altri Miti Da Sfatare, le cose non vanno certamente in maniera diversa.

L’atteggiamento che è a metà tra l’ironico e il supponente, dove ogni frase viene forzatamente fatta passare come una sorta di acme – incessanti tentativi di dover stupire assolutamente –, è ancora al centro della loro poetica. Il risultato è un grigiume da cui non riescono e probabilmente non vogliono uscire. Una torre d’avorio tirata su in una metropoli disabitata da dove gridare la propria frustrazione esistenziale. Il tutto veicolato da un classico elettropop con pochissimi spunti interessanti che sa di stantio, vecchio e noioso.

Nei testi c’è tutto quello che, paradossalmente, funziona: colpire alla pancia in una non-riflessione spacciata per riflessione. Elenchi di categorie di cose e frasi debolissime pronti per essere copia incollati da qualche parte, intrisi di facile retorica e giudizio morale.

Un tentativo inquietante di attaccarsi a “Andate tutti affanculo” degli Zen Circus e “Noi fuori” dei Ministri, senza la dose di maturità dei primi e la sana propensione alla ribellione dei secondi.

Non c’è scarto con i precedenti album, né in negativo, né in positivo: Lo stato Sociale continuano a autoidentificarsi in ciò che sono sempre stati, la perenne riproposizione dell’uguale che oggi, più che ieri, li rende fragili e contestabili. Se all’inizio poteva esserci una sorta curiosità dettata dalla novità, ora non c’è più neanche quella.

In Amore, lavoro e altri miti da sfatare c’è, inoltre, un po’ ovunque il tentativo di fare gli Offlaga Discopax disimpegnati ma impegnati, c’è Max Collini che è andato a lezione di canto da Piero Pelù (“Nasci rockstar, muori giudice a un talk show”), Vasco Brondi che si vende completamente (“Quasi liberi”), Fancesco Motta in overdose da serotonina (“Niente di speciale”), atmosfere da “Gioca Jouer” per villaggi vacanza finto alternativi (“Mai stato meglio”), Dente privo di idee che sceglie l’elettronica come ultima spiaggia (“Amarsi male”), Max Pezzali che esordisce come cantautore negli anni ’10 e prova a fare qualcosa di simil beatlesiano (“Vorrei essere una canzone”). Un sincretismo deprimente che sfocia nel nulla.

(Amore, lavoro e altri miti da sfatare, Lo Stato Sociale, Elettropop)

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LA CRITICA

I Lo Stato Sociale, con Amore, lavoro e altri miti da sfatare, non riescono a fare il salto di qualità, portandosi appresso i soliti difetti che hanno caratterizzato la loro carriera fin dagli esordi.

VOTO

4/10

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