Piccolodio

di / 30 marzo 2017

Come un desiderio mai sopito

Odio correre. Odio il mio lavoro. E odio anche i cani.
Invece i miei colleghi mi piacciono. Mi servono per ricordare che sono una persona migliore di loro. Hanno fidanzati cretini o amanti brutte, e credono di essere superiori quando, anziché lavorare, postano stronzate su Facebook. Idioti. Non sanno che è proprio per questo che sono morti, morti dentro. Io lo so. Lo so. So cosa vuol dire sentirsi vivo.
Anni fa ho ucciso una persona, neanche la conoscevo. E non ne sono rimasto affatto turbato. Ho desiderato rifarlo, ma con un motivo. Odiando, magari. Quello che manca, a un omicidio casuale, è proprio l’odio, o la motivazione.
Prendiamo mio cugino, per esempio.
Da ragazzini mi chiamava Piccolodio, non mi ha più voluto vedere da una lontana domenica di tanti anni fa, al parco. Quel giorno avevamo giocato con un aquilone.
Due settimane fa mi ha telefonato. Il numero gliel’ha dato mia madre.
«Non sei su Facebook», ha esordito. «Strano, per uno che fa un lavoro di back office».
«Ciao, Faustino». Avrei riconosciuto quella voce tra un milione, anche se l’ultima volta che l’ho sentita avevamo entrambi dodici anni.
«Ci vediamo per una birra? Sono qui per alcuni giorni».
«Non bevo birra».
L’avevo sentito sbuffare. Poi, imponendosi calma, aveva detto: «Ti aspetto al bar di Saverio domani alle 19». E aveva chiuso la conversazione.
L’indomani, lui con la sua birra e io con la mia cedrata, mi aveva raccontato ogni cosa. Lavorava a Dublino – ma questo lo sapevo già da mia madre, sempre in vena di rifornirmi di dettagli non richiesti sulla vita del parentame – ed era stato processato per aver messo sotto un vecchio, un poveraccio reo di aver attraversato con il rosso sulle strisce pedonali.
Nessuno gli avrebbe mai torto un capello, a Faustino. La storia del vecchio morto si era già conclusa. Faustino era nel pieno delle sue facoltà mentali e psichiche, era stato verificato che fosse sobrio, e andava a 42 km/h. Non c’erano segni di frenata, però. Colpa del lampione rotto che impediva di vederci bene, a quell’incrocio. La famiglia del vecchio poteva addirittura fare causa al comune.
Faustino mi dice, senza smettere di trincare la sua terza media chiara, che quando aveva visto il vecchio aveva pensato a me. E aveva evitato di pigiare sul freno. Poi era sceso, aveva spaccato il lampione con una sassata, e una volta al buio aveva telefonato ai carabinieri, vegliando il vecchio morto per una buona mezz’ora, prima che lentamente arrivasse l’ambulanza, e i vigili, e i carabinieri per prassi, e i curiosi per noia. La zona era una periferia desolata, tre capannoni logori e una fermata del bus per il cimitero, attiva due ore a settimana. Il vecchio aveva un mazzo di fiori in mano, era morto stringendoli al petto. Un’immagine poetica. Faustino aveva pensato di fare una foto, poi aveva preferito ricordare ogni dettaglio, dopo un’attenta, silenziosa ispezione.
«Mi hai pensato perché credevi dimostrassi ottant’anni?», gli avevo chiesto.
«Non hai capito (sorriso), ho ripensato a quella domenica (pausa), volevo provare quel che hai provato tu (doppia pausa), vivere senza rimorsi dopo aver fatto una cosa orribile (punto)».
Il giorno seguente sono andato al canile, ho firmato quintali di scartoffie e ho preso un cane, il più brutto che c’era. L’ho portato al parco, l’ho fatto correre. Poi, dopo averlo lasciato nel giardino di casa mia (unico privilegio del vivere in periferia in mezzo agli immigrati), mi sono infilato una vecchia tuta e sono andato a correre, nello stesso parco. Da allora lo faccio ogni giorno.
Da allora faccio soltanto cose che detesto:
mi applico nel mio stupido lavoro;
faccio un aperitivo quotidiano con Faustino;
e lunghe telefonate con mia madre;
corro due volte al giorno;
possiedo un cane
e non uccido esseri umani.

 
Attesa

Il ventilatore a pale, sul soffitto, gira e cigola. Gira, e cigola. Sono a Civitavecchia, sono in vacanza per il weekend. Costa poco affittare qualche parete su questo mare trafficato, stracolmo di navi e vacanzieri, mi ero informato. Naturalmente, odio il mare.
Fa troppo caldo anche per andare a buttarsi in acqua, questo pomeriggio.
I ragazzini qui di fianco saltano sul letto e gridano in una lingua che non conosco, sento la madre ridere con loro.
Il mio cane guaisce da dietro la porta. L’ho chiuso nell’altra stanza senza cibo né acqua, ben nascosto c’è un boccone avvelenato, se vorrà gradire.
Io aspetto soltanto che il ventilatore si stacchi dal soffitto. Non ho fretta.

 
Metallo

Un mese fa ho ricevuto per posta una pessima scannerizzazione di vecchi articoli di giornale. Parlavano della bimba morta al parco, strozzata da un aquilone, e dello strano caso dei furti di biciclette da motocross. Il periodo degli eventi era più o meno lo stesso.
Ho volutamente tralasciato la lettura della parte più corposa, cioè gli articoli sulla piccola Valentina S., di anni quattro. Erano pieni di sottolineature: senza criterio, a penna incerta, con interi passi colorati massicciamente di giallo fluo. Non ho certo scoperto adesso l’ottusità di Faustino, l’unico ragazzino capace di farsi bocciare in seconda elementare. L’evidenziatore poi rende più pesante la carta, oltre a ondularla, trasformandone la consistenza. Leggere diventa fastidioso. Per ripicca, sfregio e fastidio l’occhio mi è caduto sulle parti libere dal suo intervento. Alcune cose le ho trovate inedite e interessanti. C’era il nome dell’appuntato che aveva preso per primo in braccio la piccola Valentina S. defunta. C’era la stupida dichiarazione del parroco di zona, che si lamentava per non aver ancora potuto incontrare quella famiglia «mutilata del suo bene più prezioso, ma glorificata in eterno da Dio Padre». C’era il numero di targa della Panda Van abbandonata per settimane all’ingresso del parco. Il mistero aveva tenuto banco per molto tempo: a chi apparteneva davvero? Era stata usata dall’assassino della bambina? Perché non veniva spostata da tanto tempo? Poi era saltato fuori che era di un’insegnante di scuola elementare ricoverata per un ictus addirittura dal mese precedente al fattaccio. Intanto, però, ignari stronzi avevano spaccato vetri e fanalini e scritto con la vernice: La pagherai. Non c’è davvero limite alla stupidità delle persone.
I trafiletti sui furti di bici mi interessavano, invece. Quel periodo ne avevano rubate molte, e tutti noi giravamo con catene e lucchetti che superavano il quaranta per cento del nostro peso. Nella mia classe era stata rubata a tutti i miei compagni e anche a due professoresse. A me no, non l’avevano presa. Ma avevo smesso di usarla lo stesso perché ho sempre preferito passare inosservato. Di quel periodo ricordo il sapore del metallo in bocca. Mi mordevo l’interno delle labbra fino a farle sanguinare, volevo avvicinarmi al sapore della morte. Facevo le medie, e il mondo era una massa di persone sconosciute, appena sfiorate, tutte ugualmente incomprensibili. Avrei preferito non frequentare coetanei. Purtroppo gli adulti erano inaccessibili. Una volta avevo raccontato del parco e dell’aquilone a mia madre: non mi aveva creduto. Aveva detto che volevo soltanto attirare l’attenzione.

 
Birra

Non ci può credere, il povero Faustino. O forse non ci arriva. Devo ripeterglielo due volte: «Sì, accetto la tua proposta». Se fosse un cane, se la sarebbe già fatta sotto per la felicità. Le perle di sudore sulla fronte mi fanno pensare a quanto potrebbero essere sudate le sue mani, che infatti frega lentamente sulla tovaglia ruvida del tavolino del bar di Saverio. Capisco che per lui questo è un momento epico, il picco di una vita inutile. Vorrebbe chiamare qualcuno per raccontarlo, abbracciare me per la gioia, gridare senza freni, ma si limita a toccarmi la spalla più volte. «Grande, grande, grandissimo». Mi ripete questa frase ossessivamente, la bavetta gli cola dall’angolo della bocca.
Ordina due birre, non fa niente se io non la berrò. Vuole brindare.
Subito dopo però, gli prende la bramosia dei dettagli: «Dove lo facciamo?», «Con cosa?», «Siamo sicuri?»
Mi piace che non mi domandi se io sia sicuro. Parla al plurale, come fossimo una squadra pronta a giocare la gara della vita. Mi tocca ancora la spalla, me la stringe, un guizzo negli occhi. Che idiota. «Ricordi, ti chiamavo Piccolodio. E adesso…»
E adesso non è mica cambiato niente, dovrei dirgli. La mia non è che una concessione. Un regalo. Una manna dal cielo.
«Quando?», è questo ciò che gli preme sapere. Eccolo, il Faustino opportunista, quello che non è più la pecora nera della famiglia. In pochi avrebbero scommesso su di lui, io tutt’ora stento a crederci, e invece a Dublino pare faccia faville. Guadagna abbastanza, scopa il giusto. Se ti accontenti di questo, puoi essere considerato addirittura un vincente. Sia chiaro, per me rimane un povero idiota.
È un head hunter, che a pensarci adesso che abbiamo stabilito che dovrà strangolarmi, fa proprio ridere. Sorrido, e questo allarma Faustino. Sono forse malato? Terminale? Sono depresso? Ho debiti?
Per lui è importante che io non desideri morire. Come spiegargli l’indifferenza? Non si può. Sono stato vivo troppo a lungo, vivo e vigile. Ora basta. Ho già misurato la mia onnipotenza, e pure la mia tracotanza.
Ho deciso che avrei accettato la sua proposta mentre ero a Civitavecchia. Si dice che quando si è indecisi su quale strada prendere, bisogna lanciare una monetina: si desidererà un risultato più di un altro, e sarà più facile decidere. Questa perla fa parte degli insegnamenti di mia madre. Anziché lanciare la monetina, ho svitato un po’ il ventilatore della stanza in affitto. Ma non è successo niente. Quindi dovrò farmi uccidere. Mentre osservavo le pale girare fin quasi a ipnotizzarmi, mi sono addormentato, e alla fine non è morto neanche il cane nell’altra stanza. Che misero fallimento. A svegliarmi è stato il ragazzino dell’appartamento a fianco: aveva lanciato un urlo stellare, e poi si era messo a ridere senza alcuna intenzione di smettere. Per sempre.

Con Faustino decidiamo di vederci la settimana dopo, per organizzare ogni cosa. Poi lui deve tornare a Dublino. Ma prima di lasciarci, vuole che ascolti assolutamente una cosa che ha da dirmi. Lo fa senza che io gli dia il mio assenso. E così mi racconta che le biciclette da motocross, quando eravamo piccoli, era lui che le rubava. Voleva in qualche modo emularmi, e non potendo davvero uccidere qualcuno – «è complicato», si giustifica – aveva stabilito che essere un ladro che finiva sul giornale potesse essere sufficiente. Il suo piano era quello di rubare tutte le bici della città tranne la mia, ma poi aveva preso troppi voti brutti a scuola e sua madre l’aveva messo in castigo.
Che vita di merda il povero Faustino, forse avrebbe meritato di più di un vago successo lavorativo. Chissà se tra qualche giorno le cose per lui cambieranno davvero.

 
Domenica al parco

A Faustino parlare piace. Inizia in modo sommesso, come se si vergognasse. Ma io lo so che questa storia se l’è ripetuta tante volete nella testa. Lo capisco da quanto è sicuro di sé mentre scandisce le parole e le pause. So che quando finirà, finirà anche di stringere il filo di nylon intorno al mio collo. So anche che non ci vuole molto ormai, perché la storia la conosco. Siccome è sempre il solito Faustino, mi racconta tutto come fosse una favola, come se non fosse mai accaduto realmente, in terza persona.
Tre ragazzini, di dodici, tredici anni, giocano in un parco cittadino con un aquilone. È domenica mattina, è primavera, quasi estate, ed è pieno di famiglie con bambini. Il capo dei tre, quello che tiene sempre il filo e non lo molla, si diverte a far volare basso l’aquilone.
A un certo punto, il filo invisibile dell’aquilone incontra un ostacolo, il collo candido di una bimba di tre, quattro anni. I genitori di lei sono troppo impegnati a non far nulla poco più in là, a mangiare, a baciarsi, per poterle stare dietro, per notare qualcosa. La tensione strappa il filo dalle mani di Piccolodio. La bambina tenta con movimenti scomposti di liberare il collo dal filo, ma riesce soltanto a farlo stringere. L’aquilone può fare solo una cosa, cercare a tutti i costi di volare, di abbattere ogni ostacolo che si frappone al suo desiderio di aria e libertà. Poco lontano, Piccolodio recupera il rocchetto e tira il filo verso di sé, osservando la bambina ormai a terra. I due ragazzini-cateti si guardano, poi guardano il loro Piccolodio, che non lascia andare il filo.
La faccia del ragazzino è indefinibile, al punto che i due compagni non sono certi che lui si sia reso conto dell’accaduto. Eppure nessuno dei due osa intervenire, parlare.

La bambina è immobile, illuminata dal sole bianchissimo come se fosse su un palcoscenico.
Il ragazzino lascia cadere tra l’erba il rocchetto, che ha ancora un po’ di filo arrotolato. Si incammina verso l’uscita del parco, con le mani in tasca.
L’aquilone, intanto, volteggia colorato nel cielo blu, come se gridasse, senza fretta: «Guardate, guardate qui sotto! È qui, è qui!»

I due cateti non possono fare altro che seguire il loro Piccolodio. Uno si gira indietro verso la bambina un paio di volte, ma l’altro gli fa segno di lasciar perdere. Si avvicina con una piccola corsa al capogruppo, che appena viene raggiunto, si ferma. Arriva anche l’altro, con gli occhi sgranati e la domanda: «E adesso?» sulla punta della lingua.
Piccolodio precede entrambi: «Ci vediamo a scuola domattina», dice, e va via.
Gli altri lo seguono.
Una volta fuori dal parco, prendono la direzione opposta alla sua.

Faustino mi sorride, con un movimento secco tende il filo e io sento che l’aria è sempre meno. Poi tutto svanisce.

 

Manuela Pinetti (1976) vive a Roma. Ha vinto la prima edizione del Premio Solinas Experimenta con il lungometraggio Monitor (2015, regia di Alessio Lauria), prodotto da Rai Cinema e Tea Time Film. Come sceneggiatrice e soggettista è inoltre autrice di documentari e cortometraggi. È anche saggista, e critico cinematografico per La Rivista del Cinematografo. È al lavoro sul secondo film, e sul suo primo romanzo.

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